ViniVeri 2025 – celebrazione di tradizione, emozione ed innovazione

Ogni calice racconta una storia unica, ogni incontro spalanca nuove prospettive, e il vino si trasforma in un ponte che unisce generazioni.

Nel cuore pulsante dell’enologia “naturale”, ViniVeri 2025 si staglia come l’evento imperdibile per chi aspira a sorsi di intensità e autenticità. Dal 4 al 6 aprile presso l’AreaExp di Cerea, questo evento ha mirato ad un equilibrio sofisticato: quello tra le radici antiche dei territori e un’innovazione consapevole che si proietta verso il futuro. In un’epoca in cui la sostenibilità non è più un optional ma un imperativo, Viniveri mostra come il ritorno al “naturale” diventi una dichiarazione d’amore per la terra e per il bere bene.

Un’esperienza multisensoriale

ViniVeri ha presentato un’esperienza completa: degustazioni guidate, seminari e cene d’autore che si intrecciano in un percorso atto a trasformare ogni calice in un racconto. L’evento si è rivolto sia agli esperti che ai neofiti, offrendo spunti e momenti di particolare arricchimento culturale. Un focus speciale è stato dedicato anche ai giovani under 25.

I testimoni di una tradizione rigenerata

Il cuore pulsante di ViniVeri restano i produttori, ognuno dei quali porta sulle proprie etichette i segni di una passione tramandata attraverso la terra.

Ecco alcuni dei protagonisti e qualche assaggio

  • Gian Antonio Posocco – Vincolfondo siamo a Mondragon, in un sottosuolo morenico profondo, 1 ettaro allevato di Glera con vecchi vigneti al cui interno sono presenti anche varietà antiche come Verdiso, Bianchetta, Perera e Boschera, un vino che rappresenta tali uve per la loro tradizionalità e piacevolezza.
  • Casa Coste Piane – Brichet altra Glera e in piccola percentuale di Verdiso. Frizzante, da vigne provenienti da un vigneto storico “Serre” in Miane di origine morenica e Salìs (argille blu). Un tributo artigianale alla tradizione veneta di agilissima beva.
  • Il Pendio – Il Contestatore. Michele Loda, In Lombardia, anni fa con questa bottiglia si fece portavoce di una nuova visione enologica, una visione radicale e provocatoria. Chardonnay in purezza spinto all’estremo, senza alcun compromesso e concessione. Solo uve da alta collina, lunga sosta sui lieviti (oltre 5 anni) e zero dosaggio per darci un vino nudo, affilato, profondamente territoriale
  • Setti Simone – Sangiovese 2015  Siamo a Montescudaio. Delicata sapidità, al naso incede subito con nuance da viola mammola. Sorso scattante e pieno, che racconta un vino complesso nella sua esecuzione. Simone è giovane e già esperto, un appassionato che traduce in maniera eccellente le vibrazioni della terra all’interno del calice.  
  • Aldo Viola – Saignee Nerello Mascalese, Perricone e Syrah, la tecnica usata è quella che dà il nome al vino. Rosso trasparente, contadino, dinamico e schietto; un vino da tutti i giorni che nella sua semplicità riesce a evocare la quotidianità del territorio e farci sentire il sole addoso. Abbiamo già parlato di Aldo nel precedente articolo e della sua abilità di convogliare l’energia dell’uva nelle sue creazioni.
  • Francesco Marra – Negroamaro Salento Rosato IGP un grande conoscitore delle sue terre. Siamo nelle campagne di Ugento, dove le terre rosse danno grande profondità a queste uve, poi affinate in “Capase” per 10 mesi. Al naso note di miele d’agrumi, melograno e pesca bianca, agrumi rossi e spezie bianche che invitano alla beva. In bocca è burroso e articolato, un rosato di presenza e eleganza.
  • Dramis – Maradei 2019 Magliocco in purezza, il vino richiama il nome della bisnonna di Vittoria Maradei, viticoltrice di Saracena che nel suo territorio sta convogliando una buona dose di tradizione e innovazione. Vigna centenaria, fermentazioni spontanee, il colore inizia ad intravedere la sfumatura granato. Naso profondamente mediterraneo, terroso e polveroso, con tocchi di liquirizia e carruba. In bocca c’è sostanza e una struttura tannica setosa dal grande equilibrio.
  • Podere Cipolla – Tramontana – Malbo Gentile dell’Emilia. Un passito di struttura, persistenza, dolcezza ben bilanciata e freschezza. Siamo a Reggio Emilia, nella “bassa”. I vini di Denny Bini mostrano tutto l’amore per il suo territorio, del quale esalta i vitigni storici e i più tradizionali metodi di vinificazione.
  • Feudo D’Ugni – Montepulciano Riserva Askoj “Il piccolo capolavoro” di Cristiana Galasso ha un indelebile carattere, al naso apre con prugne, nocciola, fave di cacao tostate, dalla vena ossidativa e sapida. Un vino importante, affinato in botti scolme, che lo caratterizzano nella bocca e nel ricordo.
  • Pruneto – Chianti Classico Riserva 2021 Siamo a Radda in Chianti, una zona dove il bosco è particolarmente marcante nel territorio e nei vini. La famiglia Lanzi produce questo splendido Sangiovese, affiancato da alcuni filari di Merlot, Canaiolo e Ciliegiolo, su terreni sabbiosi.
  • Trinchero – Runchet . Il nome di Ezio Trinchero è legato a doppio filo alla Freisa d’Asti. Questa è diversa dal solito, molto strutturata, stupisce per complessità, struttura e personalità da grande rosso. Naso complesso di frutta scura, amarene, spezie e una spiccata mineralità.
  • Princic – Merlot 2013 Tra i produttori simbolo del Collio, pioniere dei grandi bianchi in macerazione del Friuli, Dario Princic è una vera leggenda vivente. Qui i terreni ricchi di argilla e roccia arenaria garantiscono la giusta fertilità, una maturazione piena e macerazioni lunghe. Il Merlot è potente e ricco, con aromi profondi e complessi di prugne secche e frutta nera succosa, tabacco da pipa, spezia e grande e suadente sorso.
  • Altura (Isola del Giglio) – Ansonaco Siamo all’Isola del Giglio, azienda di Francesco Carfagna, nella parte più collinare e questo bianco macerato ne porta ogni segno. Apre con ampi sentori di macchia mediterranea e salgemma, spezia bianca, sbuffi di finocchietto di mare e alga. Sorso salino ricco e appagante.

Perché partecipare a ViniVeri?

Tra gli appuntamenti enologici, permette di immergerci in un mondo dove ogni dettaglio – dall’aroma unico di un buon vino, alla condivisione di storie e passioni – contribuisce a creare un’esperienza indimenticabile. Ogni produttore porta con sé storie, tradizioni e un forte impegno verso l’ambiente.

ViniVeri è un invito a riscoprire il valore della tradizione, reinterpretata con modernità e cura in un mondo in cui il rispetto per la natura diventa la chiave per un futuro migliore.

MARCO FERRARI: da Monteverde a Cornas, la “monoposto” del vino in Valtellina

Pioveva a dirotto. Superata Sondrio percorrevo la Strada del Vino in Valtellina dove molti sfrecciavano in auto sfidando il tempo, quando qualche metro prima di un cartello che informava l’abbandono del comune di Montagna in Valtellina per entrare in quello di Poggiridenti, scorgo alla mia destra, a ridosso della montagna, una vetrata d’ingresso di una sorta di garage, composta di rettangoli colorati parzialmente coperti da una cascata di edera bagnata: eravamo arrivati alla nostra meta.

A fianco, due botti una sopra l’altra, a definire compiutamente l’entità del luogo, e appesa vicino a un caratteristico muro di pietre, una vecchia targa in metallo con il logo dell’Alfa Romeo. Sull’uscio, assieme al papà che appena mi presento saluta me e mia moglie per poi dileguarsi, ci attende Marco Ferrari, produttore di Nebbiolo delle Alpi come si usa chiamare qui il nobile vitigno per distinguerlo dal piemontese. Un’altra targa all’ingresso è quella con il logo dei Vignaioli Indipendenti.

Conoscendo il mio amore per la Valtellina e per i suoi vini, avevo seguito il consiglio datomi dall’amico e collega Sergio Vizzari, colto narratore enoico (e non solo), d’assaggiare i prodotti di Marco Ferrari dei quali ignoravo l’esistenza. Mi condusse dove trovarli, una piccola enoteca romana; subito rimasi sorpreso per la sobrietà e, soprattutto, per un’eleganza che difficilmente riscontro nei vini provenienti da questa terra, evocandomi alcune espressioni dei cugini d’oltralpe a cui non immaginavo il nebbiolo locale potesse giungere.

Decido pertanto di contattarlo e approfondire la questione: <<ciao Marco, qui corrono tutti, tu ti chiami Ferrari, e la prima cosa che noto è una targa dell’Alfa Romeo, come si spiegano tutte queste cose?>> debutto celiando.

<<Mio padre faceva i rally>>.

Interessante, rifletto, vale la pena di chiedergli di partire dall’inizio e raccontare la sua storia. Avvezzo come sono al suono del parlato dei valtellinesi ai quali sento di far parte, il suo accento non mi sembra affatto del luogo e glielo dico.

<<Sono bresciano, nato agli Spedali Riuniti, ma battezzato a Monteverde, a Santa Silvia>>.

Ammicco per aver indovinato e invito a proseguire.

Un romano non può non conoscere il quartiere di Roma come Monteverde, al momento molto in voga, e colmo di interesse per il vino. Il nonno materno lavorava in Alitalia, logico un suo trasferimento nella capitale dove nasce la mamma di Marco. Lui, invece, viene al mondo a Brescia sul finire del 1986, per poi trascorrere a Roma i primi cinque anni di vita, fino a quando i genitori tornano nella città celebre per essere stata il luogo di partenza e d’arrivo della storica Mille Miglia. Il legame con la terra è quello paterno, la cui famiglia si occupava di zootecnia legata alla produzione del latte da conferire al consorzio del Grana Padano. È un richiamo che anche Marco possiede, si avverte parlandoci, non a caso, a un certo della sua vita, decide di cambiarla.

La laurea in Scienze Politiche conseguita alla Lumsa di Roma non è quel che fa per lui, molto più appagante è un Master d’impresa agroalimentare che ottiene a Bologna, a cui seguirà un apprendistato di lavoro in Franciacorta, ma in ufficio. A forza di guardare dalla finestra quei vigneti scatta la scintilla, e abitando vicino all’azienda di Enrico Gatti inizia a lavorarci. Giovane e desideroso di conoscere, con una strada ancora non definita da percorrere, e perché no affermarsi, si reca in Francia.

Tenta di proporsi in Borgogna: effettua un colloquio al Domaine di Confuron, ma non ha fortuna, quindi si reca in Loira. Ma è nel Rodano che avverrà la seconda illuminazione della sua vita, dove resterà per quattro anni. Inizia a Mauves a lavorare per il Domaine Pierre et Jérôme Coursodon dove si vinifica per la denominazione Saint Joseph, e poi approda a uno dei grandi nomi della produzione di Cornas: Franck Balthazar. Segue pertanto in entrambi i casi la vinificazione di uve Syrah e oltre a conquistare l’amicizia di Balthazar frequenta altri nomi di rilievo del Cornas come Thierry Allemand e Guillaume Gilles. Impara molto in quel periodo, probabilmente sarà il più importante della sua carriera da autodidatta o perlomeno il più determinante per quella futura e di cui serba un piacevole ricordo. Apprende non solo sul vino: sarà una sorta di scuola di vita, poiché durante quegli incontri improntati sulla semplicità capisce l’importanza delle relazioni umane, e di come attraverso queste l’impossibile diventi possibile. Comprende inoltre che il ruolo del vigneron è d’essere unicamente un custode del terroir, concetto che chi produce vino dovrebbe sempre avere a mente.

Dopo quattro anni vuole mettersi in gioco, desidera un’espressione del vino interamente sua e a Cornas non è possibile. È giunta l’ora di tornare in Italia, ha dei risparmi, non molti in realtà, ma bisogna comunque provarci, ma dove? L’insegnamento sull’importanza del territorio fa sì che sia interessato più a quest’ultimo che a un vitigno in particolar modo. Parlando con Marco scopro che abbiamo gusti comuni: come vino bianco apprezza sopra ogni cosa il Verdicchio, ha poi una ossessione per Mamoiada (come biasimarlo?) e ama il nebbiolo preferendo quello proveniente da un luogo con un clima più rigido e nette escursioni termiche, rispetto a quel che avviene in Piemonte. La decisione è presa.

A febbraio 2018 incontra Emanuele Pelizzatti Perego (enologo di Arpepe) alla manifestazione Sorgente del Vino a Piacenza e gli manifesta l’intenzione di recarsi in Valtellina per produrre vino iniziando con vigneti in conduzione. Vuole al contempo anche lavorare finché il suo vino non sarà pronto, pertanto è fin dall’inizio cristallino quando il 3 dicembre 2018 comincia a collaborare con Arpepe dove rimane fino al proprio esordio enoico nel marzo 2021 con quattromila bottiglie di Rosso di Valtellina 2019. Inizia con 1 ettaro nel 2019, che diventano 1.6 l’anno successivo, e nel 2021 quasi 2 ettari. Oggi coltiva 2.7 ettari, dei quali 0.8 sono di proprietà nella sottozona della Sassella.

Dicevamo che la vinificazione avviene in un locale (mi è venuto spontaneo pensare ai vin de garage) che in precedenza ospitava un laboratorio di formaggi diviso in stanze, dove per i primi due anni, essendo un posto nuovo per questo genere di attività, per la fermentazione si è dovuto procedere all’inoculo con pied de cuve, ma a partire dal 2021 questa avviene spontaneamente, testimoniata dalle pareti di calce colorate da microrganismi del nuovo genius loci.

Si lavora in sottrazione, e senza ricorrere a filtrazioni e chiarifiche. La vinificazione si accomuna ai tre vini prodotti, Rosso di Valtellina, Valtellina Superiore Sassella e Valtellina Superiore Inferno, anche nel caso in cui vari a causa dell’annata. Il rapporto con gli amici del Cornas è rimasto vivo e spesso Marco si confronta con loro sull’andamento dei suoi vini (la nostra prima impressione su questi trova quindi una conferma, dipenderà da questo?).

Perché la finalità della bottiglia, ci rivela, è solo quella della condivisione con il prossimo, principio che sottoscriviamo e aggiungiamo di nostro, non dovrebbe essere sempre così e per chiunque?

La produzione totale è soggetta al comportamento dell’annata, ad ogni modo al massimo di 10.000 bottiglie, le quali per il 70% sono destinate all’estero, con Francia e U.S.A. con 1200 cadauna, a cui segue la Svizzera. Poche bottiglie rimangono quindi per il nostro paese, il che ci stimola la domanda di come fosse giunto a conoscere l’enoteca romana dove mi recai ad acquistarle, un piccolo ma gustoso negozio di quartiere. Ci risponde che l’enotecaria l’aveva contattato poiché un suo cliente che spesso si reca in Francia gliene aveva portato una bottiglia in assaggio trovata lì. Sappiamo di chi si tratta: il nostro amico!

I grappoli solo in parte sono diraspati, sempre decisione soggetta all’annata. Ad esempio nel 2023 il grappolo era intero al 100% della massa. La funzione del raspo in annate calde è quella di diluire, poiché al suo interno contiene acqua. Inoltre, oltre alla capacità drenante, si aggiunge quella di fornire i tannini, per estrarre i quali occorre fare attenzione al suo colore che deve tendere al giallo o al giallo/bruno.

Pigiatura con i piedi in cassette, soffice e leggera, per iniziare un lieve ammostamento, per poi caricare il contenitore in acciaio a strati alternati, come una torta millefoglie, di uva e ghiaccio secco azotato a – 80 °C  con un solo rimontaggio. Dopo 3/4 giorni, quando il cappello non bolle più, inizia con le follature, due volte al giorno, tramite un pilone di legno fabbricato da un falegname, che al termine del processo sarà sanificato col fuoco.

La macerazione, a seconda dell’annata, varia dagli 11 ai 18 giorni, e Marco, quotidianamente, alle ore 11 e alle ore 17, a pupille pulite, assaggia la massa, svinando solo quando i tannini gli seccano il palato, purché gli zuccheri siano interamente svolti. Segue malolattica in acciaio e passaggio in botti, tutte tonneau da 500 litri (ne abbiamo contate 23), senza effettuare travasi e con frequenti bâtonnage, e l’assaggio di una volta al mese. Permane nelle botti per 16/18 mesi, tranne che il Rosso di Valtellina per 8 mesi.

Osservazione a margine sull’etichetta della bottiglia, simile alle tre tipologie, bella e comunicativa, creazione dell’ex compagna di Marco e influenzata da un suo viaggio in Africa. È l’abbraccio di una mano alla montagna, le cui dita affusolate tipiche dell’arte senegalese si fondono stilisticamente nei terrazzamenti valtellinesi. Un’immagine fortemente evocativa e riuscita che nell’etichetta è stata leggermente modificata, rendendo differente l’altezza delle due cime della montagna, che nel bozzetto originale sono pari.

Durante la nostra visita, avvenuta nel tardo pomeriggio del 2 maggio anno corrente abbiamo avuto l’occasione di assaggiare quattro campioni da botte, di seguito le nostre impressioni.

ROSSO DI VALTELLINA 2023

Questo vino è frutto dei vigneti situati tra i 450 e i 600 metri di altitudine. L’annata calda non ha consentito la consueta produzione, ridotta a 3000 bottiglie. Piacevolmente fresco, elegante, con tannini ancora troppo evidenti e da arrotondare e con un leggero sentore amarognolo sul finale. C’è frutta a piccola bacca rossa ovviamente, come un acerbo lampone di bosco, ma anche molta spezia da pepe bianco.

VALTELLINA SUPERIORE INFERNO 2023

I vigneti dell’Inferno sono omogenei in altitudine, essendo situati tra i 460 e i 490 metri. La riduzione di produzione è stata decisamente più netta, passando dalle 4500 bottiglie del 2022 a 2500 dell’anno in questione. Si tratta di un vino più austero, importante, fresco ed elegante. Marco Ferrari paragona, come me, l’Inferno al territorio di Serralunga D’Alba del Piemonte, sua zona prediletta. Pur presenti, i tannini sono più delicati di quanto mi aspettassi. Ci spiega Marco che l’Inferno rispetto al Sassella appare pronto in tal senso molto prima. Vino materico, spezie quale il pepe verde e nell’ambito di queste la liquirizia. Ma soprattutto emergono note di genziana ed erbe alpine, ad esempio l’erba iva come qui in Valtellina è chiamata l’achillea muschiata, o di radice, la ruta.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2023

Circa duemila bottiglie ottenute dal vigneto di proprietà situato a 480 metri d’altitudine. Si conferma meno pronto e tannico. All’inizio la Sassella ha tannini aggressivi, tuttavia, col tempo, supera in morbidezza e setosità l’Inferno. Insomma la prima è una maratoneta, mentre il secondo gareggia in pista. Molte spezie di meno ed erbe aromatiche del precedente, giusto un cenno di timo. Maggiore invece è l’apporto di frutta a piccola bacca rossa, ancora lampone poco maturo e fragolina di bosco acerba. Fiori, petali di rosa, in un vino dotato di freschezza e aromaticità. Il finale è centrato sui tannini.

VALTELLINA SUPERIORE SASSELLA 2022

L’annata ha consentito una composizione differente, con la percentuale di uva diraspata al 30%. Sorride Marco sull’andamento dell’annata, poiché ci dice di non avergli complicato la vita, quasi gli dispiaccia e che ami le sfide, anzi che è stata facile da lavorare e diverrà un vino che si lascerà bere con semplicità, per via dei sapidi tannini presenti nel vino che la richiamano. Agevole, tendente al morbido, materico e con decise note di fruttato di bosco, anche di ciliegia, e suggestioni di macchia mediterranea.

Marco è un curioso endemico e come San Tommaso deve provare per convincersi. Assieme ad altri due colleghi valtellinesi, Marino Lanzini e Pizzo Coca di Lorenzo Mazzucconi e Alessandro Aldisquarcina, entrambe aziende a Ponte in Valtellina, stanno sperimentando a vinificare in biodinamica. Ho come l’impressione che il futuro ci riserverà ulteriori sorprese.