Lombardia: Costa Jels – Dalle viscere della terra il Metodo Classico di Nove Lune

Alessandro Sala, patron della cantina Nove Lune, ha presentato alla stampa la sua ultima creazione: il Metodo Classico Costa Jels, che affina in miniera per 60 mesi, frutto di un progetto lungo anni. Un vino che rappresenta l’innovazione e la sostenibilità nel mondo enologico.

Siamo a Gorno, piccolo comune della Val del Riso ad un’altitudine di 830 m s.l.m. in provincia di Bergamo, qui si trova il complesso minerario, ormai in disuso, Costa Jels.

La Miniera è stata produttiva dall’Ottocento agli inizi degli anni Ottanta, ma la sua storia risale all’epoca romana, quando veniva estratto il minerale rossastro ora noto come calamina. Qui venivano mandati i condannati al carcere per “cavar il metallo” (damnatio ad metalla).

La storia prosegue nel periodo medievale, anche se non si hanno notizie documentate sulla continuazione dell’attività estrattiva. Si sa però con certezza che riprense nel 1500, quando un ingegnere illustre, Leonardo da Vinci, si recò in visita alla miniera. Nel 1800 si registrò un forte sviluppo del comparto estrattivo, fino ai tempi recenti.

Ancora oggi sono ancora ben riconoscibili gli impianti minerari ormai dismessi: gallerie, teleferiche, binari.

L’evento di presentazione ha dato l’opportunità di esplorare le gallerie sotterranee, accompagnati da guide locali, tra i cunicoli che svelano il lavoro faticoso dei “minadur” (minatori) e dei “galecc” (ragazzi addetti al trasporto a spalla di minerale) e quello paziente delle “taissine” (cernitici di minerale). Racconti di sofferenze, di dolore, ma anche di tanta umanità e solidarietà che hanno visto protagonista la gente del luogo.

All’ingresso uno spazio riservato allo stoccaggio delle bottiglie, un ambiente molto particolare con condizioni differenti rispetto a quelle di una tradizionale cantina: temperatura costante di 10 gradi, umidità al 95%, assenza di luce e vibrazioni.

Ogni dettaglio è stato meticolosamente studiato per creare un prodotto unico nel suo genere. La selezione delle uve Bronner, Johanniter e Souvignier Gris, varietà che grazie alla loro naturale resistenza alle malattie richiedono pochissimi trattamenti chimici, rappresenta il punto di partenza di questa creazione.

Il mosto, privo di residui, viene lavorato nella moderna cantina di Cenate Sopra, dove, dopo la fermentazione, inizia il suo lungo percorso di affinamento. Il vino sosta per circa un anno e mezzo in cantina, diviso tra barrique di rovere francese e contenitori in acciaio, atti a svilupparne complessità e carattere.

Dopo le operazioni di tiraggio, le bottiglie vengono adagiate nel ventre della montagna, dove rimarranno almeno altri cinque anni sui lieviti. Al termine di questa lunga maturazione, e raggiunta la maturità desiderata, le bottiglie vengono riportate in cantina per le fasi di remuage, sboccatura e confezionamento, completando così un processo di affinamento naturale e rigoroso.

La conclusione del giro è in un’ampia caverna, luogo suggestivo dove l’illuminazione calda e soffusa crea un gioco di ombre e luci che mette in risalto le pareti rocciose. L’aria umida si percepisce dalle goccioline di condensa sul calice una volta versato il vino.

Ad attenderci un ricco buffet di prelibatezze locali (i formaggi dell’Azienda Agricola La Masù prodotti con latte di capra e affinati in grotta sono qualcosa di strepitoso) e Alessandro con Gabriele (l’altro enologo della cantina): il momento tanto atteso è infine arrivato, e le bottiglie sono pronte per essere stappate.

Arriviamo alla degustazione: un perlage ricco, paglierino tenue; note olfattive che ricordano la nocciola tostata, frutta matura (mela e pera) e un’acidità vibrante con bella cremosità di bocca a chiudere sul finale. 

L’Ecomuseo della Miniera di Gorno è una rigorosa conservazione del patrimonio minerario, il merito di Alessandro Sala è stato ed è quello di contribuire alla sua valorizzazione:

“Mi accorgo pertanto della fortuna che mi è stata data, la fortuna di poter fare qualcosa affinché quei cunicoli bui e inospitali inseriti come ferite nel ventre della montagna potessero rivivere e con essi tutte le persone che hanno lasciato molto, anche la vita per realizzarli. Le virtù dei padri potranno essere ricordate continuando ad estrarre dalla montagna, certo non più polverosi minerali ma un prodotto che possa dare gioia e serenità, quasi potesse sussurrare che le loro fatiche non sono state vane e stanno ancora dando dei meravigliosi frutti”.

Il valore aggiunto di questa collaborazione è rappresentato ora dalla possibilità offerta a quanti lo desiderino di partecipare a visite esperienziali con il racconto della vita e del lavoro dei minatori e con una degustazione degli eccellenti vini di Nove Lune.

Prosit!

https://www.nove-lune.com

Gli Alta Langa di Contratto 1867

“Nella distesa calma di questo luogo d’incanto”, così Giuseppe Ungaretti descriveva Canelli.

Perdersi tra le sue colline è un’esperienza affascinante e suggestiva: panorami mozzafiato con dolci pendii coperti di vigne. Canelli, situata nel cuore del Piemonte in provincia di Asti, è famosa per i suoi vigneti e le sue cantine storiche, in particolare per la produzione di spumante Metodo Classico e vino Moscato.

Il centro storico di Canelli presenta edifici di interesse architettonico, tra cui chiese, palazzi e antiche cantine. Le “cattedrali sotterranee”, ovvero le storiche cantine scavate nel tufo, sono una delle attrazioni principali.

La loro costruzione risale ai primi del Novecento, quando i produttori di vino iniziarono a scavare nel tufo per creare spazi freschi e bui ideali per la fermentazione e l’affinamento del vino. Le cantine si estendono per diversi chilometri e presentano ampie sale con archi e colonne che richiamano lo stile delle cattedrali.

Le cattedrali sotterranee di Canelli sono state riconosciute come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2014, grazie alla loro importanza storica e culturale nel panorama vitivinicolo. Questi luoghi non solo rappresentano un esempio di ingegneria e architettura, ma sono anche un simbolo della tradizione vinicola piemontese.

Ed è proprio la storia di una di queste cantine che vi voglio raccontare: Contratto 1867 che ho avuto il piacere di visitare.

Fondata da Giuseppe Contratto, la cantina è tra le più antiche della regione e ha giocato un ruolo importante nella storia del vino spumante italiano. Fu la prima, nel 1919, a produrre uno spumante metodo classico millesimato. Una scelta innovativa da parte della casa piemontese che mirava ad esaltare le caratteristiche di ogni singola annata.

Contratto 1867 è anche apprezzata per il suo impegno nella sostenibilità e nella salvaguardia delle tradizioni vinicole locali. Si è evoluta nel corso degli anni, ma ha mantenuto un forte legame con il territorio e le sue tradizioni, continuando a produrre vini che riflettono il carattere unico della regione.

L’azienda non è solo un luogo di produzione, ma anche patrimonio culturale. Le gallerie sotterranee, localmente chiamate Infernot, sono decorate con botti di legno e bottiglie di vino, creando un’atmosfera suggestiva.

Le gallerie furono costruite dal lontano 1872 e furono impiegati oltre 200 operai che le scavarono a mano, utilizzando strumenti tradizionali. Il lavoro era molto laborioso e richiedeva una grande abilità, poiché gli artigiani dovevano fare i conti con la durezza della pietra arenaria. Oggi le cantine sotterranee di Contratto 1867 coprono una superficie di 5.000 metri quadri, più o meno la grandezza di un campo da calcio, e quasi 40 metri di profondità massima.

Per quanto riguarda la produzione è d’obbligo fare un excursus storico che parte dai primi anni del Novecento, epoca in cui la cantina produceva Asti Champagne e Moscato Champagne utilizzando la dolce uva moscato della regione. La dolcezza era una caratteristica naturale di questi vini spumante, rispetto alle bollicine francesi che erano portate a secco e solo in un secondo momento “dolcificate” con il liquer de tirage.

Dobbiamo attendere gli anni Venti per vedere la produzione trasformarsi dal dolce al secco. Questa tendenza verso un vino più secco era dettata dal cambiamento del gusto britannico. Lo sviluppo di una produzione nota come Brut “For England” fu la testimonianza di una notevole quantità di spumante Contratto da esportazione verso il Regno Unito e le sue colonie (il Commonwealth).

Ecco la mia degustazione:

  1. BLANC DE BLANC PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG prodotto con le uve provenienti dai vigneti di Bossolasco, comune situato nella provincia di Cuneo, dove il terreno è marnoso calcareo, argilla chiara e abbastanza fertile con una buona componente minerale. 100% Chardonnay, unico e raffinato che presenta aromi freschi e piacevoli, insieme a una struttura elegante. Al palato la sua precisione è immediata: ogni sorso è caratterizzato da una acidità vivace, rendendo il vino estremamente rinfrescante. La sapidità è ben presente. Il Perlage è molto fine. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • FOR ENGLAND BLANC DE NOIRS PAS DOSE’  – Alta Langa DOCG, spumante inizialmente prodotto per dilettare il palato più secco del mercato inglese, oggi lo troviamo con due bellissime espressioni di Pinot Nero: Blanc de Noir e Rosè. Al naso esprime profumi di frutta bianca, con note floreali e agrumate; al palato un finale asciutto, che lascia una piacevole sensazione di pulizia e freschezza in bocca. La “collana” di bollicine che si forma lungo il bicchiere sono sinonimo di un perlage fine e persistente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • BACCO D’ORO BRUT – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay, spumante storico della cantina, il Bacco d’Oro è l’unico spumante dosato prodotto da Contratto. Al naso si apre con sentori intensi di fiori di pesco, miele e frutta secca; sentori di pane tostato o brioche. Cremoso e avvolgente, equilibrato, con una piacevole freschezza che bilancia la sua struttura, regala note di frutta matura e agrumi e marzapane. Il perlage fine e cremoso. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.
  • MILLESIMATO PAS DOSE’ – Alta Langa DOCG 80% Pinot Noir, 20% Chardonnay.Qui si mostra la volontà di produrre solo spumanti di annata, che vadano quindi ad enfatizzare le peculiarità e le caratteristiche del clima e del terroir di quell’anno. I profumi sono morbidi e delicati, con sentori floreali e agrumati. Al palato si mostra fresco e sapido, dotato di una bolla fine e avvolgente. Almeno 42 mesi di affinamento sui lieviti. Il remuage avviene manualmente.

Una menzione a parte meritano le etichette, vere opere d’arte. Dall’annata 2007 si è deciso di utilizzare in etichetta le celebri raffigurazioni di Leonetto Cappiello, uno dei padri del moderno cartellonismo italiano, tratte dalla campagna pubblicitaria Contratto, uscita tra il 1922 e il 1925.

I Contratto rimasero alla guida della cantina fino al 1993, quando la famiglia Bocchino, già proprietari dell’omonima distilleria, presero le redini dell’azienda iniziando una notevole opera di ristrutturazione della Cattedrale del Vino, della corte interna e della sala di degustazione.

Giorgio Rivetti, da sempre grande amante dello Champagne, inizia a collaborare con Bocchino, intuendo fin da subito il grande potenziale della storica casa spumantistica. Poco dopo, nel 2011, i Rivetti decidono di compiere un passo importante e acquisiscono la cantina. La filosofia e la passione che hanno reso celebre La Spinetta, si riflettono immediatamente in questo nuovo progetto.

Se non avete ancora avuto modo di visitare la cantina o di degustarne i vini, scegliete Contratto e lasciatevi sorprendere.

Prosit!

Abruzzo: Citra Vini – il volto umano della grande cooperazione

di Luca Matarazzo

Numeri, numeri, numeri! La Cooperativa Vitivinicola Citra si presenta, anzitutto, con le cifre della propria produzione in Abruzzo.

Circa 6000 gli ettari suddivisi in 3000 famiglie raggruppate tra 9 realtà cooperative, per un totale di 35 milioni di bottiglie prodotte ogni anno.

Importi ragguardevoli, da colosso enologico, che sembrerebbe – almeno all’apparenza – concentrarsi troppo su etichette e margini di bilancio e meno sulla qualità di vertice.

Non è il nostro ruolo quello di giudicare il lavoro svolto da centinaia di maestranze, indotto incluso. Ciò che possiamo fare, invece, è analizzare il livello di compiutezza del progetto, che ha visto nel 2018 l’ingresso dell’enologo Riccardo Cotarella in qualità di consulente esterno.

I cambiamenti rispetto al 1973, anno di nascita, sono evidenti, con la nuova cantina di vinificazione (a dir poco immensa per estensione complessiva) e la mappatura di 100 ettari particolarmente vocati, per creare delle selezioni di maggior appeal tra critica e pubblico.

L’enologo Davide Dias e Pina D’Eusanio

L’Abruzzo è sempre stato “affezionato” al concetto cooperativistico, in linea con gran parte delle realtà vitivinicole del centro e Sud Italia. Gli esempi positivi sono sotto gli occhi di tutti: si può lavorare uniti e fare comunque attenzione a non perdere di vista il sentiero giusto, quello del fare bene.

Seguendo la normale presa di coscienza nel visitare aziende delle dimensioni di Citra, resto piacevolmente colpito dall’organizzazione molto familiare dei vari procedimenti. Mi accompagnano, nella visita, Davide Dias, uno degli enologi interni, e Pina D’Eusanio attuale creative designer del brand.

I proprietari terrieri operano lungo l’intera provincia di Chieti, per valorizzare al meglio le espressioni delle varietà autoctone Trebbiano Abruzzese, Pecorino, Passerina e Montepulciano. Sbalorditivi i fusti di acciaio inox termocontrollati fino a 5000 hl di volume.

Un pensiero alla bottaia, fatta da contenitori di varie dimensioni e passaggi essenziale per i vini rossi; alle 4 linee di imbottigliamento con impianto di microfiltrazione ed agli studi recenti compiuti sulla spumantistica, con la riscoperta dei “vitigni minori” Montonico e Cococciola.

Particolare motivo di orgoglio riveste la “Barilaia”, ovvero una barricaia suddivisa in due aree, con più di 600 barrique poste a temperatura ed umidità costanti per la fermentazione e l’affinamento dei vini bianchi.

I principi fondanti di Citra implicano il concetto di auto responsabilità, eguaglianza ed equità, per far sì che si cresca in armonia e con vantaggi economici per l’intera comunità.

La degustazione

Molti ricordano l’etichetta Caroso – Montepulciano d’Abruzzo – prima espressione ufficiale in bottiglia di Citra. Oggi parleremo, oltre a questa, anche di 2 campioni Metodo Classico, un Pecorino ed un’altra versione di Montepulciano d’Abruzzo dalla concezione modernista.

Fenaroli Brut Metodo Classico – da uve Pecorino in purezza, con 12 mesi di sosta sui lieviti. Una porta di ingresso, immaginiamo, per trovare la giusta quadra tra piacevolezza e controllo delle acidità vibranti del varietale. La bollicina tende alla grassezza, ma la parte sapida gioca in equilibrio con le note di erbe officinali e frutta secca. Lo rivedremo nel prossimo futuro.

Fenaroli Brut Metodo Classico Rosè – Montepulciano 100% più gustoso e salino del precedente. In una sola parola è un vino già “definito” che può coinvolgere la scelta a tavola in abbinamenti versatili tra pasta, carni bianche e pesce. Finale di sottobosco molto identitario.

Tegèo 2020 – CodiceVino – un Pecorino accomondante, dall’ampio corredo floreale (glicine e gelsomino) con coda fermentativa in fusti di rovere di vario passaggio. Sorso ampio e speziato, su finale avvolgente con piccolo calo nella sua fase di scorrevolezza.

Tegèo 2019 – CodiceVino – veste in tela di jeans anziché in seta come il precedente, ma è pieno di carattere e vitalità. Salmastro, balsamico, dalle nuance tropicali ed una mordenza marina di forte impatto.

Caroso – Montepulciano d’Abruzzo 2018 – grande agilità e belle fragranze di liquirizia e fragoline selvatiche. Di concezione meno estrattiva e dalla giusta maturazione polifenolica. Resta il ricordo anche dopo qualche minuto dall’assaggio.

Caroso – Montepulciano d’Abruzzo 2015 – note di surmaturazione che faticano a smaltire la potenza nel bevante. La trama tannica è pregnante, richiedendo al degustatore l’attesa paziente per domarsi. Nel complesso un fulgido esempio di quanto stia cambiando la filosofia produttiva anche in Abruzzo.

Torrepasso 2018 – CodiceVino – identica estrazione del Caroso 2018 eppure sembra più concentrato. Necessita di ulteriore tempo in bottiglia, un vino muscolare e declinato interamente su sfumature di pepe nero ed amarene sotto spirito. Due volti della stessa medaglia.

Puglia: San Severo – un “tesoro” da bere

di Serena Leo

San Severo è davvero un “tesoro” da bere. Su 20Italie le info must have per approcciarsi alla città delle bollicine.

Una Puglia diversa dal solito è possibile, basta virare verso destinazioni meno blasonate per scoprire storie da bere veramente interessanti, proprio come quella di San Severo. Per iniziare questo viaggio fuori dall’ordinario andremo in Capitanata, dove il grano cresce guardando il Gargano, alla scoperta di bollicine insolite.

Per i Wine Lovers sempre a caccia di novità ecco dei must have, informazioni essenziali per arrivare preparati alla scoperta, tappa dopo tappa, del distretto spumantistico a pochi passi da Foggia. Iniziamo, allora questo ideale viaggio, lo promettiamo, spumeggiante.

Sapersi ben definire:

San Severo ha una storia commerciale di lungo corso. Secoli e secoli passati ad essere crocevia per merci di ogni tipo e buone idee, si è sempre distinta come terra vocata per lo scambio di uva e mosto da taglio. Da qui partivano, e partono ancora oggi, cisterne dirette verso terre viticole blasonate. Una vera e propria fortuna, ma anche una piaga diremmo, che per anni ha sacrificato le potenzialità territoriali.

Alcune cantine e cooperative, verso la fine degli anni Sessanta nel clou del commercio “da taglio”, pensarono di iniziare a destinare una parte della produzione all’imbottigliamento e alla definizione di questa terra come realtà vitivinicola. Ecco come nel 1968, per la prima volta in Puglia, arriva la DOC di San Severo per il Bianco e per il Rosso. Un primo passo per attestarsi la qualifica di comunità che sul vino affonda davvero le sue radici.

Le uve destinate a rientrare nella denominazione sono per il bianco il Bombino Bianco e il Trebbiano, mentre per il rosso Montepulciano e Sangiovese. Ovviamente in piccole percentuali sono ammessi gli autoctoni a bacca bianca e rossa, come l’Uva di Troia, gioiello ancora da scoprire come merita. Comincia un nuovo corso storico.

Cosa succede in vigna?

Ma perché San Severo e dintorni genera tanta curiosità? Certamente per il suo terroir. Posizionata a circa 100 metri sul livello del mare, ventilazione importante attenuata dal Gargano, suoli sabbiosi in superficie e calcarei in profondità, mportante scheletro per garantire il prosperare di vitigni dalle grandi potenzialità, spesso sottovalutati. Stiamo parlando del Bombino Bianco che diventa quasi un tratto distintivo insieme al Trebbiano.

Quando si parla di grandi numeri in fatto di vini e, soprattutto, se si parla della Puglia di altri tempi, pensare alla tipica coltivazione a tendone delle vigne sembra inevitabile e certamente a San Severo non si fa eccezione. Gli impianti più antichi, quelli degli ani Sessanta per intenderci, preservano una curiosa struttura tipica della DOC San Severo, quindi troveremo piante di Bombino Bianco alternate al Trebbiano. Un blend che parte dalla terra, il segreto per velocizzare il lavoro massiccio in vigna e in cantina.

Parola d’ordine: sperimentare!

Il Bombino Bianco è generoso per vocazione e questo è un fatto assai noto. Studiato attentamente dai produttori storici di San Severo, che con gli spumanti e champagne ha sempre avuto un certo feeling – perché anche da qui partivano cuvée destinate alle bollicine di Francia – si è cercato un modo per caratterizzare questa terra con un’identità enologica ancora in via di progresso.

La parola d’ordine, che è sperimentazione, ha portato alla ribalta il Bombino Bianco con un’intuizione di Antonio D’Alfonso Del Sordo. Fu lui a sperimentare con il Metodo Charmat la spumantizzazione del Pagadebit (altro termine utilizzato per il Bombino Bianco) per eccellenza. Il risultato? Vincente. Da qui si è aperto un varco pronto per invertire la tendenza estremizzata all’export verso nuove frontiere. Ad oggi la trovata dell’azienda vitivinicola D’Alfonso Del Sordo ha rivoluzionato la concezione del Bombino Bianco sanseverese.

E poi venne il Metodo Classico

Il bello della Puglia è che una buona idea, se realizzata con il giusto entusiasmo e quel pizzico di lungimiranza necessaria, diventa un modo per reinventarsi. Se il Bombino Bianco ha saputo dire la sua come spumante Metodo Charmat (o Martinotti), perché non provare a realizzare un Metodo Classico autoctono? A portare avanti questa mission sono stati tre amici sanseveresi dai destini diversi, il cui nome aziendale nasce da un acronimo: D’Araprì. Con loro è iniziata una vera e propria “rivoluzione dell’autoctono” portando il Bombino Bianco a un mercato inedito, quello del Metodo Classico.

A seguire la tendenza, negli anni, sono stati molti altri produttori che hanno puntato certamente sulle uve di casa, giocando con soste sui lieviti sempre più estreme. Ad aggiungersi al successo del Bombino è la Falanghina, potente, che in Capitanata ha trovato casa. Insomma, oggi San Severo è un vero e proprio hub in cui si sperimenta e produce il vero Metodo Classico di Puglia.

Full immersion nelle cantine ipogee:

A San Severo il vino si è sempre fatto nelle cantine ipogee, dei locali sotterranei che si snodano per tutto il centro storico. L’odore di questi spazi è inconfondibile e ricordano la tradizione, tempi andati, fatiche lontane. Oggi qui non si ospitano più le procedure per la vinificazione, ma resta la testimonianza di ciò che è stato, trasformando ogni angolo quasi in un museo, alternando antiche pupitres che ospitano gli spumanti del futuro. Nel centro storico ci sono diverse cantine ipogee visitabili, ove si possono degustare gioielli d’annata.

I numeri della produzione odierna di bollicine:

Attualmente le bottiglie di spumante prodotte a San Severo e dintorni sono circa 200000 bottiglie annue. Grazie anche a nuovi produttori che desiderano mettersi alla prova, un po’ per curiosità, un po’ per lavoro, cresceranno ancora. Gli spumanti di San Severo sanno farsi apprezzare anche al di fuori del confine regionale, ma con la fatica di strategie non sempre condivise.

A mancare sembrano essere ancora delle direzioni comuni, azioni in grado di tracciare una direzione futura univoca. A tal riguardo i produttori, dai più piccoli ai più grandi, caratterizzano al meglio i loro prodotti per raccontare uno spaccato sociale diverso dal solito, che ha saputo farsi notare dalla cronaca non sempre attenta.