Idee per il Ferragosto: il libro “Radici, storia di un’impresa familiare” di Piero Mastroberardino

Radici è il nome del progetto agronomico e vinicolo voluto da Antonio Mastroberardino nel 1978. Ha dato il nome a un Taurasi, a un Taurasi Riserva e a un cru di Fiano di Avellino. Oggi è il titolo del romanzo di Piero Mastroberardino, Radici, storia di un’impresa familiare, edito da Solferino.

Piero Mastroberardino, decima generazione della famiglia di viticoltori di Atripalda (AV), ripercorre attraverso documenti antichi, lettere commerciali e carteggi privati, la storia dei propri avi a partire da quel Pietro Mastroberardino che nel 1735 inizia ad acquisire le terre che costituiscono l’attuale patrimonio della cantina: circa 250 ettari.

Una vera e propria impresa, con un senso ben più ampio della mera accezione economica del termine: quello di intraprendere un’attività che va oltre le capacità di un singolo individuo, diventando lo sforzo corale di una famiglia  che nei secoli ha portato avanti un’attività agricola e di produzione di vino. Lo studio minuzioso condotto da Piero sull’archivio di famiglia ci permette di conoscere i momenti salienti della storia imprenditoriale, e allo stesso tempo di entrare negli scorci più intimi, che meglio di qualunque documento ufficiale raccontano le quotidiane difficoltà e l’ingegno per superarle.

Abbiamo chiacchierato con Piero Mastroberardino nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, nell’ambito della rassegna Libri al Tramonto, organizzata dalla libreria Ubik di Vico Equense e promossa dal Comune di Vico Equense, per approfondire alcuni dei passaggi di questa storia e ripercorrere i momenti che hanno portato l’autore alla sua stesura.

Ne è emerso un romanzo denso di significati e significanti. Radici infatti può essere considerato “non solo la storia della famiglia Mastroberardino ma anche una storia del vino italiano attraverso la famiglia Mastroberardino”, racconta Piero.

A cominciare dal 1735,  con quel primo atto di compravendita tra il principe Nicolò Gesualdo e Pietro Mastroberardino, in cui si fa menzione delle viti latine, nome alternativo delle viti apiane, il moderno fiano, il più autoctono dei vitigni campani. Da quel momento in poi, la famiglia Mastroberardino ha portato avanti il proprio nome, legandolo in maniera indissolubile a quella del proprio vino.

Nel 1878 l’iscrizione in camera di commercio della Angelo & Giuseppe Fratelli Mastroberardino conferisce carattere prettamente imprenditoriale al patrimonio di famiglia. I due fratelli aprono filiali a Napoli e Roma, iniziano a partecipare a concorsi internazionali, compiono la scelta di uscire fuori dai confini della Campania, in Italia e in Europa, non per supplire in maniera anonima alla mancanza di vino dovuta alla fillossera, che in quegli anni falcidiava il patrimonio viticolo francese, ma con il preciso intento di esportare il vino di casa Mastroberardino. Scelte di imprenditori capaci di cogliere opportunità e di individuare occasioni anche nei momenti di crisi.

“Nel romanzo sono molti gli episodi in cui l’esponente di famiglia  che in quel momento regola l’attività, si fa carico del disagio e s’inventa una soluzione, una strada nuova”, ci spiega Piero, menzionando alcuni dei passi più importanti della storia, in cui si evidenziano problematiche comuni a quelle odierne: ad esempio il crollo di un mercato, e la conseguente necessità di aprirne uno nuovo.

Poi ci sono i carteggi più intimi, paralleli a quelli ufficiali. Come quelli tra Luigia e Pasqualina, sorelle e mogli rispettivamente di Giuseppe e Angelo: “smussano gli angoli e ci mostrano il volto umano di questa storia, come la necessità di “togliersi le pulci dalle vesti” o quella di ravvicinare le differenti vedute dei mariti, non sempre concordi tra loro”, continua Piero. E sulle donne di casa Mastroberardino prosegue: “Sono state grandi donne, con una grande forza. Hanno risolto problemi, hanno sciolto nodi ingarbugliati.”

Approccio moderno con mezzi e tecnologie antiche anche quello di Michele, nonno di Piero, che ancora giovanissimo, nel 1912, programma con minuzia un viaggio di lavoro negli Stati Uniti, esattamente alla stregua di un export manager dei giorni nostri. Si reca negli Stati Uniti e su sollecitudine del padre studia quel mercato, si impiega in altre attività per capirne a fondo i meccanismi. Con lui, l’impresa compie un ulteriore passo avanti: “Angelo, il pater familias, governava dal cockpit aziendale, il figlio Michele è presente fisicamente sui mercati”, racconta Piero. Americhe, Australia, Asia, Africa: non c’è continente in cui non arrivi il vino di casa Mastroberardino, grazie al lavoro incessante e ai continui viaggi di Michele.

Leggere Radici significa anche leggere alcuni dei passaggi più significativi della storia con la S maiuscola, con tutte le sfide che questa ha saputo porre alla famiglia di imprenditori vitivinicoli. Dal Volstead Act, più comunemente noto come Proibizionismo, alla Grande Guerra, dalla vicenda del Cogne su cui era imbarcata una grossa commessa per l’Argentina, sequestrata dai dissidenti di Fiume capitanati da Gabriele D’Annunzio, fino alla Seconda Guerra Mondiale, quando le cantina di Atripalda divennero rifugio dai bombardamenti e cassaforte segreta delle migliori riserve, affinchè non fossero trafugate dagli invasori.

Il romanzo si conclude con un post scriptum, In memoria di Antonio Mastroberardino, padre di Piero, Cavaliere del lavoro, colui che ha innescato il grande processo di modernizzazione della cantina, dando il via al progetto Radici, da cui ancora oggi si sviluppano floride iniziative.

“Il più grande rammarico che ho”, termina Piero, “è che mio padre non ha conosciuto questa storia in tutti i suoi dettagli, io sono stato il primo ad accedere a questo enorme archivio di famiglia. La molla è scattata dopo la sua scomparsa: forse, avrei potuto fare prima questo sforzo.”

Vale dunque la pena menzionare le poche righe a conclusione del romanzo, in cui l’autore per la prima volta parla in prima persona: “Sento, intimamente, con quest’opera, di aver scritto per suo conto, d’esser latore di un messaggio che porto dentro di me grazie al suo insegnamento.”Al termine della presentazione abbiamo degustato l’ultimo nato di casa Mastroberardino: Ripe d’Altura, blanc de blancs da greco e fiano. Il nuovo germoglio della Vigna Mastroberardino.

Il libro “La cucina napoletana” di Luciano Pignataro presentato da M. Cilento & F.llo nella sede a Chiaia

Sete preziose e pregiati tweed hanno fatto da sfondo inconsueto alla presentazione del libro La Cucina Napoletana del giornalista Luciano Pignataro, all’interno della maison M. Cilento & F.llo, storica sartoria napoletana. A fianco all’autore sono intervenuti il patron della Casa, Ugo Cilento e la principessa Giulia Ferrara Pignatelli di Strongoli, moderati dalla giornalista Emanuela Sorrentino.

“Luciano Pignataro porta Napoli nel mondo con la sua capacità di descrivere tutte le eccellenze gastronomiche di questa città”, ha commentato Ugo Cilento davanti alla stampa. Ed è proprio il concetto di eccellenza ad accomunare l’alta sartoria con la gastronomia partenopea, lo stile napoletano con la sua cucina, rendendo unico un connubio fatto di gesti semplici e di memoria.

La maison M. Cilento & F.llo, fondata nel 1780, è infatti giunta con Ugo all’ottava generazione di artisti dell’eleganza sartoriale e rappresenta una realtà imprenditoriale di pregio nel comparto dell’alta moda Italiana, non solo da un punto di vista manifatturiero, ma anche per la rilevanza dei propri archivi, dichiarati dal Ministero della Cultura di interesse storico e sottoposti a tutela.

“Quando si superano i 150 anni di attività, non si parla più solo d’impresa ma di cultura”, sottolinea Cilento; non a caso anche la cultura della cucina italiana è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’Umanità per l’Unesco.

“La cucina napoletana è lo scheletro della cucina italiana”, ha commentato Luciano Pignataro durante la presentazione. Nell’immaginario collettivo infatti la cucina italiana è spesso identificata e raffigurata con piatti della tradizione partenopea, basti pensare agli spaghetti al pomodoro e alla pizza, ormai simboli del Made in Italy in tutto il mondo. A questo proposito, il giornalista nell’introduzione al suo libro  evidenzia che “ il cibo per i napoletani è talmente importante che non hanno un sostantivo per indicarlo: usano il verbo mangiare che diventa sostantivo, ‘o magnà, ossia il mangiare.”

L’intento di Pignataro non è quello di riscrivere la cucina napoletana rispetto a quanto già codificato a partire dal Cuoco Galante di Vincenzo Corrado del 1773, quanto piuttosto ribadire il concetto che dovrebbe essere alla base di ogni tipo di cucina: la semplicità. In un periodo storico in cui il fine dining cede nuovamente il passo alla cucina di osteria, il vero cuoco, anche stellato, è quello in grado di rappresentare il territorio con una propria interpretazione della cucina tradizionale, possibilmente replicabile da chiunque.

Dalla ricca cucina dei monzù ai piatti semplici di verdura, costituiti spesso da ingredienti arrangiati, la cucina napoletana è una cucina di gioia e ben si presta a questa opera di rilettura continua, tanto che una sezione del libro è dedicata agli chef stellati e ai nuovi classici, come la parmigiana di pesce bandiera di Gennaro Esposito o la lasagna napoletana moderna di Paolo Gramaglia.

In una città in cui i contrasti convivono da sempre, la cucina diventa il comune denominatore di appartenenza e inclusione. Nella sua prefazione al testo, la principessa Pignatelli ricorda l’episodio in cui la madre, Francesca Pulci Doria Principessa di Strongoli, cucinò il ragù in occasione della visita di ospiti milanesi. Il più squisito mai mangiato, un vero e proprio ricordo proustiano: “d’altra parte il ragù è una religione in ogni famiglia napoletana, senza alcuna differenza di classe, e il migliore resta sempre quello di mammà, sia essa una popolana oppure una principessa.” Il cibo diventa quindi, nella cultura napoletana, la vera livella, tanto per citare un altro illustre partenopeo.

La Cucina Napoletana è stato edito per la prima volta nel 2016. Questa riedizione rappresenta  una versione rinfrescata, che accompagna il lettore nelle strade, nelle case e nelle cucine di Napoli grazie al contributo fotografico di Ciro Pipoli. Non si tratta solo di un ricettario,  bensì di un vero e proprio scrigno di storia e cultura partenopea: scopriamo ad esempio che il  termine scammaro – legato a una delle frittate di pasta più note – si riferisce ai monaci, che in tempo di Quaresima, scammaravano, cioè uscivano dalla propria cella per consumare il pasto di magro.

L’originale presentazione non ha tradito il suo intento anche grazie alla felice sinergia con alcune eccellenze del territorio: lo chef Paolo Surace del Ristorante Pizzeria Mattozzi, tra le più antiche pizzerie di Napoli e uno dei luoghi d’elezione del critico letterario Francesco De Sanctis; Vincenzo Setaro e Valeria Di Martino di Casa Setaro insieme allo chef Pierpaolo Giorgio, a cui è affidato il progetto di ospitalità Vigna delle Rose della casa vinicola vesuviana.  

A loro abbiamo dovuto il rinfresco che ha concluso l’evento.

SOLOPACA: una nuova era si prospetta grazie a delle Uve Rare

Qualcosa di nuovo è accaduto nel territorio vitivinicolo che va dal Taburno Camposauro alla costa tirrenica, altrimenti chiamato Sannio. Una inaspettata ricchezza ampelografica è emersa grazie a ricerche approfondite iniziate al termine del 2019.
Un quinquennio di studi scientifici di un gruppo di ricercatori professionisti per individuare e riuscire a iscrivere nel Registro Nazionale delle varietà di vite ben 11 (ma a breve diventeranno 12) nuovi vitigni, denominati “Uve Rare” per il vino di Solopaca.

Per la precisione si tratta di:

Agostina, Cocozza, Ingannapastore, Urmo, per i vitigni a bacca bianca; Arulo (altresì Vernaccia di Arulo) come sinonimia col Grero o Grero Nero di Todi, Castagnara, Reginella, Sabato, Suppezza, Tennecchia (altresì Tentiglia), Tesola nera (altresì Vernaccia di Vigna), per i vitigni a bacca nera. A questi si aggiungerà a breve la Ghiandara Bianca (altresì Aglianico Bianco).

Il “Progetto Solopaca”, modello da imitare per chi crede che l’unico passaggio possibile di un giusto rapporto dell’uomo con la natura sia quello del recupero delle tradizioni e della cura del paesaggio (come sostiene l’archeologo Massimo Botto, dirigente della ricerca CNR – ISPC) è frutto e merito dell’incontro e scambio di conoscenze fra chi del territorio ne aveva una profonda conoscenza, come Clemente Colella capofila dell’Associazione Vignaioli di Solopaca, i ricercatori del CNR, quelli del CREA, nonché i funzionari della Regione Campania e della delegazione AIS di Grosseto, che ha testato in più occasioni e fornito vari suggerimenti sui vini prodotti esclusivamente con Uve Rare.

Il frutto di questo lavoro è stata la pubblicazione di un volume di ben 430 pagine (e se allo scrivente è consentito, in qualità di bibliofilo annoso, un libro curato e ben fatto), un’opera open access e open science quindi scaricabile, dal titolo SOLOPACA Viticoltura di terroir e “Uve Rare” dal Taburno Camposauro alla costa tirrenica a cura del prof. Stefano Del Lungo, edito da Dibuono Edizioni di Villa D’Agri (Pz), presentato lo scorso 4 luglio, una data che quasi sancisce una volontà rivoluzionaria e per creare un neologismo “emersiva”, nella Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste.

Sono state tre ore di esplicazione di puro interesse per i cultori del vino e non solo, durante le quali, coordinati da Fosca Tortorelli, e dopo una introduzione della direttrice ad interim del CNR ISPC Costanza Miliani, sono intervenuti Clemente Colella per l’Associazione Vignaioli di Solopaca, Stefano Del Lungo (curatore del libro) e Antonio Pasquale Leone per il CNR, Angelo Raffaele Caputo e Vittorio Alba per il CREA, ed Emilano Leuti dell’AIS di Grosseto.

Una ricchezza di informazioni provenienti dagli studi per le quali è necessario rimandare al libro, con un’unica anticipazione che ci ha colpito: la quasi bilanciata distribuzione dei sistemi di allevamento nel territorio di Solopaca. Su un totale di 795 ettari di superficie vitata, 422 ettari vale a dire il 53% sono a spalliera, e i restanti 373 ettari a raggiera, riconosciuta e iscritta dalla ricerca nel Registro nazionale di paesaggi rurali storici, pratiche agricole e conoscenze tradizionali come “Raggiera del Taburno”.

Al termine abbiamo avuto modo di assaggiare un paio di vini di Solopaca, uno bianco e uno rosso, prodotti esclusivamente da “Uve Rare”, che hanno evidenziato una freschezza di base e facilità di beva, una nota più tendente al salino che al minerale, una presenza alcolica molto misurata, una buona acidità, e del frutto giallo per la versione bianco, e piccola frutta scura per quella in rosso, e che avendo margine di crescita lasciano presagire una loro evoluzione produttiva positiva in futuro.

MALVASIA un diario mediterraneo – presentazione del libro di Paolo Tegoni

di Maura Gigatti

Presentazione del libro dedicato al frutto a bacca bianca del docente di enogastronomia Paolo Tegoni a Ozzano Taro (PR) presso la cantina Monte delle Vigne, azienda rappresentante e portavoce della Malvasia, un vitigno di origine greca che per la grande qualità fu presto commercializzato dai veneziani durante la Serenissima.

Ed è proprio il viaggio verso la Grecia (e non solo) che intraprende Paolo Tegoni, attraverso i racconti e le realtà di piccoli produttori a cui si rivolge andandoli a trovare, pronti a introdurre le loro malvasie nel libro che odorano di mare, sole e calore. 

Il pubblico giornalistico applaude alla passione trasmessa, pronti a conoscere le varie interpretazioni della Malvasia, frizzante, ferma, dolce abbinare ai piatti dello chef Mariano Chiarelli patron dell’Antico Casale situato sulla piccola collina sopra l’azienda. 

Il sipario si alza con la verticale di Callas, Malvasia di Candia aromatica ottenuta dalla selezione dei migliori grappoli dal vecchio vigneto Montebianco e vinificata in acciaio (dalla vendemmia 2020 una parte  sarà dedicata all’anfora). 

La degustazione prende vita con la 2005, l’annata più vecchia della serie sino alla 2017.

Annate dalla propria grande personalità di espressione e di longevità, mostrando ai più scettici che il tempo regala evoluzione, ma sopratutto l’anima e la vitalità della Malvasia. Un vino che per tradizione si beve nella versione frizzante ma la grande polivalenza è il suo punto di forza, rendendolo un vino eclettico. 

“Parlare e far parlare della Malvasia” soprattutto comunicare e far comunicare agli addetti al settore  Horeca l’eccellenza del vitigno abbinato al caratteristico territorio parmense, sono le parole di Lorenzo Numanti amministratore delegato di Monte delle Vigne, mentre Andrea Bonini, agronomo, spiega che è molto importante lavorare in campagna, portare uve sane in cantina che avranno macerazioni lunghe, ricche di estrazione. Uve che diventeranno Callas, in onore della più importante soprano italiana di origine greca come la Malvasia. 

Callas 2005 

Materico e gastronomico, note terziarie di caffè e tartufo. Ampio e suadente il palato, agile al sorso, cremoso il finale con rintocchi di uva sultanina, fieno secco in buono stato complessivo. 

Callas 2008

La star assoluta introdotta da un naso complesso e variegato. Elegantemente… elegante!!

Callas 2011

Riconduce verso idrocarburi, sviluppi balsamici, miele. Giusto l’equilibrio. 

Callas 2015

Articolato nel porsi al calice. Iris, miele, poi di nuovo sbuffi timidi e socchiusi di fiori bianchi. 

Callas 2017

Solare e raggiante, mostra la verve accattivante dell’essere Malvasia. Finale su nuance erbacee.

“Alle radici del Barolo” nel cuore di Taurasi

di Luca Matarazzo

Barolo e Taurasi: semplice ossimoro o simboli di lontane appartenenze?

A presentare il nuovo libro edito da Slow Food, scritto da Armando Castagno con introduzione storica di Lorenzo Tablino e fotografie di Clay Mclachlan, è stato l’autore stesso accompagnato da una straordinaria degustazione di 6 campioni di Barolo.

Parlarne proprio a Taurasi, nel cuore dell’Irpinia, ha una valenza doppia. Prima di tutto per l’importante affluenza di professionisti del settore, stampa e semplici appassionati che ha reso l’atmosfera carica di emozioni quasi sacrali. Secondariamente, e cosa non di meno conto per il sottoscritto, per lo strano parallelismo che ha sempre legato due areali profondamente diversi.

Eppure, a rileggerne i tratti salienti della storia, qualche legame sottile ed elastico resta presente, ben al di là della (discutibile) citazione da vox populi “Il Taurasi è il Barolo del Sud”!

Superando le ovvietà, bisogna riconoscere ai produttori delle Langhe la capacità di scommettere sulla rinascita di un intero movimento. Lo hanno saputo fare, come sempre accade nel gioco tra le parti, conservando storicità e tradizione, ma non tralasciando le spinte delle giovani leve verso tecnologia e ricerca di qualità. La vigna da sola, pur straordinariamente bella e produttiva, non può bastare. A buon intenditor…

Nelle splendide sale del Castello Marchionale, alla presenza di Alessandro Barletta fiduciario della condotta Slow Food Colline dell’Ufita e Taurasi, di Alessandro Marra ed Adele Granieri coordinatori, tra le molteplici attività, della sede di Napoli di Banca del Vino e del consigliere del Comune di Taurasi Pierluigi D’Ambrosio, ha preso forma l’incontro tra il nobile Nebbiolo, con le sue nuance delicate, proseguito a cena in un clima di amicizia con alcune espressioni sublimi del forzuto Taurasi.

Del secondo spazio ne parleremo in altra occasione; oggi la scena e le parole vanno tutte ad Armando Castagno, penna conosciuta in ambito nazionale ed internazionale, grazie all’amore per la Francia e per molti territori del vino italiano.

Armando Castagno

“Armando, il rapporto Barolo – Italia sta diventando un affaire solo per pochi e per le esportazioni, o ci sono speranze di comprare a buon mercato anche per i clienti del nostro Paese?”

Risposta: “La speranza esiste, a patto di cercare oltre il banale, oltre lo scontato. I Barolo che hanno visto aumentare il valore sul mercato è frutto a volte di speculazioni del mercato stesso e non della volontà del singolo produttore. Molti giovani si affacciano alle luci della ribalta con piccoli appezzamenti, magari conseguiti con debiti personali e abbiamo ancora tante cose da scoprire. I giovani vanno investiti di tale responsabilità, con mentalità aperta da parte nostra e vini che abbiano un prezzo sensato”.

La seconda domanda non poteva prescindere, invece, il confronto con le storicità di altre Nazioni: “In una scala da uno a dieci come vedi il vino italiano a confronto di altre nazioni come la Francia?

Risponde Armando in maniera netta: “per me i produttori non hanno nazionalità, sono tutti conterranei. Tralasciamo le questioni geopolitiche, credimi i nostri vini non hanno nulla da temere paragonati ad altri”.

Comincia così la dimostrazione sul campo di quanto affermato, con la proposta di sei eccellenze scelte direttamente dal caveau della sede di Banca del Vino a Pollenzo. Un progetto di Slow Food che mira ad accrescere la cultura su territori lontani, mescolando nord e sud in una sorta di unità enologica scevra da campanilismi e preconcetti.

I produttori che aderiscono tesserandosi possono poi rivendere le proprie etichette alla Banca stessa, che le conserva in cantina in attesa di incontri divulgativi come questa occasione. Useremo la scala a punteggio, indicando per onestà non una vera graduatoria (non necessaria al racconto), ma solo con il fine di agevolare il lettore.

Campione n.1: Barolo 2016 “proprietà in Fontanafredda” – Fontanafredda – un frutto possente, forse a tratti eccessivamente nervoso. Nota speziata elegante sulla parte finale, resta ancora contratto per esuberanza giovanile. 89/100

Campione n.2: Barolo 2015 Monvigliero – Fratelli Alessandria grande succo, essenze floreali tipiche, dimostra buona evoluzione e termina su mineralità stuzzicante. 92/100


Campione n.3: Barolo Riserva 2013 Bussia “Vigna Mondoca” – Oddero la perfezione non esiste, neppure per il Barolo. Non al meglio della forma, uno di quei casi (pochi per fortuna) che bisogna saper accettare. Al netto delle note secche ed asciuganti, resta comunque l’integrità di piccoli frutti di bosco che merita giusta attenzione. Ci asteniamo dal punteggio, sperando di riassaggiarlo in futuro.

Campione n.4: Barolo Brunate 2008 – Poderi Marcarini – straordinario. La fase boisée è attenta e curata. Ottimo succo con riverbero di agrume e iodio. 94/100


Campione n.5: Barolo Riserva 2005 – Casa E. Mirafiore – note di salsa di pomodoro, fungo e sottobosco. Fase ferruginosa davvero intrigante, peccato per una puntina calorica sul finale. 91/100


Campione n.6: Barolo “Liste” 1996 – Borgogno – ormai pressoché introvabile. Rivela ancora acidità elevatissime da arancia sanguinella fusa al salmastro. Appaga dall’inizio alla fine, pur nella sua severa asuterità. 96/100

“Storie di vite – Alla scoperta del vino tra itinerari e racconti”

di Titti Casiello

“Un altro libro sul vino, potrebbe pensare qualcuno”. Così si autodenuncia, nella sua introduzione a Storie di vite – Alla scoperta del vino tra itinerari e racconti, il wine-teller e scrittore Salvo Ognibene, aiutato nella stesura dell’opera dal prezioso contributo di Gherardo Fabretti, Filippo Moschitta e Antonello De Oto.

Un libro diverso sul tema potrebbe, invece, pensare un pubblico attento al termine della sua lettura. Si pone a metà strada tra un saggio ed un racconto, intrecciando la storia del vino con quella dei vignaioli e ricordando testualmente dai suoi estratti come terreno, vitigno e condizioni atmosferiche necessitano sempre della mano sapiente dell’uomo, senza la quale nulla sarebbe comunque possibile.

Perché sono loro, i “Maestri di vino” così definiti da Fabretti, gli ambasciatori della Terra che hanno creato le condizioni affinché il loro vino riflettesse, e amplificasse, il prestigio di un intero territorio e con esso, dunque, anche di una comunità. Nello scorrere dei paragrafi, suddivisi in quattro capitoli ognuno a firma di un singolo autore,  si osserva una costante pressoché univoca, che mira a sollecitare il lettore verso un’immagine del vino non come un prodotto a se stante, ma come un bene che ha accompagnato lo sviluppo umano e territoriale diventando esso stesso, dunque, un prodotto della cultura e della storia.

Salvo Ognibene

Una storia, però, che non sempre è andata di pari passo con quella delle sue norme. Nulla di così tanto diverso di quanto non avvenga in ogni Stato politico che si rispetti, anche per ben altre e diverse questioni, tra chi gioca di coalizioni e chi di opposizioni pur di far valere le proprie scelte individuali. Parimenti è stato (e sarà) con i Legislatori del vino, dove in un avvincente resoconto storico, emerge un quadro dei grandi successi vinicoli italiani tra chi è riuscito a parlare di territorio in un raggio d’azione delimitato da una Denominazione, e chi, invece, ha dovuto faticare (i resilienti o facinorosi che dir si voglia) per crearsi uno spazio pur di interpretarlo secondo il proprio credo.

C’è chi “è stato capace [..] di promuovere un territorio [..] con a monte le geniali intuizioni di Giulio Ferrari  e che oggi compone la squadra del Trento DOC” e chi, invece, si muoveva “con fastidio tra  le regole di un Disciplinare” come Marco De Bartoli che ha dovuto scardinare uno dei più intricati regolamenti di Italia, quello della Doc Marsala, dimostrando, con ostinato rifiuto il non cedere di un solo millimetro dinanzi alle avversità: una storia di rinascita grazie al Vecchio Samperi e che, oggi, custodisce amorevolmente l’antica tradizione siciliana del perpetuo. Ma “Storie di vite” è ricco anche di nozioni che vanno oltre le informazioni più attuali, “Oggi lo Stato con più consumo pro capite è Città del Vaticano con circa 60 litri a persona all’anno”, o le domande ormai di tendenza ad esempio per definire ad libitum i vini biologici e biodinamici e si sovrappongono parti storiche, dalla religione, alla letteratura e alla prosa che ci ricordano da dove veniamo e dove stiamo andando.

Informazioni che se aprono nuovamente la mente al lettore: il vino visto come strumento di riscatto sociale. Ciò è accaduto alle porte di Napoli, in una città assediata all’epoca dal “malaffare”.  Chiaiano sembrava destinato ad una triste sorte, ma il sentire profondo di una comunità che voleva risorgere ad ogni costo, risiederà per sempre nei due ettari di vigneto di Falanghina gestiti dalla Cooperativa (R)esistenza. Un bene agricolo confiscato alla camorra e dedicato alla memoria di un purista della legalità come era Amato Lamberti. Tanta la paura alla prima vendemmia, “poi però incontrammo Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni [..] che sposò il progetto”.   Il libro continua così, tra commossi ricordi e realtà, centodieci pagine che si fanno leggere piacevolmente, pensando che di vino c’è sempre qualcosa di bello da scrivere.

“Storie di vite. Alla scoperta del vino tra itinerari e racconti”

Dario Flaccovio Editore

Prezzo di vendita proposto: 11 euro