Il vino nell’arte

I musei sono sempre stati il mio punto di partenza. Prima di ogni viaggio studio le collezioni, le storie, i percorsi degli artisti. Ad un certo punto, quasi senza accorgermene, ho iniziato a vedere il vino comparire ovunque: nei dipinti, nelle sculture, nei reperti archeologici. Il vino è diventato parte integrante del mio sguardo sull’arte.

È sicuramente uno dei motivi ricorrenti nella storia dell’arte. Compare nelle pitture dell’antico Egitto, nelle statue greche, nei mosaici e nei sarcofagi romani, nei dipinti rinascimentali e barocchi, fino ad arrivare alla modernità, dove cambia ancora significato. Da Dioniso ai baccanali, dai miracoli biblici ai bevitori solitari del Novecento, il vino racconta il rapporto dell’uomo con il sacro, con il piacere, con il tempo.

L’ANTICO EGITTO: VINO, SACRO E RITO

Le prime rappresentazioni del vino nell’arte risalgono all’antico Egitto, una delle civiltà più antiche, precedente al IV millennio a.C. Bassorilievi e pitture parietali mostrano un rapporto profondo con il vino, considerato non solo una bevanda, ma un elemento sacro, curativo e rituale.

Il vino accompagnava feste religiose e banchetti dedicati a Osiride, divinità legata alla rinascita e alla fertilità, ed era presente anche nel corredo funebre, come dimostrano i vinaccioli d’uva ritrovati nelle tombe. L’arte egizia è inoltre la prima a rappresentare scene di coltivazione della vite, vendemmia e vinificazione, trasformando il vino in un soggetto visivo stabile e riconoscibile.

GRECIA ANTICA: DIONISO E L’EBBREZZA SACRA

Con la Grecia il vino assume una dimensione ancora più complessa. Dioniso, dio dell’ebbrezza e della vitalità, è una figura ambivalente: unisce gioia e sofferenza, vita e morte, ordine e caos. Figlio di Zeus e della mortale Semele, è insieme divino e umano.

Nell’arte antica Dioniso appare talvolta come un uomo adulto, barbuto e ubriaco, circondato da satiri e menadi; altre volte come un giovane dai tratti delicati, imberbe, con capelli ricci e pelle luminosa. Questa doppia rappresentazione ne rafforza il carattere contraddittorio e affascinante.

Un esempio emblematico è il Dioniso del Partenone, parte del programma scultoreo realizzato da Fidia e dalla sua bottega tra il 447 e il 432 a.C. Il dio è raffigurato sdraiato, rilassato, spettatore divino dell’evento centrale del frontone. La scultura originale, come molti rilievi del Partenone, è oggi conservata al British Museum tra i Marmi di Elgin.

ROMA: TRA ALDILÀ ED ECONOMIA

Nel mondo romano, il rapporto con Dioniso, identificato con Bacco, continua e si moltiplica. I sarcofagi con scene di baccanali (II–III secolo d.C.) mostrano feste sfrenate con menadi, satiri e lo stesso dio. Non erano semplici decorazioni: alludevano a una vita oltre la morte felice e liberata, dove il baccanale diventava allegoria della liberazione dell’anima.

Ma accanto al valore simbolico e religioso, il vino era anche un prodotto concreto e centrale nell’economia romana. Veniva coltivato, vinificato, conservato e distribuito su larga scala. Lo strumento fondamentale di questo sistema era l’anfora, il contenitore che permetteva al vino di essere stoccato, trasportato e commercializzato in tutto il Mediterraneo.

RINASCIMENTO E BAROCCO: IL VINO TRA UMANITÀ E IDEALE

Con il Rinascimento il vino rientra nell’arte come simbolo colto, ma anche come elemento umano.

Il Bacco di Caravaggio (1596–1597, Galleria degli Uffizi, Firenze) rappresenta una frattura netta con la tradizione. Il dio non è idealizzato: ha unghie sporche, guance arrossate, una presa incerta sul calice che increspa il vino. La frutta è imperfetta, bacata, già matura. È un Bacco terreno, quasi reale, più vicino a un ragazzo di strada che a una divinità classica.

Pochi anni dopo, Guido Reni riporta invece Bacco verso un ideale di grazia e compostezza. Nel Bacco fanciullo (circa 1622, Galleria Palatina, Firenze), il dio torna giovane, elegante, luminoso. È la versione armoniosa, controllata, ideale del vino.

VERONESE: IL VINO COME MIRACOLO E ABBONDANZA

Con Paolo Veronese, il vino diventa protagonista collettivo e simbolo religioso. Nelle Nozze di Cana (1563, Louvre), uno dei dipinti più grandi del mondo, il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino diventa celebrazione dell’abbondanza e della grazia divina.

Il vino rappresenta la gioia, il passaggio dalla Vecchia alla Nuova Alleanza e anticipa il significato eucaristico. Ambientando la scena in un fastoso banchetto veneziano, Veronese trasforma l’episodio evangelico in un’imponente affermazione di potere, fede e ricchezza.

MODERNITÀ: DAL RITO ALLA SOLITUDINE

Con Goya, alla fine del Settecento, il vino torna alla terra. Nella Vendemmia (1786, Museo del Prado) non è più metafora divina, ma gesto umano e stagionale: lavoro, festa, comunità.

Nel Novecento, con Picasso, l’alcol perde ogni aura celebrativa. Nei bevitori del Periodo Blu, come Absinthe Drinker (1901, Hermitage), il vino, o in questo caso l’assenzio, diventa rifugio, abitudine, solitudine. Compagno silenzioso della vita urbana e bohémienne.

Dopo Caravaggio, Veronese, Goya e Picasso, il vino continua ad attraversare la storia dell’arte assumendo significati sempre diversi, adattandosi ai linguaggi e alle sensibilità di ogni epoca.

I FIAMMINGHI: IL VINO COME VITA QUOTIDIANA

Nel Seicento fiammingo il vino entra nella pittura di genere. Artisti come Jan Steen e Adriaen van Ostade lo inseriscono in scene di taverna, bevute collettive, momenti domestici spesso ironici o moralizzanti.

Qui il vino non è sacro né mitologico: è un’abitudine, un eccesso, a volte una debolezza umana. Bicchieri rovesciati, volti arrossati, risate scomposte raccontano una quotidianità realistica e imperfetta.

CEZANNE: LA STRUTTURA DELLA NATURA MORTA

In Paul Cézanne, soprattutto nelle nature morte, il vino perde il suo valore narrativo: bottiglie e tavole non raccontano una scena, ma servono a costruire lo spazio pittorico attraverso forme, volumi e colori. Nell’opera I giocatori di carte (1890-1895, Musée d’Orsay, Parigi) la bottiglia al centro non è un semplice dettaglio rustico; funge da asse di simmetria e perno compositivo, dividendo la scena in due metà opposte ma speculari.

VAN GOGH: IL VINO E IL LAVORO

Per Vincent van Gogh il vino è legato alla terra e alla fatica. Nelle scene di vendemmia e nei riferimenti alla vigna, il vino rappresenta il ritmo delle stagioni, il lavoro contadino, una forma di spiritualità laica. Non c’è celebrazione, ma intensità emotiva. Nel dipinto La Vigna Rossa (1888, Museo Pushkin di Mosca) abbiamo l’esempio lampante di tale visione. Non è una celebrazione edulcorata della vendemmia, ma un’opera carica di intensità emotiva. Van Gogh concentra l’attenzione sui colori autunnali accesi, il giallo, il viola, il rosso e sul contrasto con le figure blu dei contadini, rappresentando la fatica dell’uomo immerso nella natura.

MICHELANGELO PISTOLETTO e la Vendemmia d’Artista

Nell’arte contemporanea il vino perde il suo valore simbolico tradizionale e assume nuove funzioni. Non racconta più miti o riti condivisi, ma viene usato come materiale, come traccia di consumo o come elemento legato a dinamiche sociali ed economiche. Nel lavoro di Michelangelo Pistoletto, il vino entra nell’arte contemporanea non come immagine o simbolo tradizionale, ma come oggetto sociale e culturale. Con il progetto Vendemmia d’Artista di Ornellaia (annata 2010), in occasione del 25° anniversario di Ornellaia, Il vino diventa supporto dell’opera e occasione di incontro tra arte e mercato. Per l’occasione ha realizzato etichette speciali e sculture in materiale specchiante per le grandi bottiglie, portando nel vino i temi centrali della sua ricerca: la relazione, la celebrazione e il coinvolgimento dello spettatore.

Le opere che raccontano il vino nell’arte sarebbero molte altre e ogni epoca aggiunge nuove sfumature a questa storia lunghissima. Questo percorso non vuole essere esaustivo, ma suggerire uno sguardo diverso. Un invito a guardare oltre il centro della scena.

Spero di avervi lasciato uno spunto, così che alla prossima visita museale possiate andare anche voi a caccia di un capolavoro di‑vino.

Prosit!

La cucina stellata di Luigi Tramontano di O me o il mare a Gragnano incontra l’arte di Gabriele Leonardi

O Me O Il Mare suona come un ultimatum… ed in effetti lo è. Era quello che cinquant’anni fa la madre di Luigi Tramontano fece al marito Antonio intimandogli di scegliere tra una tranquilla vita familiare o quella disagiata e imprevedibile, come chef di bordo su navi da crociera. Antonio scelse la prima e con essa portò a terra la passione per la cucina trasmessa a Luigi, che oggi si esprime ad altissimi livelli da O Me O Il Mare: aperto infatti nell’aprile 2024, il successivo ottobre conquistava già la stella Michelin. 20Italie era già stato in questo luogo magico: Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: O Me o il Mare Restaurant.

Affianco a Luigi in un percorso iniziato nel 2004 da Don Alfonso a Massa Lubrense e passato attraverso l’Excelsior Vittoria di Sorrento e Le Agavi di Positano, la moglie Nicoletta Gargiulo, insignita del titolo di Miglior Sommelier 2026 da L’Espresso, già miglior sommelier d’Italia AIS nel 2007, unica donna nell’albo d’oro dell’Associazione Italiana Sommelier, insieme a Lucia Pintore (1987) e a Ilaria Lorini, attualmente in carica.

La filosofia creativa di O Me O Il Mare  s’incentra sul mare ed è la stessa che ispira il pittore livornese Gabriele Leonardi nelle sue opere. Da questo comune denominatore, è nata  un’originale cena a quattro mani, quelle di Leonardi e di Tramontano: un connubio tra arte e cucina, “perché la cucina è un’arte: le cromie e la combinazione degli ingredienti in un piatto rappresentano un’opera a tutti gli effetti”, ha commentato Leonardi.

Ispirato alla pittura in chiave fiabesca di Antonio Possente, di cui è stato allievo, Gabriele Leonardi si definisce un pittore del mare. Il mare infatti costituisce il soggetto principale delle sue opere in due filoni artistici: quello degli abissi e quello dei ricordi, rappresentati attraverso un tratto ironico e leggero.

La sardina, uno dei temi più cari a Leonardi, incontra e incarna alcuni dei momenti più preziosi dell’infanzia dell’artista: in Rubber Ducky Day vola su un mare in tempesta attraversato dalla paperella di gomma gialla che caratterizza il bagnetto dei bimbi; in Cinque Stelle Cadenti nuota in un cielo blu stellato nel ricordo di una notte estiva oppure, ne La Big Bubble, su uno sfondo rosa shocking, gonfiando un palloncino della mitica gomma da masticare.

E non è forse il tema della memoria ricorrente e preponderante anche in cucina?

Così la prima proposta di Luigi Tramontano porta nel piatto il ricordo, oltre al soggetto più caro a Gabriele Leonardi. Le mie alici arreganate sono l’interpretazione di un piatto povero della tradizione, un piatto delle nonne, costituito da pochi ingredienti dove a spiccare, oltre al pesce azzurro e al prezzemolo, è l’origano (da qui l’aggettivo arreganato). La rivisitazione dello chef non perde di vista la semplicità degli ingredienti ma veste di eleganza le alici con una farcia di pesce, alghe e limone, zabaglione ai capperi, pane croccante aromatizzato all’origano e salsa verde.

La mischia francesca riporta di nuovo a tavola la tradizione, quella povera della pasta mista, ottenuta da spezzoni di pasta avanzati di formati diversi, spesso utilizzata nelle zuppe. In quella di Luigi Tramontano, l’ingrediente principale è il polpo, soggetto favorito nel filone abissi di Leonardi. Fondo di brodo di polpo, ragù di polpo, crema e spuma di patate e dragoncello determinano un connubio perfetto tra tendenza dolce e sapidità marina e abbracciano la mischia francesca in un’elegante tazza da tè di fine porcellana bianca.

L’abbinamento vino fatto da Nicoletta Gargiulo porta in tavola Quintaluna 2021 verdejo in purezza della cantina Ossian, in Castiglia e Leon. Un sorso che racchiude il respiro del mare – grazie ai sentori agrumati e iodati – caratterizzato da texture elegante, per la sosta prolungata sulle proprie fecce.

Il primo piatto, lo spaghettone di Gragnano con alici, finocchi e carpaccio di pesce azzurro è uno dei piatti firma di Luigi Tramontano, che meglio rappresentano il suo percorso evolutivo.

Finocchio e finocchietto determinano una sottile trama aromatica che incornicia sapore e sapidità marina portati da tartare, carpaccio di tonno e sferette di colatura di alici. Ne risulta un boccone ricco e strutturato che si completa nell’abbinamento al Fiano di Avellino DOCG Riserva 2019 I Favati, compagno anche del piatto successivo.

Spazio alla creatività e all’innovazione nella portata che segue, assaggiata in anteprima: una crepe di seppia, ripiena di zucca e mandarino, servita con una maionese d’ostrica. Le pennellate di colore nel piatto si riconducono direttamente a una delle opere di Gabriele Leonardi: la Sardina in Blu è infatti la rappresentazione di un caleidoscopio e della sua ricchezza di forme e colori. Il piatto si ricollega alla rappresentazione non solo per la composizione cromatica ma anche per la complessità degli aromi: la dolcezza agrumata del mandarino è un’onda che degrada nella tendenza dolce della zucca e avvolge la nota salina dalla maionese all’ostrica.

Il pre-dolce granita e gin mare, rinfresca e introduce al dessert vero e proprio. Qui Luigi Tramontano ha usato il piatto come una tela dipingendo la propria visione del mare.

In Riva al mare ricorda un atollo o un tratto di spiaggia, disegnato con una mousse di mandorle e mandarini, dove la sabbia è rappresentata dalla crema al caramello e crumble al cacao, i ciottoli da piccole mandorle caramellate, le alghe da pan brioche al pistacchio e il mare da un infuso di blu curaçao.

Una suggestiva chiusura che con un elegante punto di ricamo conclude la trama dell’intera serata, in cui lo chef Tramontano ha sorpreso la platea dei suoi ospiti anche grazie a preziosi dettagli: dal tris di amuse-buche di crescente intensità gustativa, ai grissini con alghe di mare per finire con le piccole rose di pane ripiene di broccoli.

Alcune delle opere d’arte di Gabriele Leonardi rimarranno esposte all’interno di O Me O Il Mare per alcuni mesi, esperienza già sperimentata dall’autore in altri ristoranti rinomati come il Pascucci al Porticciolo a Roma o La Capinera a Taormina.  Il ristorante diventa dunque una galleria d’arte sui generis oltre che il luogo di elezione del pittore livornese per esporre le proprie opere: ammirare un quadro durante un momento conviviale e di relax è una vetrina privilegiata, che mette in contatto direttamente l’appassionato con l’artista, senza passare dalle più canoniche gallerie d’arte.

O Me O Il Mare

Via Roma, 45

80054 Gragnano (NA)

Gabriele Leonardi Art Gallery

57016 Castiglioncello (LI)

Genova: da “Etra” il connubio tra arte e ristorazione nella città della Lanterna

Siamo in piazza De Ferrari a Genova, circondati dalla bellezza degli edifici Ottocenteschi, del teatro Carlo Felice, di Palazzo Ducale, al piano terra di Palazzo Doria De Fornari: Etra, “ la Galleria Gastronomica” ha aperto i battenti a inizio novembre 2023.

Nata da un’idea di Iacopo Briano e Alessandro Ferrada, titolari della BF Gallery, il nuovo ristorante vuole coniugare il concetto di arte nelle sue diverse espressioni e affida allo chef genovese Davide Cannavino il compito di stupire con le sue creazioni in cui le materie prima, di primissima scelta, vengono composte in forme e gusti straordinari. “ Se si pensa bene, si cucina bene” come afferma Ferran Adrià.

Il locale avvolge nell’atmosfera creata dal colore nero delle pareti, dalle luci disposte come in una galleria d’arte a mettere in evidenza le opere dell’artista Lorenzo Puglisi: la cucina è a vista, il laboratorio di Idee dove Chef Cannavino e il sous-chef Luca Satta si muovono, con gesti precisi e misurati, quasi una danza, per comporre i piatti che vengono presentati in due menù, rispettivamente da 5 -Synthesis – e 7 portate – Tabula Rasa.

Tra i piatti spiccano sicuramente la lepre à la royale, il fois gras di mare, radici e tuberi liguri, limone nero, il risotto fondo bruno e tartufo bianco, i pani e la focaccia e i dolci. Il tempo che scorre tra una portata e l’altra è misurato, per approfondire le sensazioni regalate dal cibo e per conversare amabilmente: una decina di tavoli e una sala al piano inferiore, dedicata a eventi speciali.

In sala il servizio è impeccabile, attento e garbato, coordinato dal maitre Luca Ghiani, con Giulia Colombini , chef de rang: per quanto riguarda la carta dei vini, sono state selezionate etichette molto interessanti. Vini che provengono dal mondo, dal Sud Africa al Giappone, rappresentanza importante di vini francesi, soprattutto Champagne e Borgogna e scelte mirate per quello che riguarda i vini liguri e italiani. Affidarsi alla sommelier Chiara Campora per gli abbinamenti è la regola, per completare l’esperienza al tavolo che coinvolge tutti i cinque sensi: un viaggio che può iniziare con una bollicina di Larmadier, a seguire il Rosè d’Amour della azienda della Cinque Terre Possa, un Kartli Georgian Qveri Crazy Amber 2020 e perché no, un sake.

Come si legge nella presentazione “ Etra non può essere classificato né come un tradizione ristorante fine dining, né come una classica galleria d’arte”: è un inno alla ricerca della bellezza, dell’armonia attraverso l’esperienza immersiva nell’incanto delle opere esposte e nei suoni e nella musica della cucina che viene proposta dallo chef Cannavino e da tutta la sua brigata.

Il panorama della ristorazione genovese si amplia, arricchendosi di un locale assolutamente fuori dallo schema, dove l’estro e il rigore di Davide Cannavino promettono una luminosa ascesa per Etra verso… le Stelle gourmet.

Un giorno a Padula: tra storia, arte, cultura e gastronomia

Un giorno a Padula (SA) può cambiare la vita? La risposta andrebbe articolata se aggiungiamo alla domanda iniziale il naturale prosieguo: un giorno a Padula, tra storia, arte, cultura, gastronomia e persino legalità può cambiare la vita? Certamente sì! Parlando, ad esempio, di rispetto della Legge e delle Istituzioni che la applicano a fatica in territori affatto semplici.

Lo racconta ai microfoni di 20Italie l’erede di Joe Petrosino, quel Nino Melito Petrosino unico pronipote del primo vero “detective” della polizia americana. Siamo nella Casa Museo, la sola in Italia dedicata ad un martire delle Forze dell’Ordine; il 19 ottobre 1883 Joe Petrosino riceve il fatidico distintivo, dopo una gavetta impensabile passata persino dal ruolo di netturbino.

Grazie all’esperienza acquisita per le strade, impara presto la tattica del camuffamento e dell’intercettazione, sventando diversi pericoli e attentati. Di lui se ne celebra ancor’oggi il ricordo negli Stati Uniti, con una sorta di festa nazionale per l’immensa gratitudine del popolo americano al sacrificio (pagato a caro prezzo) nel combattere la Black Hand (la Mano Nera) mafiosa.

Palermo gli fu fatale, giunto in visita in incognito per comprendere le dinamiche della associazioni criminali, una soffiata ne fece saltare la copertura consegnandolo ai colpi di pistola dei sicari. “Chi salva una vita salva il mondo intero” è scritto nel Talmud di Babilonia. La vita di Petrosino non è stata salvata, ma con la sua opera incessante, gli arresti eccellenti e i dossier scottanti, sono state salvate migliaia di vite umane da morti efferate e inique vessazioni.

Alleggeriamo il discorso adesso con le parole di Francesco Barra – Fattoria Agriturismo Alvaneta – per spiegare il peperone corno di capra nella sua versione crusco, cotto e croccante. Una ricetta facile da realizzare lo vede unito alle uova strapazzate, o agli gnocchetti con baccalà e olio piccante. Il Sud chiama con i suoi sapori forti.

Ci spostiamo nella Certosa di San Lorenzo, sito Patrimonio Unesco, per incontrare Caterina Di Bianco, Vicesindaco in rappresentanza dell’Amministrazione Comunale di Padula, Ente che ci ha concesso gentilmente interviste e visite ad imprenditori e aziende locali a chilometro zero.

È il caso di Nicola Cestaro con il socio Francesco Ferrigno che hanno realizzato la startup 1306 con la presentazione al pubblico di Silentium – antico elixir certosino, nato da una miscela di oltre 70 tra spezie ed erbe officinali seguendo le ricette dei monaci. O Vincenzo Fagiolo ed il suo Amaro del Tumusso, un prodotto elegante dall’innovativa tecnica di affinamento per ben 60 giorni in anfore di terracotta.

Concludiamo la parte gastronomica e agroalimentare menzionando Riccardo Di Novella, direttore dell’Eco Museo della Valle delle Orchidee e delle Antiche Coltivazioni, tra innumerevoli varietà di fiori e piante mediche presenti sul territorio. Ed infine l’Associazione L’Aquilone che prepara le polpette della mietitura, fatte con salsiccia sbriciolata e melanzane, avendo sempre cura di esaltare le potenzialità e le tradizioni del territorio.

La visita al Battistero Paleocristiano di San Giovanni in Fonte del IV secolo, le cui fondamenta poggiano su un’autentica fonte battesimale, è un luogo di rara e mistica bellezza senza tempo.

Gli fa degna compagnia il Convento di S. Francesco D’Assisi, con il suo meraviglioso chiostro dove trovare pace e meditazione.

Un ringraziamento particolare va a Monaci Digitali Srl, con Gianluca e Chiara che svolgono un importantissimo ruolo di comunicazione e riscoperta del territorio, grazie a un progetto di smart working che prevede l’ospitalità tra la magnifica Certosa e il Convento di San Francesco di operatori che lavorano in remoto. Quest’ultimi potranno rivivere le atmosfere dei monaci certosini conoscendo altresì le molteplici meraviglie del Vallo di Diano. Tanti i momenti dedicati anche al trekking, alla cultura enogastronomica ed all’interazione con le Amministrazioni Pubbliche.

Possiamo affermare, parafrasando un antico motto, che anche Padula… val bene una messa.

Il Cinema prende forma a Sala Consilina (SA) con la decima edizione del Toko Film Fest

Ciak si gira! Parliamo di territorio e lo facciamo, questa volta, con una lodevole iniziativa giunta ormai alla sua decima edizione: il Toko Film Fest – Festival Internazionale di Cinema e Cultura.

Ideato da un’associazione di giovani appassionati della settima arte, definita tale dal critico Ricciotto Canudo nel manifesto del 1921, la kermesse ha cambiato più volte forma, come la pelle di un camaleonte mentre cerca di adattarsi ai colori dell’ambiente circostante.

Partito nel 2014 dalla Piazzetta Gracchi – “la chiazzeredda” per i cittadini salesi – l’evento ha assunto ormai le forme di un appuntamento fisso, che richiama pubblico dai numerosi comuni del Vallo di Diano (e non solo). Ospiti fissi selezionati tra registi, attori e musicisti di caratura nazionale, oltre laboratori di recitazione, cortometraggi, live podcast e talk culturali.

Quest’anno la vera novità è stata quella di passare da un Festival interattivo e itinerante dei tempi della pandemia ad una sorta di “Festival diffuso” lungo 7 giorni e con numerose iniziative in programma dal 24 al 30 luglio. Il culmine sarà il live show finale con il concerto di Valerio Lundini, conduttore televisivo, musicista, comico e scrittore, accompagnato dal gruppo I Vazzanikki già presenti su Raidue nel programma satirico “Una pezza di Lundini”.

Il dibattito invece, spiega il direttore artistico Gianmarco Ungaro, vedrà la presenza del regista Valerio Vestoso e degli artisti Demetra Bellina, Cristina Cappelli, Sabrina Martina, Andrea Vailati, Mauro Zingarelli e il team di sviluppatori indie Morbidware: Diego Sacchetti, Giuseppe Longo e Matteo Corradini (membro dei The Pills e scriptwriter di “The Textorcist”).

Nei giorni precedenti si è svolta la proiezione al Cinema Adriano del film Mixed by Erry del regista Sidney Sibilia e un incontro al Gran Caffè Trezza a Teggiano (SA) per la visione dei cortometraggi ammessi in concorso al Toko Film Fest.

Non manca l’attenzione verso i produttori del territorio; l’occasione ideale per fare la conoscenza di Alessandro Paventa, uno dei titolari, assieme ai cugini, del Caseificio S. Antonio di Sala Consilina (SA), terza generazione di imprenditori abili nel realizzare fiordilatte e caciocavallo di alta qualità. Una gradevole sosta trascorsa assaggiando proprio il loro caciocavallo, stagionato dieci giorni e cotto alla piastra su pane bruschetta.

Nel retro del Palazingaro, sede delle ultime due serate della manifestazione, è possibile anche osservare una piccola mostra d’arte contemporanea, ispirata alle problematiche sociali e ambientali del nostro tempo. Dichiarano gli organizzatori: <<prima ancora che una rassegna cinematografica, è amore per il territorio e per le proprie radici. Uno dei punti fermi è il recupero del centro storico di Sala Consilina, utilizzando il Festival anche per rafforzare la comunità esistente e rilanciare la zona come attrattore turistico e di investimenti nell’intero Vallo di Diano. Una parte fondamentale della nostra macchina organizzativa è sempre stata accompagnare i nostri ospiti – o nuovi membri dello staff provenienti da fuori Regione – a visitare i punti di forza del Vallo di Diano: Certosa di Padula, Grotte di Pertosa, Battistero di San Giovanni in Fonte ed altri, di concerto con le istituzioni e coinvolgendo altre associazioni ove necessario>>.

Per ulteriori info: https://www.tokofilmfestival.it/

L’ingresso è totalmente gratuito.