Amphora Revolution torna a Vinitaly, celebrando l’antica usanza della vinificazione in terracotta

In occasione della 57ª edizione di Vinitaly, alla Fiera di Verona, è tornato protagonista Amphora Revolution, progetto nato dalla collaborazione tra Merano WineFestival e Vinitaly, con un’area interamente dedicata alla vinificazione in anfora, una tecnica antichissima che oggi vive una nuova giovinezza.

Lo spazio espositivo, situato nel Padiglione 8 (stand A8-A9), ha accolto una selezione di eccellenze italiane che si sono distinte per l’uso sapiente delle giare di terracotta, utilizzate in tutte le fasi della vinificazione dalla fermentazione all’affinamento. L’iniziativa è un punto di riferimento per appassionati e professionisti interessati a un approccio produttivo che unisce storia, innovazione e sostenibilità.

Attraverso l’anfora si assiste a un ritorno alle origini del vino: questo stile di vinificazione ha infatti radici antichissime, risalenti a oltre 6.000 anni fa, nelle regioni del Caucaso. Oggi, sempre più vignaioli in Italia stanno riscoprendo tale pratica, affascinati dalla possibilità di produrre vini autentici, capaci di esprimere il carattere del vitigno e del territorio con grande trasparenza.

Le anfore, realizzate in terracotta non smaltata, permettono una micro-ossigenazione naturale che favorisce l’evoluzione del vino senza alterarne i profumi originari. A differenza del legno, la terracotta non rilascia aromi esterni, mantenendo intatto il profilo organolettico del vino e offrendo una lettura più pura e sincera della materia prima.

Questa tecnica produttiva si inserisce perfettamente in una visione moderna e consapevole, in risposta alle esigenze di sostenibilità ambientale e adattamento ai cambiamenti climatici.

A testimonianza della vitalità del settore, all’interno dell’area collettiva di Amphora Revolution, erano presenti dieci produttori italiani che lavorano con anfore, ciascuno con una propria interpretazione stilistica e filosofica. Accanto ai vini in terracotta, v’erano anche alcune esperienze legate alla viticoltura biologica e la salvaguardia dei vitigni autctoni e all’innovativo mondo dell’affinamento underwater, che prevede la maturazione delle bottiglie in ambienti marini.

In degustazione allo stand i vini prodotti in anfora delle seguenti cantine:

Nove Lune, Pietramatta, Piona, Jamin UnderWaterWines, Terre Antiche, Nima, Hadrianum, Luca Leggero Villareggia, A Mi Manera e La Vite – F.lli Lizzio.

Situata ad Atri in Abruzzo, la cantina Hadrianum coltiva vitigni autoctoni nei 20 ettari di vigneti tra i 150 e i 600 metri sul livello del mare. Nata nel 2018, vuole essere un alfiere della tradizione vitivinicola locale. Le anfore utilizzate per la vinificazione sono realizzate dai maestri ceramisti di Castelli (TE) con la “tecnica del colombino”, tradizione di più di 2000 anni. In degustazione il Pecorino Colli Aprutini Igt Naevia affinato in anfora e in acciaio, dal colore luminoso e dai sentori di erbe aromatiche, miele e albicocca e il Montepulciano d’Abruzzo Docg Colline Teramane Maximo, che regala note floreali, di frutta rossa matura, di pepe bianco e si offre con una trama tannica gradevolmente integrata.

Nove Lune è la cantina di Alessandro Sala che crede nell’utilizzo dei vitigni Piwi per contenere l’impatto delle pratiche agronomiche in vigna, nel rispetto totale della natura e del suo ecosistema. L’azienda nasce nel 2015 nell’Oasi Naturale della Valpredina, nel comune di Cenate di Sopra (BG) con la coltivazione di 4 varietà d’uva differenti. Per la vinificazione di Rukh, vino orange biologico ottenuto da un blend di Bronner e Johanniter, vengono utilizzate le anfore Tava: sulla bottiglia, è posto un sigillo di ceramica, la stessa utilizzata per il contenitore, che iscritto il nome del vino.

Pietramatta è l’azienda di Andrea Sala, che ha iniziato a seguire i vigneti di famiglia, situati sul colle di Loreto a Cenate di Sotto (BG) nel 1990 e che ha convertito la conduzione in biologico nel 2019. In degustazione Amber, un macerato da Souvignier Gris vinificato totalmente in anfora. Colore dorato, luminoso, al naso emergono sentori di fiori gialli, albicocca, timo, scorza di cedro. In bocca presenta una bella persistenza.

Luca Leggero opera a Villareggia, in provincia di Torino, coltivando Erbaluce e Nebbiolo che vinifica in anfora. La passione per la viticoltura è stata ereditata dal nonno: tradizione, innovazione e sostenibilità coesistono nel progetto di Luca. Erbaluce di Caluso Docg Rend Nen è un vino espressivo, che si propone con sentori di fiori bianchi, di pesca e frutta esotica. In bocca si apre, dimostrando buona struttura e chiusura sapida. Sosta circa 7 mesi in anfora a cui seguono 10 mesi in bottiglia.

La selezione dei vini presentati al banco è stata curata da Helmuth Köcher, fondatore del Merano WineFestival, insieme alle commissioni della Guida The WineHunter, da sempre punto di riferimento per la valorizzazione dell’eccellenza vitivinicola italiana. Amphora Revolution non è solo un’occasione per la celebrazione di una tecnica antica, ma anche una piattaforma per riflettere sul futuro del vino ed in un’epoca in cui la sostenibilità e l’identità territoriale sono valori centrali, la vinificazione in anfora si propone come simbolo di equilibrio tra tradizione e innovazione, artigianalità e ricerca, natura e cultura.

Anphora Revolution: il format ideato da Helmuth Köcher patron del Merano Wine Festival

Approda a Vinitaly 2024 Anphora Revolution, il format ideato da Helmuth Köcher, patron di Merano Wine Festival e grande estimatore dell’utilizzo di questo contenitore per la produzione del vino.

Proprio Köcher inizia la degustazione guidata ricordando il suo interesse ventennale per le anfore e il suo interesse per la Georgia e i Qvevri, i tipici contenitori in anfora. I qvevri sono diventati patrimonio dell’Unesco e le vinificazioni sono sottoposte a regole rigidissime.

In Italia non esiste una regolamentazione e negli ultimi 10 anni la sperimentazione della terracotta è aumentata considerevolmente tra i vigneron. Diversi i produttori di anfore, quali Luca Risso, Francesco Tava, Massimo Carbone, Artenova della zona dell’Impruneta in Toscana: a seconda del contenitore, cambia l’espressivita’ del vino.

La degustazione ha visto l’utilizzo di un calice creato appositamente dall’azienda Italesse. La base del bicchiere è piatta per esaltare le morbidezza mentre tende a restringersi verso l’alto. Il primo vino a essere servito è stato VSQ Alto Adige Phineas V 2016 Azienda Arunda, ottenuto da uve Kerner, Riesling, Pinot Bianco vinificate in anfora, dal perlage fine, che brilla nel calice offrendo sentori di albicocca, nocciola, uvetta, frutta secca e miele. 72 mesi sui lieviti.

Tullum Docg Pecorino InAnfora – Feudo Antico – viene vinificato in anfore Tava da 750 litri con lieviti indigeni; le follature sono manuali, seguite da 3 mesi di macerazione sulle bucce. L’affinamento prevede altri 15 mesi e viene imbottigliato senza essere filtrato, prodotto in circa 2000 bottiglie. Al naso emergono nuance di mela cotogna, agrume, note erbacee, cera d’api. In bocca è equilibrato, con una bella sapidità in chiusura.

Falerno del Massico Doc Azienda Villa Matilde vede protagonista la Falanghina (biotipo Falerno) coltivata ai piedi dell’antico vulcano di Roccamonfina, un territorio ricco di cenere grigia e pomice. Dopo la fermentazione a temperatura controllata, il vino affina parte in anfore di terracotta (Artenova) per circa tre mesi e parte in acciaio. Segue un periodo in bottiglia. Agrumi, fiori bianchi, note salmastre, freschezza gustativa e piacevolezza di beva.

L’assaggio di Garnellen, Sauvignon Blanc di Andreas Dichristin di Tropfltalhof riesce sempre a emozionare oltre che convincere: nato dal vigneto vicino la cantina, non distante dal Lago di Caldaro, un vino che esprime eleganza e carattere, con note agrumate, pepe bianco ed erbe di campo, su finale di senape e fiore del cappero. In conduzione biodinamica, le uve vengono vendemmiate manualmente e fermentano in anfore Tava di diverse porosità, grazie all’azione dei lieviti indigeni. Sette mesi di macerazione e ultetiori 14 di sosta in argilla.

Grignolino D’Asti Doc Lanfora – Azienda Agricola Montalbera – è interessante per il colore rosa brillante, le note di lampone, geranio, peonia, spezie e un tannino deciso. L’affinamento prevede circa 10 mesi in anfore di terracotta dell’Impruneta di capienze diverse.

Valle d’Aosta Doc Syrah 870 Azienda Rosset Terroir: viti sono coltivate in altitudine a circa 800 metri, su terreni di origine glaciale. La vinificazione prevede la suddivisione in tre parti, di cui la prima sosterà un anno in barrique di rovere francese mentre per le altre due sono previsti anfora Tava e orcio toscano Impruneta Manetti per circa 12 mesi. Profilo olfattivo che rimanda alle spezie dolci, liquirizia, pepe nero, frutti rossi e neri. Freschezza struttura e un sorso dinamico.

Igt Toscana Amphora Vignamasso Azienda San Polo di proprietà di Marilisa Allegrini. Cantina situata a Montalcino, espressione elegante del suo Sangiovese. Da un’unica particella, contraddistinta da un’enorme roccia vulcanica, è ottenuto dalla vinificazione in anfora per 12 mesi utilizzando il grappolo intero.

Cannonau di Sardegna Le Anfore 2021 Olianas – Elena Casadei ha pensato a un progetto che riprenda le antiche tecniche che vogliono riportare la vinificazione alle sue origini: infatti la fermentazione e l’affinamento per 6 mesi avvengono in anfore di terracotta georgiane di importazione (fermentazione) e per l’affinamento si utilizzano invece gli orci di Artenova (Impruneta). L’azienda lavora in biodinamica e i contenitori scelti valorizzano il vitigno e il territorio. Meravigliosa espressione di cannonau, elegante al naso con profumi di rosa, ribes, mirto, macchia mediterranea. Tannino setoso.

Amarone della Valpolicella Docg Riserva Amfora Decem X – Azienda Pietro Zanardi che segue la filosofia biodinamica. Il vino è prodotto in 800 bottiglie. Pietro inizia a produrre in anfora nel 2013 da Tava. Vitigni utilizzati: Corvina 70%, Molinara e Croatina. Macerazione e 3 anni in anfora, con altri 3 anni in barrique e 3 anni in tonneau e dodici mesi di bottiglia. In bocca il sorso è equilibrato, di grande freschezza e l’alcol è ottimamente integrato. Bouquet ampio, con prevalenza di sfumature terziarie.

Lunarossa: le 7 vite di 7 annate del Quartara di Mario Mazzitelli

Sette vite come i gatti. Sette annate così diverse ed entusiasmanti del Quartara di Lunarossa. Mario Mazzitelli non manca di stupire continuamente con la ricerca spasmodica della perfezione; lo fa andando controcorrente nell’utilizzo di tecniche e contenitori per elevare i suoi vini ad uno status di reperti unici sul mercato.

Parlare di terracotta, sotto forma di orcio anni fa e divenuta adesso prodigio di uniformità con le anfore Tava, saper maneggiare al meglio tale materiale retaggio di uno stile primordiale, è da veri precursori del ramo. Ebbi una folgorazione nel 2015, all’epoca ancora imberbe del mondo del vino mi appoggiavo ad un ristorante purtroppo scomparso che si chiamava Sorso 23. Per i pochi eletti che hanno avuto la fortuna di scoprirlo (la location era a dir poco curiosa, posta nelle vicinanze di una pompa di benzina verso Baronissi), la proposta vini era davvero interessante, curata nei dettagli dal sommelier Alessandro Pecoraro, ex della braceria Terrantica e attualmente in capo a Casa del Nonno 13.

Mario Mazzitelli

Gli studi iniziali

Trascorsi quasi 10 anni da allora, dopo aver incontrato più volte Mario Mazzitelli negli eventi enogastronomici, finalmente ho avuto modo di visitarne l’azienda nata nella filosofia “parva sed apta mihi”. Mario si è prima laureato in Scienze delle preparazioni alimentari a Portici, iniziando a lavorare da un amico produttore a Mirabella Eclano e, successivamente, dall’istrionico Bruno De Conciliis che lo ha avviato alla conoscenza dell’enologia. Nel 2001 passa da Venica & Venica come tecnico di laboratorio, per conseguire l’anno seguente il Master in Viticoltura ed Enologia dalle mani del prof. Attilio Scienza.

L’incontro con Roberto Cipresso

Ormai il tarlo di come realizzare un vino aveva già intaccato la sua mente, avida di nozioni e metodi da apprendere. Ed ecco spuntare Roberto Cipresso che lo volle con sé agli inizi del 2003 a Montalcino per aiutarlo nelle consulenze delle Tenute. Il rientro a Salerno con un bagaglio di esperienze importanti conducono Mazzitelli a lavorare dapprima alla Cooperativa Vitivinicola Cantine Monte Pugliano e, dopo la chiusura, a creare il marchio Lunarossa acquisendo le uve da alcuni conferitori per iniziare a imbottigliare.

Il progetto Lunarossa

Siamo giunti nel 2007 con Lunarossa, e con l’aiuto dell’enologo Fortunato Sebastiano viene concepita l’idea del Quartara, un Fiano vinificato e maturato in anfore di argilla e pietra lavica. Con la dovuta calma, imparando anche dagli sbagli, si è passati anche all’inserimento di legni piccoli di rovere e a calcolare lotto per lotto, parcella per parcella, quali dovessero essere i tempi esatti per ottenere il meglio. Un’opera certosina, impressionante, che lascia di stucco per la modestia del suo autore che non si vanta mai di quanto realizzato con sacrificio quotidiano. Oggi parleremo di 7 annate di un vino icona della Campania, amato da chi riconosce le cose belle di questo mondo che ha ancora tantissimo da raccontare (senza “supercazzole” per carità); temuto e visto con diffidenza da chi si limita ad una visione superficiale o in malafede e preferisce prodotti omologati costruiti ad arte.

A ciascuno il suo Quartara

La degustazione seguirà l’andamento dalla vintage più recente a quelle più lontane nella memoria:

2020: assaggiata proprio per le Festività natalizie, in abbinamento ad un formaggio a pasta molle dell’azienda Kasanna di Nicola Memoli a Sala Consilina, affinato nelle vinacce di uve Aglianico. La linerarità del sorso lascia disarmati. C’è tutto del Fiano, dai fiori bianchi alla polpa di pera e mela per concludere verso un tocco aromatico di spezie dolci. Equilibrio e potenza uniti verso il futuro.

2019: la sosta in anfora prevale nell’espressione resinosa e balsamica con sensazioni di tostature e mandorla essiccata nel finale. Pecca leggermente in lunghezza, mostrando i limiti di un’annata a tratti siccitosa, a tratti troppo fresca nei momenti salienti di sviluppo degli acini e di vendemmia.

2018: bella, scattante, agrumata. Per i rossi italiani è stata in chiaroscuro, ma dai bianchi arrivano numerose soddisfazioni. Emerge la vena minerale tipica del varietale, con nuance iodate di salsedine e pietra marina. Saporito.

2017: pesa il caldo eccessivo, a volte fiaccante. Anche la vigna più forte e resistente alla lunga si chiude a riccio per sopravvivere, a discapito di acidità e note vibranti. Ha ormai detto il suo.

2014: le piogge eccessive hanno influito sulle corrette maturazioni, tuttavia il prodotto finale risulta delicato ed espressivo; un carattere a tratti mordace, quasi un ricordo di catechine, che rendono il vino instancabile al palato (e fortemente defaticante).

2013: ecco il mio colpo di fulmine, eseguito ancora alla vecchia maniera ovvero spingendo con la parte ossidativa in stile orange wine. Alla cieca lo avrei posto ai confini tra Friuli e Slovenia, invece siamo qui nella Provincia di Salerno. Fiori secchi, albicocca disidratata e tanto zenzero e pepe bianco in chiusura. Eterno.

2012: commovente. Dai riverberi di miele di millfiori, pesca acerba ed erbe officinali. Struttura e nerbo in un guanto di velluto. Ancora vivo e scalpitante, il migliore assaggiato finora, anche se la 2020… chissà.

Ave al “tuo” Quartara o Mario Mazzitelli!