Il mondo del vino non è solo tradizione ed eleganza, ma anche ironia e fantasia. Se è vero che il vino è poesia imbottigliata, come diceva Stevenson, a volte questa poesia ha titoli davvero originali. Dai vitigni che sembrano usciti da una favola ai vini che paiono inventati da un comico.
Cominciamo dalle protagoniste principali: le uve. Alcuni nomi sono così particolari che viene spontaneo chiedersi chi li abbia inventati e quale storia si nasconda dietro quelle parole.
Allora al via la descrizione di queste stranezze:
- Pecorino
Confesso che, quando muovevo i primi passi nel mondo del vino, il suo nome mi lasciò perplessa: cosa c’entra il formaggio con il calice? In realtà, il Pecorino è un antico vitigno a bacca bianca, tipico dell’Italia centrale, le ipotesi sull’origine del suo nome sono varie. C’è chi lo riconduce alle greggi di pecore che un tempo pascolavano tra i filari, e si cibavano dai suoi acini dolci; chi sottolinea la somiglianza del grappolo, dalla forma allungata, alla testa della pecora; chi riconduce il nome all’abbinamento con il noto formaggio e alla somiglianza nel gusto; altri ricordano come il Pecorino fosse un vino di bassa qualità destinato appunto ai pecorari. Oggi c’è stata una riscoperta del vitigno e l’omonimo vino sta riscuotendo un grande successo grazie alla sua freschezza ed eleganza.

Schioppettino
Non è un petardo, ma un vitigno friulano dal carattere speziato. Il nome? Probabilmente legato al suono dei vinaccioli che “scoppiettano” sotto i denti o, secondo un’altra teoria, al fatto che la sua elevata acidità provocava la fermentazione malolattica in bottiglia, causando talvolta la fuoriuscita del tappo con un vero e proprio “scoppio”. Lo Schioppettino è un rosso dal colore violaceo intenso, fresco e vivace grazie alla sua acidità. Ha corpo equilibrato, tannini delicati e un grado alcolico moderato. Da giovane sprigiona profumi di frutti di bosco, mentre con un lieve affinamento si arricchisce di note muschiate.
Passerina
Il nome Passerina deriva probabilmente dai passeri, golosi dei suoi piccoli acini dorati, dolci e succosi.
E’un vitigno a bacca bianca, autoctono dell’Italia centrale e diffuso soprattutto tra Marche e Abruzzo. La sua origine è contesa tra le stesse Marche e la provincia di Frosinone,
Nel Novecento la Passerina finì in secondo piano, soppiantata dal più produttivo Trebbiano Toscano. Per anni fu persino scambiata per altri vitigni bianchi locali, come Bombino Bianco, Trebbiano e Biancame, complice la sua generosità e la somiglianza degli acini.
Gaglioppo
Sembra il nome di un supereroe o di un personaggio dei fumetti. In verità è un vitigno a bacca nera, simbolo della Calabria, che affonda le sue radici in una storia avvolta dal mistero. Il suo nome, secondo la tradizione locale, deriva dal termine dialettale “gaglioppo”, che significa “pugno chiuso”, un chiaro riferimento alla forma compatta e tondeggiante dei suoi grappoli. Questo vitigno è il protagonista indiscusso del Cirò, uno dei vini rossi più rappresentativi della regione.
Ma l’origine del Gaglioppo è tutt’altro che certa. Alcuni sostengono che il nome abbia radici greche e significhi “bellissimo piede”, evocando eleganza e armonia. C’è chi racconta che furono i Fenici a portarlo sulle coste calabresi, mentre altri credono che fosse già presente prima dell’arrivo dei Greci.

Vespaiola
Diffusa nel vicentino, è una varietà a bacca bianca che racconta la storia e l’identità di questo territorio. Il suo nome curioso si fonda su una caratteristica singolare: durante la maturazione, gli acini sprigionano una dolcezza irresistibile che attira le vespe, golose del mosto zuccherino.
Dal vigneto alla bottiglia, la Vespaiola si trasforma in Vespaiolo, un vino bianco secco con una vibrante freschezza e spiccata acidità.
Schiava
Il termine Schiava non indica un singolo vitigno, ma una famiglia di varietà a bacca rossa, conosciuta in Alto Adige anche come Vernatsch. Le diverse tipologie, pur con caratteristiche ampelografiche distinte, sono raramente coltivate separatamente.
L’origine del nome risale al Medioevo e deriva dall’espressione latina cum vineis sclavis, “con viti schiavizzate”: un riferimento alla forma di allevamento a filare, che prevedeva di legare la vite a un supporto per controllarne la crescita. Una pratica che si contrapponeva alla libertà delle viti selvatiche, lasciate crescere senza vincoli.
Tazzelenghe
Tra i vitigni a bacca nera più antichi e identitari del Friuli – Venezia Giulia, lo troviamo nella provincia di Udine e nelle colline dei Colli Orientali del Friuli, dove per secoli è stato parte integrante della viticoltura locale. Il nome, tra i più evocativi del panorama ampelografico italiano, deriva dal friulano “tace‑lenghe”, ovvero “taglia‑lingua”, chiaro richiamo alla spiccata tannicità e all’acidità decisa che caratterizzavano i vini potenti e severi. Documentato già nella prima metà dell’Ottocento, il Tazzelenghe era destinato a vini strutturati e longevi. Dopo un lungo periodo di declino nel Novecento, negli ultimi decenni è stato progressivamente riscoperto e valorizzato.
Grecomusc’
Traduzione letterale Greco Moscio, originario dell’Irpinia il suo vero nome è Roviello Bianco. Il termine “moscio” deriva da una caratteristica del tutto peculiare degli acini: la maturazione irregolare provoca una buccia leggermente rugosa e una polpa particolarmente concentrata, elementi che incidono in modo determinante sul profilo dei vini. Nonostante venga spesso confuso o associato al Greco, il Grecomusc’ non presenta legami di parentela genetica con quest’ultimo.
Dalle sue uve nascono vini di notevole complessità e tensione minerale, capaci di evolvere nel tempo.

Se i vitigni ci hanno sorpreso con la loro originalità, i produttori non sono da meno: anche i nomi e le etichette diventano un terreno di creatività senza confini.
In Toscana, un Sangiovese in blend con Canaiolo e Colorino, anche se sono in piccola percentuale, dà origine al Soffocone di Vincigliata, un tocco ironico che rende omaggio a Firenze e alla collina che accoglie la tenuta. Di origini norvegesi, il produttore Bibi Graetz ha saputo abbracciare la tipica goliardia fiorentina, scegliendo per il suo vino un nome provocatorio. Perché? La zona di Vincigliata, celebre per il castello vicino a Fiesole, è nota come rifugio romantico per coppiette in cerca di privacy. Artista oltre che vignaiolo, Graetz ha completato l’opera con un’etichetta incisa all’acquaforte, che racconta la stessa audacia del nome.
Montalcino dà il nome, ironico e irriverente, a un Rosso Igt che si chiama Bionasega prodotto da Rudy Cosimi. L’etichetta si prende burla con ironia tutta toscana della moda dei vini biologici. Rudy chiarisce: «Non ho nulla contro il biologico, ma spesso è solo marketing». Il suo Bionasega, invece, nasce da lavorazioni classiche e artigianali, senza scorciatoie. «In bottiglia si sente la differenza», assicura.
Massera Spaccafico produce un Nero di Troia che porta in etichetta il nome di Passera Scopaiola, il cui nome deriva dall’uccellino Passera Scopaiola, che nidifica negli arbusti di erica scoparia; il nome del vino gioca su questo nome, evocando la natura locale e talvolta con allusioni goliardiche o scaramantiche legate alle tradizioni
Il Bricco dell’Uccellone, icona della cantina Braida, nasce da Barbera coltivata sulle colline di Rocchetta Tanaro. Giacomo Bologna, fondatore nel 1961, rivoluzionò il vitigno grazie all’idea, ispirata da Luigi Veronelli, di affinare la Barbera in barrique francesi, trasformandola da vino semplice e fresco in un rosso strutturato, complesso e longevo. Il nome curioso deriva dal soprannome di una donna del luogo, sempre vestita di nero e con un naso che ricordava il becco di un uccello. E sempre in Piemonte, storico fu “No barrique no Berlusconi” il Barolo di Bartolo Mascarello in contestazione con le nuove tendenze sia enologiche che politiche.
Se volete stupire, puntate su Baciamisubito una Barbera del Monferrato giovane e fresca, firmata dalla cantina La Scamuzza. Il nome, immediatamente evocativo, cattura l’attenzione, mentre l’etichetta, ideata da Laura Zavattaro Bertone, racconta una storia di origini familiari e di autentica passione per il vino.

Anche oltreconfine il vino si diverte: ecco alcuni nomi stravaganti.
Cojon de Gato è una rara varietà autoctona a bacca rossa, coltivata prevalentemente nella regione spagnola dell’Aragona. Il nome curioso, che in italiano si potrebbe tradurre come “testicolo di gatto”, richiama la forma particolare degli acini: ovali e leggermente allungati. Tradizionalmente impiegata in blend, questa uva sta vivendo una nuova valorizzazione grazie a produttori che scelgono di vinificarla in purezza, esaltandone il carattere distintivo e il legame con il territorio.
Dietro il nome Fat Bastard si nasconde una storia divertente e un pizzico di audacia. Tutto nasce in una cantina del sud della Francia, dove Thierry Boudinaud e Guy Anderson assaggiavano uno Chardonnay lasciato a fermentare sulle fecce più a lungo del solito, sorprendentemente ricco e avvolgente. Davanti a tanta opulenza, Guy esclamò: “Now that’s a fat bastard!”. Da quella battuta è nata un’etichetta iconica, accompagnata dall’ippopotamo stilizzato, simbolo di rotondità e carattere.
Le Vin de Merd è il nome volutamente provocatorio di un vino francese nato in Languedoc per ribaltare i pregiudizi sui vini della regione. L’etichetta, che raffigura una mosca e porta lo slogan “Il peggiore nasconde il migliore”, gioca con l’ironia per sottolineare il contrasto tra la cattiva reputazione e la qualità reale del prodotto.
Allora, siete pronti a brindare con un Vin de Merd o con un Soffocone di Vincigliata?
Prosit!



A Battipaglia la vita rurale della Piana del Sele nella galleria di immagini del ristorante gourmet Cinque Foglie e nella nuova cantina
Toscana – Quando il Vino Nobile di Montepulciano si racconta a tavola
Napoli, al Gran Caffè Gambrinus una gigantesca torta “Mimosa” per festeggiare tutte le donne
Napoli, quando la fotografia incontra l’alta cucina: Sam Shaw e il mito di Marlon Brando al Deschevaliers Restaurant – Hotel De Bonart Naples
Chianina & Syrah 2026 – I migliori assaggi e le considerazioni dall’anteprima “Sarà Syrah”