Ci sono territori in Italia dove l’amore della vite rappresenta una forma d’insano eroismo. Le Cinque Terre, luogo incantevole e romantico tra i più belli e visitati al mondo, nascondono inaspettati angoli di resilienza, tra manipoli di produttori che cercano di non scomparire lasciando posto all’incolto. Appezzamenti microscopici, talora semi-abbandonati, che richiedono anni per essere raggruppati in successive e costose acquisizioni.

Eppure l’agricoltura ha qui radici millenarie, ancora dai Romani e chissà, forse persino Greci e Fenici prima di loro. I terrazzamenti a secco, di cui la Liguria è manifesto d’autore, ne sono un chiaro esempio: una forma di regolazione paesaggistica che aiuta il viticoltore a rendere meno ardua la sua impresa. Senza di essi, il bosco prenderebbe il sopravvento e il conseguente dissesto idrogeologico eroderebbe la fiducia negli abitanti dei borghi costruiti a mo’ di presepe ai piedi del mare.

Anime da pescatori, ma anche da commercianti con le primizie della terra diffuse lungo le vie d’affari costiere e da lì all’entroterra nel nord. Così Giovanni Plotegher, partendo dall’azienda fondata nel 2005 dal suocero, recupera e accentra poderi dislocati in siti differenti sulle pendici di Monterosso al Mare (SP). Il nome stesso della cantina Buranco è un riferimento al toponimo locale dedicata al Rio Buranco, una delle innumerevoli piccole sorgenti d’acqua dolce presenti nelle Cinque Terre.

Provenendo da altre attività anche Giovanni ha scelto di avvalersi della consulenza di esperti del calibro dell’enologo Gabriele Gadenz per definire con cura lo stile dei suoi vini. Dall’ettaro scarso iniziale si è passati, con gli anni, agli attuali 8 ettari con il supporto anche di piccoli e fidatissimi conferitori. Appena 35 mila bottiglie prodotte, a far capire la difficoltà nell’avere rese accettabili in un contesto di forte asprezza e fatica contadina.

In mezzo un comodo agriturismo con annesse camere per poter sostare a pochi passi da vigne e sentieri incantevoli, l’anima selvaggia e, in parte, ancora inesplorata del territorio. Bosco, Albarola, Vermentino le varietà d’uva autoctone utilizzate per i bianchi, ognuna col proprio profilo aromatico e caratteriale. Internazionali e Sangiovese per i rossi, vinificato anche in un sorprendente Metodo Classico goloso e intrigante, venduto solo nel ristorante di famiglia.

Vini segnati dall’immediatezza di beva, senza forzose sovrastrutture che penalizzano l’identità del vitigno e del terroir. Un luogo che ha vissuto in passato una rapida ascesa e altrettanto rapido oblio in alcune scelte fragili prive di una visione d’insieme sul futuro. Pochi hanno resistito, ognuno con scelte personali nel concepire i prodotti.

Plotegher ha puntato ad un ritorno verso i canoni della semplicità e della piacevolezza, una sorta di partenza dalla linea d’inizio come nelle gare motociclistiche. Un rischio maggiore, perché gli errori si annidano sempre quando si opta di non intervenire per nasconderli. Buranco non esprime picchi, ma tanta concretezza. Nel suo Cinque Terre Dop Bianco 2023, manca certo la volumetria del centro bocca, complice un’annata climaticamente tremenda, ma sono perfette le scie agrumate e officinali mediterranee.

Il Magiöa 2022 è la versione con più lunga macerazione sulle bucce rispetto al precedente, dove il corpo del Bosco si fa sentire in tutta la pomposità del caso. Si sta pensando ad una tipologia in barrique, per ampliarne il corredo olfattivo.
Il Buranco Rosso 2019 da Cabernet Sauvignon e Syrah, quasi in parti uguali, aderisce al concetto di mondernità ben apprezzato dai turisti, ma non rinuncia al succo e ad un finale avvolgente che lo fa sembrare ancora di lunga prospettiva.

E veniamo ad una conferma ed una sorpresa degli assaggi, quest’ultima rappresentata dal Metodo Classico Rosè “Smeralda” – Sangiovese in purezza – straordinario e gastronomico. Appena 1200 bottiglie, un progetto su cui si potrà ulteriormente puntare nel prosieguo. Lo Sciacchetrà 2020, realizzato solo in pochissime annate, dimostra invece quanto siamo miopi su tipologie di tale levatura. Un passito delicato e duttile, che veicola note d’albicocca sciroppata, frutta a guscio e vene balsamiche salmastre in chiusura.
Meditazione o abbinamento con formaggi e dessert poco importa: ciò che realmente conta è che se ne produce sempre di meno rischiando di scomparire per sempre dalle tavole, portandosi via un pezzo di storia della Liguria e d’Italia.



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