Ma l’incanto delle vigne, così drappeggiate a lunghi e altissimi e folti festoni da un pioppo all’altro! Immense pareti di verzura, tese verticalmente: che il sole, attraversandole, trasforma in vasti arazzi luminosi, dai meravigliosi frastagli indecifrabili.
Tra le tante citazioni letterarie sulle alberate di Asprinio (Bianco) che si sono susseguite nei secoli, quella di Mario Soldati in Vino al Vino è la vivida fotografia di un paesaggio che ancora oggi caratterizza il territorio dell’agro aversano: quello delle viti maritate ai pioppi, secondo una tradizione viticola risalente agli etruschi. Siamo nel cuore della fertile “Campania Felix” di Plinio il Vecchio, in un’area pianeggiante tra le province di Napoli e Caserta, costituita da suoli di riporto delle eruzioni flegree, quindi ceneri, lapilli e materiale tufaceo: sabbia rossastra, finissima, e così molle che il piede vi affonda come in una cipria, scriveva ancora Soldati di questo territorio.
Aversa Dop Asprinio è stata la prima masterclass presentata dal delegato AIS Caserta Pietro Iadicicco, da Giuliana Biscardi di AIS Caserta e dal giornalista Pasquale Caro, alla manifestazione Terra di Lavoro Wines, tenutasi alla Reggia di Caserta il 26 e 27 ottobre. Un focus su un vitigno che disegna e rappresenta il territorio in modo unico sin dalla sua connotazione paesaggistica, dando senso pieno alla definizione di terroir data dall’OIV quale “cultura collettiva delle interazioni tra un ambiente fisico e biologico identificabile, e le pratiche vitivinicole che vi sono applicate, che conferiscono caratteristiche distintive ai prodotti originari di questo spazio” .

Oggi l’Asprinio è coltivato anche a spalliera, ma molti viticoltori hanno ripreso e mantenuto la tradizione dell’alberata aversana, andata in declino a partire dal secondo dopoguerra quando altre coltivazioni presero il sopravvento (una per tutte la canapa) e, soprattutto, quando l’area più vocata a questa coltivazione fu oggetto di cementificazione selvaggia, oltre che di altre violenze ambientali ben note alle cronache. L’alberata, servendosi di tutori vivi, gli alberi o arbora, oggi raggiunge i 10-15 metri di altezza; le operazioni di potatura (puta) e vendemmia avvengono servendosi degli scalilli, scale a pioli lunghe e strette, fatte a misura per poter incastrare piede e ginocchio tra un piolo e l’altro e quindi personali; l’uva vendemmiata viene posta in panieri a punta detti fescine, che calati con funi si conficcano a terra.
Il vitigno Asprinio è il più autoctono dei campani perché nato dalla domesticazione della vitis silvestre da parte degli etruschi; è imparentato geneticamente con la famiglia delle uve Greco, produce grappoli di grandezza media, generalmente compatti, allungati in forma conica alata. In alcune aree del territorio le vigne si trovano ancora a piede franco, grazie al suolo vulcanico, ma anche perché, grazie al sistema di allevamento, la vite, sollevandosi da terra, è resistente agli attacchi funginei. La DOP, riconosciuta nel 1993, prevede nella versione ferma una percentuale minima di Asprinio pari all’85%, mentre nella versione spumantizzata l’utilizzo del varietale in purezza.

L’Asprinio, infatti, si presta in maniera particolare alla spumantizzazione dato l’elevato grado di acidità, a cui deve il suo nome: può raggiungere gli 8 g/l nei mosti derivati da allevamenti a spalliera e toccare addirittura i 12 g/l in quelli derivati da alberata. non a caso Paolo Monelli nel 1935 scriveva nel suo Ghiottone Errante: “La mandai giù (la pizza, n.d.r.) con l’asprinio fresco, pallidissimo, acidulo, sbarazzino, padre selvatico dei raffinatissimi champagnes (ne esportano molto in Francia per fare quel celebrato spumante)”, riferendosi a quel periodo storico in cui la fillossera mise in ginocchio il patrimonio vitivinicolo francese. Ventidue i comuni della DOP, diciannove in provincia di Caserta, tre in provincia di Napoli, per un totale di poco più di trenta ettari vitati.
LA DEGUSTAZIONE
Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio: nessuno. Perché i più celebri bianchi secchi […] includono, sempre, nel loro profumo più o meno intenso e più o meno persistente, una qualche sia più vaghissima vena di dolcezza. L’Asprinio, no. L’Asprinio profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non si può immaginare se non lo si gusta.
Ancora una volta è Mario Soldati a darci lo spunto per parlare della degustazione dei 12 vini presenti in assaggio: un viaggio attraverso i vari comuni dell’areale e i metodi di vinificazione. Partendo dalle bollicine (metodo martinotti, ancestrale e classico) fino ad arrivare ai vini fermi, il comune denominatore dell’Asprinio è il naso declinato, con diverse sfumature, su sentori agrumati e di frutto acerbo e l’acidità vibrante, che ne fa un vino dissetante. Alla vista tutti i calici colpiscono per la cromaticità intensa che va dal paglierino carico all’oro antico.

Apriamo con Corte d’Asprinia brut Cantine Bonaparte, metodo martinotti lungo, dieci mesi sui lieviti, con un naso di mela granny smith, erbe aromatiche e un palato che riporta immediatamente a sentori agrumati di limone; Funambolo brut Luca Paparelli, charmat corto di asprinio (85%) e falanghina (15%) in affinamento dodici mesi sulle fecce fini prima della presa di spuma, si fa subito accogliente col suo incipit floreale e il sorso pieno, per chiudere poi, come un colpo di frusta, con freschezza vibrante.
Ancora un metodo martinotti quello che riempie il terzo calice, Trentapioli brut Salvatore Martusciello, presentato direttamente dal produttore, Gilda Guida Martusciello, che definisce l’alberata “un monumento alla vita di campagna”. Alla famiglia Martusciello dobbiamo le prime sperimentazioni, a partire dal 1983, di spumantizzazione dell’asprinio. Trentapioli è uno charmat lungo, 6 mesi in autoclave; l’olfatto è pungente di limone salato e gelsomino, mentre al sorso è croccante di mela verde.
Rivolta Asprinio Frizzante I Borboni è il primo dei due metodi ancestrali in degustazione. Di naso sottile, risulta tagliente e salato in bocca, come probabilmente doveva essere l’asprinio descritto da Mario Soldati. Feronia Asprinio Terra Felix ha naso di frutta matura e mimosa esaltati da una piacevole nota ossidativa; è cremoso al palato, senza però perdere la tipica freschezza. Terra Felix è una cooperativa sociale impegnata a trecentosessanta gradi per il recupero alla comunità agricola dei territori dell’agro casertano spesso passati all’onore della cronaca come Terre dei Fuochi. Entrambe gli ancestrali emergono per il colore oro antico, tipico del carattere ossidativo dell’asprinio.

Priezza Metodo Classico Masseria Campito è l’unico dei campioni in degustazione le cui uve derivano da allevamenti a spalliera e non ad alberata. Una scelta fatta per ottenere una maturazione omogenea del frutto. I settantadue mesi sui lieviti determinano la grande sfaccettatura gusto-olfattiva. L’agrume al naso è di mandarino e bergamotto, poi fiori di campo e cera d’api, che caratterizzano un sorso coerente in tre tempi: teso e agrumato all’ingresso, si espande in bocca per poi terminare con una sferzata di freschezza.
Radice Etrusca Metodo Classico Vitematta ritorna al naso con una lieve nota ossidativa e miele di agrumi, è di sorso diretto e sapido. L’ultima bollicina in degustazione Malìa Metodo Classico De Angelis è il più dissetante dei campioni, citrico al naso e al sorso, che affonda in maniera verticale.
La masterclass si è chiusa con quattro vini fermi di millesimo 2022: IX Denari Cantine Palazzo Marchesale, racconta il produttore Leonardo Vanacore, è ottenuto da un’alberata dell’800 posta a due metri da terra, per rendere possibile il passaggio sottostante alla cavalleria borbonica. All’olfatto pesca bianca, erbette e sprazzi citrini, si fa spazio al palato con piena rotondità per riprendere subito verticalità e chiudere su piacevoli sentori amaricanti. L’Asprinio Magliulo, con un parziale affinamento in legno, ha un naso di cedro e mandarino, mentre al palato risulta disteso. Hera Nova Cavasete, fitto nel color oro e con profumi di amaretto ed erbe aromatiche, sorprende nell’inatteso sorso vibrante e verticale. Infine Alberata Azienda Agricola Tenuta Fontana grazie alla sosta in anfora di terracotta sulle fecce fini risulta opulento e ricco nel colore, nei profumi intensi di mela golden e fiori gialli, nel sorso pieno di agrumi, che diventa sapido sul finale.



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