Uno dei vulcani più famosi al mondo, la cui massiccia presenza non può essere ignorata da chiunque attraversi la Campania. Il Vesuvio si mostra con un volto sempre diverso a seconda della prospettiva da cui lo si guarda: viaggiando da nord, il suo profilo è visibile già da Capua, nelle dolci forme boscose del Monte Somma; man mano che si scende verso sud, lungo i comuni del Miglio d’Oro e proseguendo poi internamente verso est, la vista è dominata dal tipico cono brullo e terragno che mai perde la maestosa imponenza che lo caratterizza.

Il Vesuvio ha “tiranneggiato” per secoli questo territorio con le sue periodiche eruzioni (l’ultima nel 1944) e continua a dominarlo: vulcano ancora attivo anche se in stato quiescente, è l’esempio più evidente di natura al tempo stesso sterminatrice e generosa. Nota infatti è la fertilità del suolo di questa Regione, anche per questo motivo definita in passato Campania Felix.
Al Gigante campano e ai suoi vini è stato dedicato un focus di due giorni, Vesuvio Wines Experience Tour, un approfondimento dettagliato sul terroir Vesuvio nel senso più ampio del termine: territorio, produzione vitivinicola e agricola, storia e tradizioni. Due masterclass, la visita al cono del Vesuvio, alla Villa Augustea di Somma Vesuviana, alle vigne di produzione, l’incontro diretto con i produttori hanno caratterizzato la due giorni organizzata dal Consorzio Vini Vesuvio per stampa nazionale ed estera.

Sebbene disciplinati a partire dal 1983, molte sono le evidenze archeologiche che mostrano come in questo territorio la produzione vinicola fosse già attiva e prolifica in epoca romana.
Ne sono testimonianza esempi di ville rustiche completamente dedicate alla produzione del vino, come Villa Regina – inclusa nel complesso archeologico di Pompei emerso a partire dal 1748 – o il più recente ritrovamento, avvenuto sul versante opposto del Vesuvio, la Villa Augustea di Somma Vesuviana. È oggi acclarato che proprio il versante nord est del Vesuvio, rispetto al più noto binomio Pompei-Ercolano, avesse una rilevanza maggiore nell’economia del territorio, all’interno del triangolo costituito dagli importanti centri di Capua, Napoli, Nola.
La grande villa suburbana era dedicata a Bacco, divinità legata al vino, il cui culto, insieme a quello di Cerere – la divinità delle messi- era molto radicato sul territorio, a rappresentare le due colture più praticate: vite e grano. Nell’ultima fase di attività prima dell’eruzione del 472 d.C., che ne fece perdere definitivamente le tracce, la villa era una cantina di produzione vinicola, come appare evidente non solo dal cellaio con le tipiche anfore di terracotta, ma da altri elementi che hanno permesso di ricostruire tutte le fasi di produzione del vino. Ancora oggi, ci ha spiegato il professor Ferdinando De Simone, archeologo e sommelier, esperto di economia e viticoltura antiche, a capo della missione archeologica, alcune festività di quest’area vesuviana legate alla vendemmia ricalcano in molti aspetti le processioni che si facevano in onore di Bacco, a significare un legame mai dissolto tra viticoltura, territorio e popolazione locale.

Oggi, la moderna produzione di vini vesuviani si distribuisce tra una DOP, la Vesuvio, e due IGP, Catalanesca del Monte Somma e Pompeiano, ed è valorizzata dal Consorzio Tutela Vini Vesuvio che, attivo dal 2015, conta 400 ettari di vigne e raggruppa 114 consorziati tra coltivatori-conferitori, imbottigliatori e cantine di produzione. Queste ultime sono 35 sul totale delle altre tipologie di consorziati: proporzione che fotografa in maniera chiara lo sviluppo di un territorio a vocazione fortemente agricola e la sua evoluzione in forme strutturate e complete non solo di produzione vinicola ma, in alcuni casi, anche di ricettività eno-turistica. Un cammino in fieri, iniziato per affermare una produzione qualitativa – non sempre riconosciuta in passato- attraverso la costituzione del consorzio e la revisione del disciplinare Vesuvio DOC, che ha principalmente valorizzato i vitigni autoctoni dell’areale.
La base ampelografica è costituita nei bianchi da due uvaggi precipui del Vesuvio, caprettone e catalanesca, oltre che da coda di volpe, falanghina e greco; mentre tra i rossi troviamo in prima fila il piedirosso, seguito da aglianico, sciascinoso e olivella.
Da un punto di vista geologico, invece è corretto parlare di complesso Monte Somma-Vesuvio. Il Monte Somma è la parte più antica del vulcano, che prima dell’eruzione del 79 d.C. era un unico blocco con l’attuale cono; rappresenta il versante nord/nord-est del complesso, quello più fresco e boschivo, costituito da suoli vulcanici più complessi, con una percentuale argillosa; copre tra il 20% e il 25% degli ettari di produzione. La parte Vesuvio invece è costituita dal cono emerso dopo l’eruzione del 79 d.C., quindi di formazione più recente, ed è costituito da suoli completamente vulcanici, di sabbie e ceneri; copre il 75% – 80% degli ettari di produzione. La presenza di suoli vulcanici permette di preservare vigne a piede franco, talvolta ancora riprodotte attraverso la tecnica della propaggine, localmente chiamata calatura o pass annanz.

Partendo proprio da questa macro differenziazione è stato possibile suddividere l’intero territorio del complesso Monte Somma -Vesuvio in quattro quadranti, allo scopo di poter definire al meglio le caratteristiche dei vini prodotti e comprenderne le differenze, come apparso evidente nelle masterclass di approfondimento.
Un ulteriore passo avanti nella valorizzazione dell’areale, grazie a una nuova generazione di produttori, capace al contempo di mantenere vivo il patrimonio storico-agricolo tradizionale, che rende la viticoltura di questo territorio unica. Perché come scriveva la scrittrice Maria Orsini Natale: “Il Vesuvio è della gente che gli dorme sul cuore.”



Chi non conosce il Vesuvio?
La Via Francigena in Campania: un viaggio lento nel cuore del Sannio
Torna “Buongiorno Floridiana” firmato DROP
Vinòforum 2026, quando il vino incontra l’eccellenza
Bedin 1862, il ritorno di una storica insegna genovese con la firma di Andrea Serra