L’esistenza della viticoltura in Puglia è antecedente ai rapporti tra le popolazioni autoctone e i Fenici, i quali iniziarono a spingersi con le loro navi lungo i litorali della regione a partire dal 2000 a. C. per finalità commerciali. A questi antichi naviganti, provenienti dalla Cananea, va il merito di aver introdotto nuovecultivar e nuove tecniche di allevamento della vite più efficaci, esattamente come fecero con gliHistri, popolo dell’Istria, stanziali presso la Valle del fiume Arsa e la baia di Kalavojna, come in seguito la definirono i greci e che significa “buon vino”.

La storia della viticoltura in Puglia
Nell’area bagnata dal Mare Adriatico corrispondente a gran parte dei Balcani, Dalmazia inclusa, storicamente nota col nome di Illiria, si iniziarono a muovere i primi flussi migratori verso la Puglia, soprattutto verso il Salento, attorno al 1200 a.C. Gli Japigi, forse discendenti dai coloni cretesi stabilitisi a Taranto, furono la prima tribù a popolare queste terre, a cui seguirono prima i Peuceti e i Dauni, probabilmente originari dell’Albania, verso il VII sec. a.C. e successivamente, tra il IX e il X secolo a.C., i Choni e i Messapi.
Forti della lingua e di una civiltà definita da usanze e costumi comuni i Messapi si fusero con gli Japigi, dando così inizio alla cultura e al popolo di Messapia, il cui significato è “Terra tra i due Mari” corrispondente alle attuali subregioni di Murge e Salento. Tra realtà e leggenda, migrazioni, assonanze fonetiche e incroci di civiltà, le viti antenate del Primitivo attecchirono tanto nei Balcani che in Japigia, vasto territorio comprendente la Daunia, la Peucezia e la Messapia, sopravvivendo al tempo e alle dominazioni che modificarono il volto dei territori uniti dal Mare Adriatico, così come lo fecero i Greci dall’VIII sec. a.C. in poi, pur mantenendo relazioni di reciproco rispetto e indipendenza culturale.

Il Primitivo, origine di un nome
Per certi versi, l’incertezza storica che getta nebbia sull’origine definitiva di determinate popolazioni riguarda anche il Primitivo: però, tra i più accreditati studiosi di ampelografia, il dottor Antonio Calò reputava la comparsa del Primitivo in Puglia, o comunque la sua scoperta, risalisse al XVII secolo per merito dei monaci benedettini; tra costoro, molti partirono attorno al 1086 anche dall’Abbazia di Cava de’ Tirreni, un’importante sede monastica benedettina fondata nel 1011 da Sant’Alferio che, dopo il rinnovamento del XVI secolo, entrando nella Congregazione Cassinese, continuò a essere un centro spirituale e culturale, inviando monaci in missione, fondando altre comunità e sostenendo quelle preesistenti, a dimostrazione della sua influenza in Sud Italia.
Merito anche del re Federico II che nel 1194 favorì la viticultura, proteggendo le vigne esistenti, incoraggiandone coltivazione e sperimentazione, così come efficacemente fece la Riforma Gregoriana dopo il definitivo decadimento degli ordini monastici basiliani; in tutto ciò, rispetto al monachesimo, bisogna però si tenga conto che una precedente opera di diffusione delle uve potesse essere già stata messa in atto nella seconda metà del IV secolo dai monaci Basiliani trasferitisi dalla Grecia, persino nelle odierne province diBari e Taranto. Sicuramente, senza i monasteri e senza la perseveranza benedettina di quelle viti non sarebbe rimasta traccia alcuna.

Va evidenziato comunque che il Calò, rispetto alla sua tesi, fu preceduto da Giuseppe Di Rovasenda, il quale pure asseriva che il periodo in cui apparve il Primitivo fosse databile attorno al XVII secolo, ma per altre ragioni: infatti, l’autore del Saggio di Ampelografia Universale asseriva che le marze di Primitivo giunsero grazie ai profughi slavi originari di Zagabria dopo diverse ondate migratorie, spinti anche dall’egemonia saracena. Non a caso Schiavone, Montenegro, Albanese e Zagarese, sono sinonimi del Primitivo gioiese.
Quel che è certo è che è a Francesco Filippo Indellicati, nato a Gioia del Colle nel 1767, che va riconosciuto il merito di selezionare e classificare il Primitivo, dandone definizione per la prima volta nel XVII secolo, come appunto asserito dal Calò; Indellicati, appassionato studioso di Botanica e Agronomia, oltre che dignitario papale, divenne primicerio del capitolo della Chiesa Madre di Gioia del Colle e, secondo Francesco Antonio Sannino, fu colui che nel 1799 avviò ufficialmente la coltivazione del Primitivo di Gioia del Colle in un terreno di otto quartieri di estensione in località Liponti, presso la contrada Terzi di Gioia del Colle.

Filippo Indellicati aveva particolarmente a cuore questa cultivar, notando all’epoca che raggiungeva la maturazione fenolica in agosto, precocemente rispetto alle altre uve. Fu per queste ragioni che, nel gergo dialettale gioiese, l’uva veniva chiamata Primativo, detto anche Primaticcio, ma non è escluso che l’etimo avesse a che fare con la carica ecclesiastica ricoperta dall’Indellicati stesso, come asserito anche dal prof. Giuseppe Musci nel 1919, al tempo direttore dei Consorzi di Difesa della Viticultura di Bari.
L’arco temporale intercorso tra gli inizi dell’800 fino ai primi anni ’50 ha visto l’annessione del Mezzogiorno al resto d’Italia, il cosiddetto Brigantaggio, la Grande Guerra e la Seconda Guerra Mondiale, eventi che hanno cambiato per sempre, assieme alle grandi migrazioni, il volto del nostro Paese e che hanno richiesto un immane sforzo per la ricostruzione e, soprattutto nell’Italia del Sud, tanta fatica contadina.

La famiglia Petrera
Un punto di riferimento fondamentale per la preservazione del patrimonio vitivinicolo gioiese e il futuro del Primitivo di Gioia del Colle in quest’epoca è stato il punto in cui Nicola Petrera, nato nel 1827, decise di costruire la propria casa, senza sapere che la scelta di un luogo, nelle mani di un suo futuro erede, diventerà la pietra miliare per dare grandezza al nome di questo emblematico vitigno pugliese; infatti, agli inizi del XIX secolo elesse la sommità della collina di Spinomarino per la sua dimora con tutta la tenuta attorno per praticare la viticoltura.
Il lavoro, tra disboscamento, lo scavo dei pozzi per fare scorta idrica e l’estrazione della roccia con cui venne costruita la casa trullo, fu davvero durissimo, ma il sacrificio non andò perduto e neanche le parole di Nicola, che riassumono i valori familiari e l’abnegazione per la fatica in vigna: “chi ama e rispetta la Natura, ama Dio e se stesso”. La casa trullo, come vedremo di seguito, resta un vero e proprio punto cospicuo per coloro che vogliono ripercorrere la storia del Primitivo, così radicato nel dna della Famiglia Petrera, tanto che ancora oggi è possibile vedere sulla sua sommità una roccia con sopra inciso un triangolo, simbolo geodetico che identifica la masseria come riferimento cartografico.

Il lavoro però era ancora tanto e mancava molto a ciò che la tenuta avesse l’aspetto attuale: a proseguire l’opera di Nicola è stato il figlio Filippo Petrera, nato nel 1852 e detto Fatalone, termine designante nel gergo locale un Don Giovanni e che da allora sarà il soprannome familiare dei Petrera. Filippo visse fino a 98 anni facendo colazione fino all’ultimo giorno con mezzo litro di Primitivo e mezzo litro di latte appena munto. A ereditare l’impegno di Flippo, nel proseguire l’opera avviata dal padre Nicola e poi da lui stesso, sarà Pasquale Petrera, nato nel 1913, il quale chiamerà suo figlio Filippo Vito Petrera, come tradizione vuole.
Nasce il progetto “Fatalone“
Filippo, è un uomo risoluto e dal grande amore per la sua terra, quando lo si interroga a proposito del destino la sua risposta è semplice: non che il destino abbia voluto così, sciocchezze! In realtà è il risultato di come ci si pone nel rapporto con la Natura, ovvero il Creato e il Creatore, e col prossimo ed è quindi semplicemente l’effetto delle nostre azioni. Nel portare avanti la tenuta la capacità di Filippo sarà quella preservare e coniugare tanto l’eredità, costituita dai vigneti familiari, quanto di fare tesoro della conoscenza enologica di suo suocero Giuseppe Orfino, nato nel 1921 e venuto a mancare nel 2016. Con molte difficoltà Filippo Petrera riuscirà a realizzare il suo sogno più grande: dar lustro e identità al nome del Primitivo di Gioia del Colle imbottigliandolo in purezza per la prima volta!

Perché ciò potesse accadere Filippo iniziò a confrontare l’evoluzione dei vini prodotti fra suo padre e suo suocero per comprendere quale procedimento di vinificazione potesse essere più efficace a rendere il Primitivo più espressivo e longevo. La svolta si ebbe con l’annata 1981, emblematica per Filippo in quanto la materia prima aveva finalmente incontrato il giusto peso della mano dell’uomo e la bottiglia recava con sé il messaggio di un sogno che presto si sarebbe realizzato.
Arrivò il 1987 e, dopo una lunga lotta di carte bollate condotta assieme al dott. Erasmo Pastore, Filippo Petrera restituì il Primitivo di Gioia del Colle al suo legittimo destino, vedendosi finalmente riconosciuta la Doc Primitivo di Gioia del Colle, ottenendo altresì tutte le autorizzazioni necessarie per produrre, imbottigliare e promuovere il Primitivo in purezza. Filippo Petrera, quando accarezza i filari vicino casa sua, ricorda bene quei momenti e, oltre ad essere divenuto presidente del relativo Consorzio, nel 1988 vide la vendemmia del 1987 diventare la prima annata e realizzare prima bottiglia ufficiale con il marchio Fatalone. Era la grande annata di suo padre Pasquale e di suo suocero Giuseppe, tutto il vino imbottigliato ed etichettato a mano! U’ Pr’mativ’e!

Oggi, con Pasquale Petrera, figlio di Filippo e classe del ’78, assumiamo che per riconoscere la grandezza del Primitivo di Gioia del Colle ci sono volute ben 5 generazioni e l’unione di due famiglie, legate per la vita, la passione per la vitivinicoltura e il lavoro.
La cantina Fatalone Petrera si eleva in contrada Gaudella a 365 metri sul livello del mare, in un punto di Gioia del Colle pressoché distante dal Mar Adriatico e il Mar Jonio, a circa 45 chilometri, contando 9 ettari tutti intorno alla proprietà in un territorio ricco di storia: siamo pur sempre nella subregione delle Murge, un tempo abitata dai Peuceti, come dimostrano gli scavi archeologici e il vasellame destinato a contenere vino e olio presso il Monte Sannace.
Qui il terreno, del tipo argilloso-calcareo a medio impasto, ricco di minerali e con presenza di fossili marini, costituisce un valore aggiunto, capace di conferire ai vini di questa azienda agricola la caratterizzante freschezza e mineralità, che sono da ricercarsi anche nella consuetudine di impiantare le barbatelle a circa un metro di profondità, di modo che l’apparato radicale possa espandersi e captare l’umidità intrappolata nel suolo.

I vini
Ecco perché Pasquale Petrera sostiene che tutto parte dalla terra.
La prima generazione ha domato la terra e ha gettato le basi per l’attuale azienda, la seconda e la terza hanno ampliato e gestito con cura i vigneti, la quarta ha scolpito il nome del Primitivo di Gioia del Colle nella storia dell’enologia italiana e Pasquale Petrera, la quinta generazione, ha proiettato le cantine Fatalone nel futuro: l’attuale titolare racconta fieramente di quanto l’azienda sia stata pioniera nella conversione all’agricoltura biologica, la 288^ in tutta la Puglia e la Basilicata contemplando tutti i modelli agronomici e zootecnici, inclusi quelli con produzione diversa da uva da vino.
Pasquale riporta altresì che, quando era stata riconosciuta la Doc nel 1987, la sua famiglia, con un totale di 4,75 ettari, era tra i pochi possidenti di vigneti impiantati a Primitivo, per un totale di 12 ettari, in un’area in cui il vitigno era stato quasi completamente espiantato e che, grazie alla sua famiglia e alla sua personale visione, oggi gode di una fama internazionale, visto il buon posizionamento di mercato dei vini in diversi Paesi. La cantina Fatalone Petrera persegue un rigido protocollo di agricoltura biologica, senza irrigazione e favorendo l’inerbimento spontaneo con la pratica del sovescio.

Quattro le referenze di Casa Petrera, tutte non chiarificate, stabilizzate o filtrate, a basso contenuto di solfiti e prodotte esclusivamente con proprie uve: il Fatalone Primitivo Riserva e il Fatalone Primitivo di Gioia del Colle Doc, le cui viti, impiantate nel 1990, affondano le radici negli stessi suoli attorno alla proprietà e vengono allevate con una moderna versione di Alberello Pugliese con due capi a frutti adattato a spalliera, rispettivamente per un totale di bottiglie prodotte di 15 mila e 25 mila.
Per la versione riserva 12 mesi in acciaio e 12 mesi in botti di Rovere di Slavonia da 750 litri, con la peculiarità della musicoterapia al fine di ottimizzare lo spontaneo processo di micro-ossigenazione e favorire l’affinamento del vino stesso, per definitivi 6 mesi in bottiglia prima dell’immissione sul mercato. Il Teres Primitivo Rosato Igt Puglia viene prodotto a metà ottobre, frutto dei racemi delle viti di questa cultivar, per un totale di 6000 bottiglie, ottenute da una fermentazione spontanea e macerazione di 30 ore in solo inox e malolattica naturale.
Infine lo Spinomarino Greco Igt Puglia, frutto di viti allevate a pergola tra i due e i quattro capi a frutto, ottenuto da pressatura soffice senza diraspatura con breve macerazione in pressa di 24 ore, fermentazione spontanea in in acciaio a temperatura controllata con soli lieviti indigeni per 4500 bottiglie totali.

L’ottimizzazione assidua del prodotto, a partire dal miglioramento delle pratiche agronomiche ed enologiche, è una costante della cantina Fatalone Petrera, meditante piani di valorizzazione, ricerca e sviluppo: infatti, non sono mancate negli anni coincidenti al passaggio di testimone a Pasquale, cooperando ad esempio nel 2000 con ad un programma di ricerca dell’Istituto per la Viticoltura di Turi per la selezione clonale dei vitigni di Primitivo presenti sul territorio.
Nel 2003 è stata avviata la collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università della Basilicata sulla caratterizzazione chimica dei vini Doc e Igt del Sud-Italia, compresa la ricerca in partnership con il Centro Nazionale Ricerca dell’Università di Lecce, sull’identificazione, la caratterizzazione e la selezione dei lieviti presenti nel Primitivo.
Non ultimo, tra il 2005 e il 2007, la cantina Petrera ha lavorato, in collaborazione con il Centro Ricerche e Analisi Agroalimentari di Bari, autorizzato dal Ministero dell’Istruzione Università e Ricerca, sulle possibili strategie per la prevenzione della contaminazione da ocra-tossina A nei vini, coadiuvata dal Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma e con la supervisione dell’Istituto Superiore della Sanità.

La nostra redazione ha avuto il piacere di raggiungere Pasquale Petrera per porgli qualche domanda:
Quali sono i tratti più caratterizzanti dei vini Fatalone?
In Natura, un’osservazione umile, aperta e sincera è la chiave per un vero apprendimento e una vera comprensione di ciò che realmente accade nel vigneto e di ciò di cui la vite ha effettivamente bisogno. È il modo per sentirsi e percepire veramente se stessi come parte del tutto, accettandone pacificamente l’imprevedibilità di annate non sempre favorevoli e lasciandosi guidare da esse, dandovi giusta e opportuna interpretazione. Ciò per noi, vignaioli da 5 generazioni, stabilisce la differenza tra chi parla di tradizione e chi la pratica, facendo tesoro di tutti gli insegnamenti che ci derivano da cooperazioni con atenei e istituzioni scientifiche.
Coerenza e fedeltà alle nostre radici, una visione ampia e lungimirante, vivendo il presente con la consapevolezza che c’è sempre da imparare è ciò che noi accomuniamo alla roccia, al vento marino e al sole che leviga le nostre uve.
A cosa dovrebbe essere imputata nel complesso l’attuale crisi del vino e come la state fronteggiando?
I fattori sono complessi e dinamici, alcuni tornano con una certa ciclicità altri sono conseguenze di un’epoca particolare. Potrei parlare di dazi ed errate politiche agricole, eccessiva fiducia in una certa maniera di comunicarsi o staticità sui mercati, ma mi limito semplicemente a dire il vino sta vivendo un processo di selezione naturale e che ciascuno è libero di percorrere la propria strada come meglio crede.
Riguardo a ciò che facciamo, credo che Il concetto di resilienza nel nostro percorso vinicolo familiare sia strettamente legato alle difficoltà e alle sfide intese non come momenti, ma come una costante che perdura ancora oggi, dopo che il nostro capostipite gettò nel 1800 le fondamenta di quella che ancora oggi si può considerare una pietra angolare per gli estimatori del Primitivo di Gioia del Colle.
Mio padre nacque durante la Seconda Guerra Mondiale, visse la povertà della vita di campagna di quel periodo nel Sud Italia, poi emigrò al Nord Italia per cercare lavoro come operaio siderurgico, ma all’inizio degli anni ’80 decise di tornare a casa per prendere in mano l’azienda agricola di famiglia e liberare il Primitivo dalla sua reputazione di vitigno a bassa resa, adatto solo alla produzione di vino sfuso da assemblare con altre uve più ritenute più pregiate.
Rilevò alcuni dei pochi vecchi vigneti di Primitivo autoctono ancora esistenti a Gioia del Colle e ne piantò di nuovi quando tutti gli altri stavano estirpando il Primitivo per sostituirlo con altre varietà più produttive. Quando iniziò a imbottigliare il Primitivo nel 1987, possedevamo 4,75 ettari su una superficie totale di una dozzina di ettari distribuiti su tutto il territorio della Doc di Gioia del Colle.
Dare inizio alla nostra avventura con l’imbottigliamento del Primitivo alla fine degli anni ’80, subito dopo lo scandalo del metanolo, operare in un contesto difficile come quello del Sud Italia, avvicinare lo scettico cliente internazionale introducendo un vitigno quasi sconosciuto, proveniente da una regione del Sud Italia quasi altrettanto sconosciuta, elementi entrambi associati alla produzione di vino sfuso, è stata un’impresa che ha richiesto non poco coraggio e fiducia nei nostri mezzi, provando e riprovando per almeno sei vendemmie prima di arrivare a imbottigliare con il nostro nome.
Quindi la nostra risposta a una sfida costante è sempre stata la costanza e la coerenza nel seguire le nostre passioni e i nostri sogni, lavorando duramente nel pieno rispetto delle buone e rispettose pratiche di campagna, dando profondità, autenticità e valore a ciò che facciamo con quell’ostinata passione che ci ha condotto oggi esattamente dove siamo.
È tutto legato ad una sola questione: sapere chi sei e, qualunque cosa cambi intorno a te, rimanere esattamente lo stesso. È pura personalità, dignità e orgoglio, ma è anche senso di onestà e rispetto per chi ha imparato ad amare i nostri vini e ci scegli per ciò che siamo, senza lasciarci affabulare dalle lusinghe della moda o dall’andamento, talvolta volubile, dei mercati.
Un obiettivo da raggiungere nei prossimi anni…
Migliorarci anzitutto, continuando a dialogare con le nostre viti con il linguaggio tramandato da 5 generazioni, interrogandole con i mezzi più etici e innovativi per prevenirne le esigenze, ottimizzando sempre più la vendemmia, anno dopo anno. Naturalmente vorremmo che la nostra storia, la storia del Primitivo di Gioia del Colle, incontri sempre più appassionati nel mondo, ma soprattutto che tanti appassionati possano venire a trovarci, toccando con mano quel che facciamo e raccontarlo al mondo



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2 commenti su “Puglia – Fatalone, il Dna della Famiglia Petrera nel Primitivo di Gioia del Colle”
Bravi articolo ben fatto
Congratulazioni
Gentile Antonio, grazie per aver gradito il pezzo e buona giornata