Campania – Élevage Wine Restaurant accoglie lo chef Luca Fracassi

Élevage Wine Restaurant: Luca Fracassi e Vincenzo Cozzolino insieme per un nuovo corso che si preannuncia denso di stile e concretezza.

Si prende la scena l’arrivo di Luca Fracassi, chef e patron di Octavin ad Arezzo, una stella Michelin. Sarà lui il nuovo executive chef dell’insegna di Trentola Ducenta (CE), in un lavoro a quattro mani con il resident Vincenzo Cozzolino.

Una rigenerata affinità d’intenti fortemente voluta dai giovani proprietari Anna Rancella e Mario Di Gioia che non smettono di sorprendere, di alzare l’asticella della qualità e di trasformare, in realtà gustose, sogni fatti di continua ricerca e materie prime eccellenti.

<<Ci piace l’idea di affidare la nostra cucina ad uno chef dal talento sobrio quanto efficace e che ammiriamo per quel suo essere creativo, libero, ma sempre con i piedi per terra. Il territorio campano rimane la nostra comfort zone, impossibile prescinderne, ma non ne abbiamo mai fatto una costrizione. Ma siamo giovani, la voglia di lasciare casa ha sempre fatto parte delle nostre personalità e, oggi, ci stuzzica l’idea di affidare la lettura di ciò che siamo ad un occhio esterno. Siamo stati fortunati perché tra Luca ed il nostro Vincenzo l’intesa è stata immediata. Progettano con entusiasmo, in uno scambio nutrito proprio dalle diverse prospettive, dai differenti background, con l’obiettivo comune di generare qualcosa di diverso, bello e stimolante, nella democraticità di un’offerta che è sempre stato il focus di Élevage.>>

La frizzante Anna Rancella, con suo marito e partner in affari Mario Di Gioia, annuncia con orgoglio l’arrivo di Luca Fracassi e del suo estro creativo. Le sinergie con altri regioni, come con altri paesi, è fin dall’inizio il leitmotive della giovane insegna che ha saputo puntare sulla qualità senza compromessi anche in provincia, immaginando una proposta enogastronomica che starebbe bene ovunque nel mondo, perché aperta alle contaminazioni, indipendente, curiosa del buono, ovunque esso si trovi. 

Lungimirante al punto da accogliere senza remore lo chef toscano famoso per uno stile essenziale e per una naturale propensione a sottrarre, evitando ridondanze ed arrivando, piatto dopo piatto, al cuore del sapore. Poche concessioni all’estetica, quando è intesa come moda effimera non utile al piatto, massima attenzione, invece, per la sostanza. Con una passione smisurata per i vegetali e dunque benvenuto nella ricchezza dell’agro aversano, dove le eccellenze prosperano e possono trovare nuovo humus proprio dalla visione di due giovani caparbi, Anna e Mario, viaggiatori curiosi e selezionatori instancabili del meglio che il mondo ha da offrire. 

Luca Fracassi, da parte sua, dimostra entusiasmo e grinta da vendere. <<Per me è sicuramente una nuova sfida lavorare in Campania dove la tradizione è fortissima, così come la ricchezza delle materie prime disponibili. Il mio obiettivo, ampiamente condiviso dal collega Cozzolino, sarà quello di evitare cliché, proponendo piatti gustosi anche attraverso l’utilizzo di ingredienti meno nobili. A tutto il resto penserà la sala, con l’ottimo sommelier Daniele Barbato, e poi ci sono Anna e Mario attentissimi a sorvegliare il loro progetto, insomma, un lavoro di squadra.>>

Élevage nasce dall’impegno di una coppia di giovani visionari: insieme nella vita e nel lavoro, Anna Rancella e Mario Di Gioia da tempo coltivavano il sogno di portare a casa l’amore per il meglio della Francia, un paese che li ha sempre attirati nei loro viaggi, senza i soliti cliché e soprattutto con una nuova chiave fatta di accessibilità, anche se il focus della proposta è sullo Champagne. Tutto ciò non è un capriccio, ma reso possibile dalla ricerca peculiare e diretta presso piccoli e virtuosi vigneron francesi, stappando, scegliendo e mettendoci sempre il cuore.

<<Élevage nasce da un sogno. Viaggiando e visitando ristoranti e cantine, abbiamo iniziato ad accarezzare l’idea di aprire un posto tutto nostro. Mio nonno faceva il cuoco, aveva aperto un piccolo ristorante in Calabria, ma non è una realtà che ho vissuto da vicino. Mario, mio marito, ha sempre avuto il desiderio di gestire un cocktail bar tutto suo, un luogo dove poter bere di qualità. Sono anni che esploriamo il mondo del vino, abbiamo anche una piccola collezione privata, ma una sera, cenando con focaccia, mortadella ed un ottimo Champagne, ci siamo chiesti come sarebbe stato un posto dove gli appassionati del buon bere e della buona cucina potessero incontrarsi per degustare e scovare bottiglie nuove ed intriganti.>>

Trentola Ducenta è in provincia di Caserta, Anna e Mario decidono che quella doveva essere la sede d’elezione di Élevage. Un progetto giovane, nato come idea tra il 2021 e il 2022, concretizzandosi con l’apertura definitiva a giugno 2023. 

Un’insegna che nasce come Wine Boutique, per poi allargare l’offerta food solo di recente. Ristorante a tutti gli effetti, da vivere con sfumature diverse: accomodati al grande bancone d’ingresso, oppure al tavolo. Nessun canto delle sirene pronto ad incantarli verso zone più centrali, l’intuizione è sempre stata quella di portare valore in provincia. Élevage è un destination-place a tutti gli effetti ed anche l’insegna non è un caso: élevage, in termini enologici, corrisponde al momento dell’affinamento. Da un vino semplice, arriva qualcosa di più complesso e sfaccettato: una metafora che ad Anna e Mario è sembrata più che calzante.

Anna Rancella è originaria di Somma Vesuviana, mentre Mario Di Gioia è nato a Napoli per poi spostarsi a Giugliano. Insieme si trasferiscono a Lusciano con l’idea di aprire un’attività e arriva Trentola Ducenta con il palazzo giusto per realizzare il loro sogno.

È tutto estremamente personale da Élevage: servizio, arredi, menu, carta dei vini, mixology. In ogni angolo ci sono le scelte di due ragazzi caparbi e sognatori. Un equilibrio stabile che ha permesso loro di tracciare una formula nuova per il territorio, accogliente e democratica nei contenuti. 

Classe ‘87 per entrambi, Anna e Mario vengono da esperienze lavorative diverse che si sono rivelate complementari. Anna ha lavorato a lungo nel mondo della comunicazione fino a diventare responsabile marketing e comunicazione di un’agenzia di Napoli specializzata nel settore food e fashion. Un mix and match o, se vogliamo, un’ispirazione trasversale che finisce per abituarla a guardare tutto da diverse angolazioni.

Mario è laureato in economia, da giovanissimo inizia a lavorare nell’azienda di famiglia, ma l’attitudine a fare impresa lo porta velocemente verso progetti personali, soprattutto nei campi immobiliare e turistico. Nel 2014 acquista un lido con ristorante nel Cilento e, nel 2019, un b&b a Milano. 

Amano definirsi la prima generazione di ristoratori delle rispettive famiglie, sicuramente perché nulla è stato casuale o approssimativo. Élevage nasce e cresce ogni giorno grazie a studi approfonditi su tutto ciò che riguarda la gestione di un’impresa complessa come può rivelarsi, appunto, un ristorante. Senza timore, dichiarano spesso il loro amore per l’estero. Il che non significa rinnegare la propria terra, ma aprirsi alla sensibilità di guardare con occhio critico anche chi ha fatto altro, talvolta meglio.

<<Abbiamo voluto creare qualcosa che fosse il nostro posto, noi per primi dovevamo starci bene. Sicuramente abbiamo assorbito dall’estero l’abitudine di vivere il cocktail bar all’interno della ristorazione, vezzo che stiamo sdoganando anche al sud. Abbiamo preteso un bancone bar idoneo anche alla cena, come quelli in cui abbiamo sostato a New York durante i nostri viaggi. Dalla Francia abbiamo sicuramente assorbito la percezione che lo Champagne possa e dovrebbe essere vissuto in modo più disinvolto, non per forza legato a momenti speciali. Bere champagne ad Ay o magari ad Epernay, al tavolino di un bar con un piccolo tagliere di salumi e formaggi locali, ci ha fatto capire che lo Champagne non è per forza qualcosa di elitario o proibitivo! Entrare nelle case dei piccoli produttori ci ha fatto toccare con mano questo meraviglioso mondo che tanto somiglia a quello dei nostri nonni che producevano il vino in cantina. Certo, con risultati distanti.>>

Gli chef

Luca Fracassi, classe ’85, chef e patron di Octavin ad Arezzo, ristorante premiato nel 2022 con una stella dalla Guida Michelin. Appassionato ricercatore di prodotti del territorio e dell’utilizzo di tecniche recuperate dal ricordo: il suo è uno stile che accoglie accenti orientaleggianti, lontani dalle mode, ma che diventano un tutt’uno con un’idea gastronomica fatta di sostanza, profumi e scarto zero.

Vincenzo Cozzolino, classe ’95, ha lavorato in Campania presso i ristoranti Rear, Punto Nave e José. Il suo è uno stile giovanile, preciso, con i sapori di casa sempre al centro dell’idea e successiva esecuzione. Una cucina di matrice mediterranea e di evidente lettura contemporanea.

Il sommelier

Daniele Barbato, classe ’86, lavora da vent’anni nel settore della ristorazione. Reduce dal Cannavacciuolo Bistrot e dal Josè Restaurant, è Sommelier AIS, con una conoscenza ampia e variegata sul mondo del vino, con una grande passione per lo Champagne.

La cantina

Ad oggi, Élevage conta circa 200 referenze di Champagne e 700 vini: una carta vini che è frutto delle scelte accurate e delle ricerche costanti di Anna e Mario, esploratori instancabili del gusto, con il pallino di portare a casa novità ed interessanti chicche da scoprire.

L’offerta al calice

La loro forza è la costante ricerca sul territorio, riuscendo così ad offrire bottiglie dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Utilizzano il coravin come routine lavorativa proprio per garantire numerose proposte di vini e Champagne al calice, comprese le bottiglie premium. 

<<Sbicchieriamo qualunque cosa. Al momento abbiamo avviato una partnership con la maison Taittinger per proporre serate a tema ai nostri ospiti in cerca di esperienze diverse. E, finalmente, per guardare lo Champagne sotto un diverso punto di vista. Come uno di noi>>.

Élevage Wine Restaurant

Via Unità d’Italia, 13

81038 Trentola Ducenta (CE)

Aperto a cena dal mercoledì alla domenica

+ 39 375 823 7863

http://elevagewineclub.it/

Parcheggio disponibile in loco

Armonì, l’accento sulle proposte dello chef Mariano Armonia

Nel piacevole borgo marinaro di Pozzuoli, grazie al sogno realizzato di due amici, è assurto agli onori delle cronache un locale che non ha per niente fatto fatica ad affermarsi nel firmamento della gastronomia flegrea: il ristorante Armonì, dello chef Mariano Armonia e dell’imprenditore Giovanni Russo.

Con i suoi 80 coperti si presenta elegante già all’ingresso dalle pareti color pastello che richiamano alla mediterraneità tipicamente partenopea, visti i dettagli artistici vivacemente iconici che a tavola diventano elementi di attenzione al dettaglio per la mise en place.

Accolti dal personale con la premessa di un benvenuto genuino, caloroso e composto, si prende posto in un ambiente raffinato, disinvolto e ben organizzato, indicato sia per una cena romantica che per un pranzo di lavoro, piuttosto che per una rimpatriata tra amici desiderosi di condividere emozioni e trascorrere una bella serata.

Certo il ristorante Armonì è giovane, ma al timone della cucina c’è tutta l’esperienza di Mariano, classe ’88, dal curriculum ragguardevole: tanta gavetta tra il Capri Palace, il Riccio, il Quisisana e L’Altro Cocoloco, per poi aprire un locale tutto suo nel 2017, vantando anche consulenze di rilievo come quella per il ristorante “Pasta Fresca” dell’hotel 5 stelle Palace del Mar ad Odessa in Ucraina, ed esperienze televisive, più volte ospitato ad Alice Tv durante la trasmissione condotta da Francesca Barberini.

La serata celebrativa per la stampa, ben organizzata dalla giornalista Federica Riccio, è un vero inno all’apertura; dopo un brindisi conviviale con bollicine campane, si passa all’assaggio del fagottino croccante ripieno di ragù alla genovese, rigorosamente preparato con cipolla ramata di Montoro, accompagnato da un’intrigante Spritz Campari in versione solid cocktail.

L’interpretazione finger della genovese, perfettamente coerente col suo sapore e accompagnata dal drink al cucchiaio, ha dato croccantezza al morso senza togliere autenticità alla tradizione. Presente in tavola il pane multicereali preparato dallo chef unito all’ottimo burro fresco. Si prosegue con un Piedirosso dei Campi Flegrei e ancora una volta la cipolla montorese domina la scena: la frittata della nonna, nello stile fluffy della tortilla è un tuffo nel passato condito di eleganza, grazie al Crystal Bread e alla sua polvere bruciata.

Il primo piatto vuol essere una dedica ai trascorsi lavorativi dello chef sull’isola più glamour del mondo. “Made in Capri” è, infatti, l’interpretazione fatta raviolo di Armonì. Grande manualità nel sigillare la pasta, abbastanza consistente nello spessore, ripiena di caciotta e condita con sugo di pomodoro, maggiorana e salvia, su acqua di provola. Un gioco di tendenze dolci, il contrasto con l’aromaticità delle erbe e l’affumicato del latticino, con una certa acidità, è una carezza palatale grazie a quel velluto di pomodoro che ha ingolosito i presenti al punto da richiederne un supplemento di dose.

Il Nerino Casertano, pancia di maialino nero casertano cotta a bassa temperatura, ha dato il meglio di sé per la tenerezza delle carni e il suo fondo di cottura in agrodolce, quasi a ricordare il pork adobo filippino, eccetto che per le speziature e l’abbinamento con la mela annurca. Verve gustativa e territorialità a un piatto decisamente succulento e bilanciato.

Gran finale arriva con la solarità del color arancio a ricoprire una sfera di mousse dal cuore dolcissimo: Sweet Solfatara è un omaggio al mandarino dei Campi Flegrei, diventato PAT – prodotto agroalimentare tradizionale – grazie al lavoro assiduo di Domenico Ferrante e di alcune associazioni locali. La coccola pasticcera della crema, in contrasto con le note agrumate della marmellata e unita al crumble di cioccolato, è stato il coronamento di una cena di altissimo livello, oltre ogni aspettativa.

Abbiamo degustato il Prosum, l’amaro pompeiano frutto di un inedito criterio di estrazione a freddo degli oli essenziali delle erbe officinali preservando in maniera inalterata le proprietà; un digestivo d’altri tempi e di grande appeal, vincitore di ben due premi al World Liqueur Awards, con somma soddisfazione per l’ideatore Lorenzo Dimartino.

Sembra quasi banale dire che la cucina matura ed evoluta di Mariano, proposta in questo elegante format da trattoria urbana, ha raggiunto una personale “armonia”, ma è il caso di aggiungere che le vette di equilibrio delle portate sono state frutto di un gioco consapevole e niente affatto scontato di sapori e contrasti che diventano bilanciamento e piacevolezza, in linea con la filosofia di Armonì.

Ricordi di tradizioni familiari, di proposte autentiche combinate all’intuizione moderna, al concetto gourmet e alla passione per le cose ben fatte.

Campania, 7 ristoranti Stella Michelin per un 2025 davvero gourmet: Osteria Arbustico

Se ci si interroga su quale possa essere la vera anima del Cilento non si può dimenticare il mitologico Giano Bifronte, sia per lo sguardo rivolto tra passato e futuro, sia per la dualità delle componenti oggetto di rielaborazione in cucina: la terra e il mare.

Esiste un Cilento mondano, turistico, dove il pescato regna indiscusso a tavola ed un Cilento dell’entroterra, aspro, selvaggio, ancora poco conosciuto se non agli abitanti di questi luoghi intrisi di storia e bellezza. Anche Cristian Torsiello ha compiuto il suo percorso professionale guardando ad entrambi i lati della gastronomia. Partito da Valva con il fratello Tomas, ha poi proseguito da solista con Osteria Arbustico, una Stella Michelin, nella vivace e “continentale” Capaccio-Paestum, crocevia di popoli e tradizioni.

E proprio di ricette dal tocco sensibile ed elegante, nel rispetto dei canoni del luogo d’origine si parla nei piatti di Cristian. Il garbo di un locale in stile modernista, dove i colori assumono i tratti minimalisti da calma apparente, prima della tempesta d’emozioni regalate dallo staff di Osteria Arbustico. In sala il capo sommelier Salvatore Russo sa accompagnarti nel percorso con idee mai banali, scelte tra le tante proposte della lista vini.

Due i menu degustazione, Entroterra e Tanagro, rispettivamente da 3 e 10 portate e, molto apprezzabile, con un prezzo a misura di portafoglio tra 75 e 110 euro. Possibili le combinazioni e contaminazioni aggiuntive o intercambiabili direttamente alla carta.

Stuzzicanti e marini gli amuse-bouche tra tartellette, fragole, sedano, kombucha di pomodoro, zeppoline con crema di porcini e wafer al pâté di fegatini.

Infinitamente buono il carpaccio di pomodoro con olive, capperi ed una knell di sorbetto al peperoncino verde. La croccantezza viene giocata proprio dalla bassa temperatura del sorbetto, i sapori risultano in perfetto equilibrio.

La crespella di lenticchie con ragù alla genovese, tartare di manzo e midollo rasenta il sublime per la danza perfetta tra sensazioni vegetali e parti salate. Un piatto di grande tecnica applicata alle connotazioni più identitarie della Campania.

Lo spaghetto allo zafferano ha contribuito al recente riconoscimento, da parte della Guida Ristoranti Gambero Rosso, quale migliore proposta di piatti di pasta, sponsor Pastificio dei Campi. Una signature storica di chef Torsiello, ideata partendo da tre brodi differenti per cuocere la pasta. Densità e gusto in un unico quadro delicatissimo.

Le lumachine cotte con miso di pinoli in salsa e l’agnello in tre parti fatto al forno con cenere da carboni vegetali, risulta saporito e gustoso come veniva cucinato dalle massaie del passato.

Finale su meringa di rapa rossa con namelaka al rosmarino e cioccolato bianco su composta di ciliege. Delicato, semplice e avvolgente.

Segue una morbida fetta di torta brioche, da servire a scelta con gelato alla vaniglia, salsa al Marsala o ai mirtilli. Una visita in Cilento val bene il piacere di sedersi comodi ed assaggiare le idee territoriali di Cristian Torsiello e della sua brigata gourmet.

Arte e Cultura a Casal della Mandria, il luogo del cuore dello Chef Giuseppe Verri

Se ognuno provasse a immaginare un luogo della propria infanzia, dove ogni oggetto diventa creazione in un impeto dadaista condito di tecnologia, troverebbe naturale che un artista come Giuseppe Verri abbia fatto una playhouse della sua tenuta Casal della Mandria a Lanuvio. Dalle composizioni postmoderne, scultoree così come pittoriche, si è immediatamente accolti all’arrivo nel suo nuovo luogo del cuore, che sorprende non solo per il complesso di sculture che abbraccia il visitatore, avvolto in dimensioni e colori di oggetti distribuiti in un caos calmo tra opifici e ristorante.

La sorpresa è proprio Giuseppe, ospite entusiasta non già di esibirsi ma di farti trovare in mezzo a tutto quel che riesce a creare dalle forme ai colori ai piatti in tavola. Giuseppe Verri, noto come “Verrigud”, non si è mai risparmiato sulla creatività, i suoi oggetti applicati ti avvolgono come la sua cucina: un ingegnere di formazione ma uno scultore e pittore di estrazione, possono mai fare uno Chef protagonista della gastronomia del Lazio?

Risposta positiva: una selezione di ottimi vini, in mezzo ad affreschi e quadri, invita alla tavola imbandita di sue creazioni.

Il suo concetto di ristorante, a lunghe tavolate, si fonde con l’esperienza agricola dei luoghi dell’agro Pontino, e le sue piccole coltivazioni di ortaggi sono materia con cui plasmare pietanze che attingono ad eccellenze dai diversi territori vicini. Nella speciale cornice architettata da Carol Agostini, l’evento odierno raccoglie ed ospita eccellenze alimentari e vinicole tra Campania, Lazio e Toscana, con un bell’accento offerto dall’Oltrepò Pavese.

La cucina di Giovanni Verri diventa veicolo di trasporto per i funghi prodotti a Lanuvio nella tenuta dei Fratelli Milletti, per le carni “Mandriani” dei Fratelli Villani dell’Agro Nocerino-Sarnese, per i napoletanissimi sughi e le vellutate di Vestalia, per i salumi dell’Oltrepò Pavese “GranVarzi” offerti dalla Tenuta Borgolano con i suoi vini.

La composizione di arti e di vini presenti esprime un forte legame con la terra di lavoro: la “Bimba che raccoglie i Fiori” di Giuseppe rimanda la mente dall’Asprinio d’Aversa di Petra Marzia alla Bonarda dell’Oltrepò Pavese di Tenuta Borgolano. In direzione contraria, i “Polusca” contadini guerrieri e viaggiatori in ferro riportano il cuore dal Buttafuoco delle Colline Pavesi al Taurasi  dell’Irpinia.

Giuseppe Verri è uno Chef ha pensato in maniera postmoderna piatti della cultura agricola, ricomponendoli e prestandoli a gusti nuovi – come la Tartare di Manzo a base della frutta sminuzzata. La sua interpretazione è la sua missione, ossia naturalmente ricomporre l’esistente: la sua ”Maza”, focaccia di Grani Rari con lievitazione di ben 15 giorni, offerta con Crema di Friarielli e Ricotta di Battipaglia, oppure con Zucca Verde marinata e Guanciale Napoletano.

L’intenzione di Giuseppe e di Carol è di avviare una serie di eventi come questo, a combinare arti e mestieri culinari, inondandoli di vini di volta in volta presi tra le eccellenze delle terre di lavoro in Italia.

Ma non solo vini: questa volta abbiamo visto, ad esempio, un volto di Montalcino e della prossima Val d’Orcia che non è il Brunello ma la Birra e i prodotti della terra come Miele e del forno come il Panettone, tutti distinti dalla presenza dello Zafferano coltivato in loco dall’azienda Maccari.

Insomma un crescendo di sorprese articolate tra Paccheri col Guanciale di Mandriani, gli Spaghettoni al Sugo Napoletano di Vestalia – il cui carattere distintivo sta nei pomodori locali così come negli accenti di Aglianico infuso nella ricetta.

Vestalia accompagna anche i Paccheri serviti da Giuseppe Verri con la loro Genovese Napoletana distinta dalla Cipolla Ramata di Montoro e dall’Olio EVO di sola Coratina.

A chiudere, una composizione dolce di Biscotto fatto in casa con la Frutta al Naturale de “La Golosa” di Montelparo nelle Marche – una vera delizia ostinatamente biologica e priva di ogni possibile contaminazione.

Segue  -note degustative dei vini:

  1. Petra Marzia “Marcianus” Asprinio D’Aversa – Spumante Charmat lungo

Al sentire di gelsomini e fiori gialli si sovrappone una fragranza di cipria al naso subito corroborata nel gusto da grano e farina, accentati di oliva. Il palato avverte la caratteristica pungenza mista a concentrata mineralità dell’Asprinio.

Uno charmat lungo scelto con saggezza garantisce la persistenza della fragranza dovuta alla sosta sui lieviti. Buono e persuasivo, ideale su dolci leggeri e formaggi morbidi.

  1. Tenuta Borgolano “Donna” Bonarda dell’Oltrepò Pavese – 2009

Pregio conferito al naso da un immediato sentore di pout-purri e di essenze eteree, per un colore granato che rimanda a riflessi tipici del Marsala. Un’esperienza degustativa resa piena dal connubio con Salami di Varzi e Pancetta Pepata. La potente persistenza, data dall’invecchiamento di una Croatina in purezza già raccolta surmaturata, offre una boccata pregna e arricchita di tannini nobili. Si accompagna bene a secondi di carne bianca ma anche a paste come uno Spaghettone di Gragnano al Sugo Napoletano Vestalia.

  1. Petra Marzia “Parlami” Taurasi DOCG – 2017

Colore granato intenso e semitrasparente, leggera unghia tendente al viola.

I sentori di marasca e prugna sono in piena esposizione olfattiva, il che è davvero sorprendente per un 2017 e lascia ai margini, felicemente, la percezione di sottobosco poi ripreso al palato. Il gusto inizia con una leggera nota agrumata a far da accento a un bouquet di viole e fiori rossi, pout-purri, con spezie e legno saggiamente mitigati dal passaggio in altra botte. La freschezza al palato fa davvero tentennare la lettura dell’annata: questo Taurasi appare destinato a un invecchiamento lunghissimo e per nulla afflitto dalla particolare alcolicità tipica. I tannini sembrano appena desti, gentili ma robusti. Il corpo è presente ed equilibrato, leggera prevalenza acida che accompagna un gusto prolungato e relazionato alla persistenza del fruttato. Tratti floreali e vegetali ne corredano il finale. Una creazione davvero ben riuscita, sembra un trait d’union tra classico e moderno quale risultato di meno estrazione e più equilibrio nella fattura. Pairing su carni rosse, come la Costata alla Brace.

  1. Tenuta Borgolano “Dekameron” Buttafuoco – 2019

Eccellente combinazione di uvaggi pregiati dell’Oltrepò Pavese con forti influenze piemontesi: 60% Croatina, 25% Barbera dell’Oltrepò, 15% Vespolina. Ed è quest’ultima a caratterizzare da subito il naso, con ciliegia e fragola e frutti di bosco, seguiti  bacche e fiori rossi ed erba di sfalcio tipici di Barbera e Croatina. Si percepisce già un mite passaggio in legno, con spezie e vanillina. Al gusto abbiamo una preponderanza della confettura di ciliegie, buona la morbidezza glicerica contrapposta a tannini: un blend tutto in equilibrio tra gioventù e affinamento. Finale vegetale contornato da sfumature liquorose. Ideale per secondi succulenti, dallo Stufato alla Cassoeula.

Costiera Amalfitana: una sera al “Convento” con la cucina di Claudio Lanuto

Non era neve quella che veniva giù dal cielo, ma pioggia e la temperatura faceva pensare più alla Pasqua che al Natale. Eppure l’accensione dell’albero al Grand Hotel Convento Anantara di Amalfi ha mantenuto tutto il magico fascino dell’evento, reso ancora più suggestivo dall’eccezionale location in cui si è svolto: i resti del chiostro cistercense del XIII secolo, incastonati al sesto piano di una delle strutture ricettive più eleganti della Costiera Amalfitana.

I festoni di minuscole luci, Il braciere al centro del porticato, il coro di voci bianche a intonare i tipici canti natalizi e il cocktail di raffinati finger food, sono stati la preziosa cornice del quadro che lo scorso 27 Novembre ha dato il via alla stagione natalizia dell’Hotel ricavato da un’attenta ristrutturazione dell’ex convento dei Cappuccini di Amalfi e oggetto di un recente rebranding della catena di lusso Anantara. L’occasione è stata anche ideale celebrazione per la cucina dello chef Claudio Lanuto, recentemente entrata a far parte della Guida Ristoranti d’Italia 2024 del Gambero Rosso.

L’autore di 20Italie Ombretta Ferretto intervista lo chef Claudio Lanuto

Livornese di nascita, svezzato tra grandi cucine nazionali e internazionali (a partire da I Quattro Passi di Antonio e Fabrizio Melillo al Fat Duck di Heston Blumenthal), Lanuto festeggia il suo battesimo sulla guida più rinomata del Belpaese al ristorante Dei Cappuccini, rivelandosi persona pacata ed equilibrata nel rilasciare una dichiarazione sul recente conseguimento: “Mi sono commosso quando ho letto il mio nome sulla Guida”.

Al termine dell’evento di accensione dell’albero, il Ristorante Dei Cappuccini ha accolto i partecipanti in un ambiente sobrio con elementi architettonici e stilistici dell’antico convento, come le alte volte a crociera da cui scendono, disegnandone le coste, i moderni lampadari. Gli arredi dalle linee pulite ed essenziali cedono il passo all’opulenza solo nei tramezzi dorati che ricordano le piogge d’oro di molti quadri di Klimt, mentre le boiserie in legno chiaro scaldano l’ambiente, insieme alle luci soffuse e alla voce calda di Lucy Kiely, che unitamente alla chitarra classica di Cherubino Fariello, ha accompagnato la serata.

La cena, studiata e realizzata appositamente per l’evento natalizio, è stata un’elegante rivisitazione della tradizione, arricchita da contaminazioni di originale creatività, pur rimanendo fedele alla biodiversità e alla stagionalità del territorio.

La scarola ripassata con uvetta diventa quindi nido ideale per la capasanta scottata e guarnita da una sottilissima gelatina di tsuyu – brodo di dashi concentrato, arricchito di salsa di soya, mirin e sake. Il suo sentore umami fa da contraltare alla goccia di maionese delicata.

Il baccalà, invece, è stato protagonista dell’antipasto assieme alla giardiniera di verdure, classico richiamo all’insalata di rinforzo della tradizione partenopea – e alla crema di limone salato. Ad accompagnare entrée e antipasto Costa d’Amalfi doc Furore bianco Marisa Cuomo 2022 – blend di Falanghina e Biancolella – dai sentori freschi di agrumi ed erbette mediterranee, che ha sostenuto bene la complessità gustativa dei primi due piatti.

Eco di uno dei più grandi classici della tavola di Natale, il tortello di zucchine, crudo di scampi e lamelle di mandorle in fumetto di scampi, riportava alla memoria il confortante tortellino in brodo, spesso presente sulle tavole delle feste. Mentre con la seconda portata Lanuto è uscito dal canone delle festività proponendo un piatto a cui è molto affezionato: il trancio di spigola arrostita e crudo di gamberi rossi, serviti su un bisque di crostacei e accompagnati da sedano rapa grigliato e in dadolata con salsa di limone.

Il Fiano di Avellino DOCG Alessandra 2013 De Meo, ottenuto da uve selezionate da leggera vendemmia tardiva, ricco nei rimandi olfattivi di frutta matura e ginestra, caramello e note fumée, si è rivelato pieno e godurioso al sorso, in perfetto equilibrio con le portate principali.

Come tributo alla varietà e alla ricchezza dei prodotti della Costiera, lo chef ha voluto sottolineare la stagionalità e la territorialità di quelli utilizzati nei suoi piatti, molti provenienti dall’orto-giardino dei frati, come i limoni o i profumatissimi mandarini protagonisti del dessert a chiusura della cena.

Il babà al rum, mandarino del Convento e cioccolato, in accompagnamento con Passion 2021 Vino Passito Cantine Giuseppe Apicella – blend di vitigni autoctoni locali – avvolgente al palato nei sentori di frutta candita, fico secco e bastoncino di liquirizia, è stato ottimo preludio anche per le coccole finali: il bignè alla crema di limone, la gelatina di melograno e la caprese di mandorle e cioccolato.

Al termine della cena Claudio Lanuto, dopo aver ringraziato lo splendido lavoro di tutto lo staff, ci ha raccontato in poche sintetiche parole l’esperienza e la personale aspettativa dal suo impegno quotidiano: “siamo giovani, siamo partiti quest’anno con il progetto della ristorazione e il mio principale obiettivo è quello di far star bene le persone”.

Al Wip Burger & Pizza a Nocera Inferiore va in scena la cultura con “Mosaico per Procida”

di Luca Matarazzo

Ci sta, a volte, di restare alla finestra senza prendere posizione in merito ad una novità nel panorama vitivinicolo nostrano. Faccio pertanto pubblica ammenda, pur garantendo sempre sulla consueta buona fede di ciò che scrivo e, soprattutto, di ciò che non scrivo. Spiego meglio:

Gaetano Cataldo l’ho conosciuto in occasione di un’altra iniziativa molto particolare; senza svelare nulla, quell’esempio virtuoso potrebbe anche assumere la connotazione di pillola ricorrente sul magazine 20Italie. Il progetto Identità Mediterranea voluto fortemente per dar valore al riconoscimento di Procida Capitale della Cultura, ha assunto i caratteri di una vera e propria sfida, in cui il Cataldo non ha risparmiato energie.

Nulla sarebbe nato senza il supporto di un guru dell’enologia italiana come Roberto Cipresso, già pratico di concept celebrativi, al quale è stato chiesto un compito davvero arduo: unificare metaforicamente le diverse espressioni ampelografiche campane, per creare un vino unico da 26 vini.

Un’operazione senza scopo di lucro che ha coinvolto 26 cantine in 5 territori differenti; un’operazione divenuta oggetto di tesi di laurea, di menzioni giornalistiche illustri e persino del personale apprezzamento di Papa Francesco durante la consueta udienza vaticana. Una bottiglia celebrativa con tanto di etichetta scelta da un concorso artistico, che ha visto Carolina Albano vincere per aver meglio rappresentato i colori di Procida.

Circa 6000 unità prodotte, comprensive di 605 formati magnum ed uno sforzo immane per proporre il sogno di Gaetano e Roberto in giro per il mondo. Tutto molto bello sembrerebbe e senz’altro lo è, almeno per aver smosso i cuori dei produttori e per aver unito anziché diviso. Restava e permane ancora il dubbio nel sottoscritto se l’iniziativa vedrà un altro capitolo vincente a breve o se dobbiamo considerarla ormai compiuta nei suoi propositi… spero vivamente di no. C’è un pressante bisogno di simili iniziative.

Proprio per questo non si poteva più restare alla finestra, ma bisognava tessere le lodi di un intero movimento che ha saputo letteralmente semel in anno licet insanire. Che le mie parole, per quanto piccole e modeste, servano a ricordare l’impresa epica, che possiamo realizzare, contro mille ostacoli, anche qui in Campania, nel Sud d’Italia.

E per una serata d’onore non poteva che essere scelto un locale simbolo anch’esso di amicizia ed unione: il Wip Burger & Pizza a Nocera Inferiore di Lorenzo Fortino e Domenico Oliva, che hanno scelto la libertà di osare in un posto insolito, frutto dell’assemblaggio di forme ed idee diverse tra sala e cucina: dalla pizza ai primi piatti, dal pesce alla carne, sempre con ingredienti a km zero e di altissima qualità.

Capolavoro di serata la minestra maritata come si faceva una volta, ricca, sostanziosa, un piatto che va bene caldo o mangiato freddo e riposato il giorno dopo, magari con un buon olio extravergine di oliva e magari un calice di vino originale, perché no, come Mosaico per Procida.