Shochu, il distillato giapponese per eccellenza

Il Giappone, soprattutto nell’ultimo ventennio, si è guadagnato la fama di Paese produttore di whiskey, rum e gin, riscontrando un crescente apprezzamento tra i fine drinkers italiani e internazionali. In realtà, tra i distillati più autorevoli, autentici e rappresentativi del Giappone, lo Shōchū riveste un ruolo primario: la sua produzione è fatta risalire a tempi ben più remoti dell’arrivo degli europei in Estremo Oriente e quindi alla comparsa di altri superalcolici in quei territori.

Nella misura in cui oggi non ci è estranea la parola Nihonshu, più appropriata e specifica di Sake, termine quest’ultimo riferito all’alcol in termini generici, piuttosto che alla bevanda più in voga in una determinata area, anche lo Shochu ha un significato preciso e una storia piuttosto affascinante: Shochu si esprime attraverso due kanji, di cui uno molto simile a quello del sake, il cui significato complessivo  è “alcol bruciato“, designando così quanto il calore, diversamente che per un qualsiasi fermentato, sia inficiato nel processo di distillazione.

La definizione di Shochu pertanto è quella di distillato ottenuto preliminarmente dalla fermentazione della materia prima impiegata nel processo: infatti, tra le tipologie più apprezzate di Shochu si annoverano quello di riso, orzo, patate dolci, grano saraceno, talvolta semi di sesamo e castagne, o lo zucchero di canna, ma si possono utilizzare anche lo shiso e il sake kasu. Da ciò si evince che lo Shochu può avere una produzione molto diversificata e comunque non soltanto ridotta al processo di distillazione, proprio perché occorre modificare ed adeguare gli ingredienti principali attraverso le fasi fermentative. Pertanto, produrre Shochu implicherà necessariamente l’acqua, il koji bianco e i lieviti da Saccharomyces Cerevisia.

Generalmente la distillazione è multipla ma per i piccoli produttori, che generalmente coltivano le materie prime necessarie, lo Shochu viene distillato una sola volta, assumendo il termine di honkaku shochu, ossia autentico, con un sapore fortemente legato alla materia prima e meno alcolico. Lo Shochu distillato più volte è detto Kōrui Shochu.

Le origini dello Shochu risiedono anzitutto nell’Awamori, considerato suo progenitore: esso deriva infatti dall’introduzione delle tecniche di distillazione presso l’isola di Okinawa, al tempo nota come Ryukyu, direttamente dal Sud-Est asiatico attorno al XV secolo. L’Awamori, come per l’honkaku Shoshu, viene distillato una sola volta ma si differenzia da esso per l’impiego di un riso thailandese del gruppo indica e di koji nero, anziché bianco, venendo oltretutto affinato in anfora per almeno 3 anni.

L’Awamori è molto simile al Sato Tailandese, anticamente chiamato Lao-u o Lao Khao, a sua volta derivante dall’Arrrak, una ancestrale discendenza alcolemica derivatagli anche grazie alle relazioni commerciali dell’isola nipponica con l’alloraSiam. Non a caso Jorge Álvarez, esploratore portoghese che sostò diverso tempo presso il porto di Yamagawa, nei suoi resoconti di viaggio scrisse nel 1546 che i giapponesi consumavano, appunto un distillato di riso molto simile all’Arrak.

Proprio perché il regno di Ryukyu è stato un avamposto commerciale di fondamentale importanza, principalmente per il resto del Giappone e la Cina, attraverso i traffici marittimi, si sostiene che l’arte della distillazione dello Shochu sia partita da qui, di isola in isola, fino ad arrivare a Kyushu.

Esistono naturalmente altre ipotesi, come ad esempio quella che vorrebbe i pirati giapponesi, detti Wakou, grazie alle loro scorribande tra le isole del Mar Cinese Meridionale, abbiano introdotto distillati nel Paese del Sol Levante tra il XIV e XV secolo, trafugando addirittura degli alambicchi; anche l’ipotesi che la cultura della distillazione sia passata attraverso lo stretto braccio di mare tra il Giappone e la penisola coreana è abbastanza verosimile: al centro di questo canale si trova l’isola di Tsushima, appartenente a Kyushu, patria incontestabile dello Shochu tradizionale.

Le prime notizie sullo Shochu, risalenti alla fine del 1400, provengono proprio da questa area, così come una prima traccia scritta è custodita presso il tempio di Koriyama Hachiman aKagoshima ed è fatta risalire al 1559: consiste in una incisione su una tavola interna del tempio fatta dai falegnami che dice “Il capo sacerdote shintō del santuario era così tirchio da non averci mai offerto dello Shochu da bere”.

Il processo produttivo vede, generalmente, le seguenti fasi: preparazione del koji, composizione dello shubo nel moromi primario, fermentazione multipla parallela nel moromi secondario, distillazione, a pressione atmosferica o sotto vuoto, invecchiamento, diluizione, che porta lo Shochu dai 44° alcolici medi ai 25° finali, filtraggio e imbottigliamento.

Gli Shochu assumono la seguente denominazione a seconda della materia prima: il Kome Shochu, nato nella regione di Kuma, è fatto di riso ed è considerato lo shochu che ha dato vita a tutti gli altri, presentando aromi più raffinati anche grazie alla distillazione sotto vuoto; l’Imo Shochu viene prodotto grazie alla patata dolce e ha sempre rappresentato un distillato molto strong, anche se i moderni master distiller tendono a modelli più delicati; il Mugi Shochu, fatto con orzo, piuttosto che grano o segale, presenta un sapere leggero e fruttato, con note tostate; infine, il Soba Shochu viene fatto distillando il grano saraceno e presenta piacevoli note crispy.

Tra le aree più vocate primeggia appunto Kyushu, le cui sette prefetture producono Shochu di diverso tipo, a seconda del contesto storico, culturale e geografico, per quanto a Nord sia molto apprezzato il Mugi Shochu e il Kasutori Shochu, ricavato dal sake kasu, praticamente la “vinaccia” del sake. La prefettura di Nagasaki vede il rinomato Shochu di Iki, un’isola famosa per il distillato fatto con l’orzo. Il Kome Shochu di Kumamoto è molto celebre, così come a Miyazaki e Kagoshima lo sono quelli fatti con la patata dolce. Infine, l’isola di Amami è famosa per il Kokuto Shochu, ricavato dallo zucchero di canna, la cui produzione ebbe inizio durante la seconda guerra mondiale.

Lo Shochu è un grande prodotto, capace di rievocare uno stile di beva antico, articolato e diversificato, a seconda del distretto geografico di origine, è molto versatile nella miscelazione, ma viene consumato anche durante i pasti. In tal caso difficilmente viene bevuto liscio, ma sempre diluito sia con acqua calda che acqua fredda o con ghiaccio. Gli Shochu diluiti con l’acqua vengono chiamati Mizuwari, mentre quello con la soda è il cocktail più popolare, detto Chūhai, al quale si aggiungono anche aromi alla frutta come limone, pompelmo o yuzu.

A seconda della temperatura di servizio e della tipologia, gli Shochu si accompagnano benissimo al sashimi e alleostriche, così come alle fritture in tempura, ai ramen e agli stufati di manzo e maiale, incluse le preparazioni a base di ortaggi, funghi e tartufi, come pure alla pizza e ai formaggi, fino alle carni grigliate e al cioccolato fondente. Naturalmente gli Shochu e l’Awamori sono prestazionali anche in abbinamento al fumo lento.

In Italia, tra i maggiori estimatori ed esperti di questi nobili distillati è doveroso fare menzione di Luca Rendina, che con Bere Giapponese è diventato ambasciatore della cultura dell’alcol giapponese, promuovendone la degustazione attraverso masterclass di rilievo in diverse regioni e contesti. Evidentemente lo Shōchū costituisce un legame indissolubile tra storia, cultura, tecnica e arte produttiva, territorio e condizione economica del popolo giapponese, uno stile di bere raffinato, capace di conservare la memoria della materia prima da cui si ricava e con cariche aromatiche complesse ed intense.

Comunemente bevuto nelle Izakaya, lo Shochu, così come il Nihonshu, diventa un rituale votato alla socialità, essendo tra i drink preferiti per rilassarsi tra colleghi e amici dopo il lavoro, consumato spesso con piatti da condividere per corroborare vecchi legami o instaurarne di nuovi.

Immagine di Gaetano Cataldo

Gaetano Cataldo

È da un pezzo che scrive sul vino, e non solo! La consacrazione arriva nel settembre 2014 mettendo a segno la pubblicazione sulla rivista Vitae de “Il Vino unito al Mare”, ben prima degli underwater wines. Gaetano è amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei suoi mestieri l’ha condotto in molti luoghi del globo, al confronto con altre culture; l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzare differenze e sfumature. Ufficiale di coperta ed F&B manager, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare, navigando e naufragando dolcemente tra scali marittimi e vigneti. Global e local al tempo stesso, per attaccamento alla sua terra, continua a indagare da eterno studente attraverso la cultura del Mare Nostrum, scoprendo Dioniso è stato anche in Giappone. Ha creato Mosaico per Procida assieme a Roberto Cipresso, ha portato la celebre bottiglia a sua Santità citandogli Giordano Bruno e, mentre erano tutti sbronzi, si è fatto nominare Miglior Sommelier al Merano Wine Festival. È sempre "un ricercato" per le Autorità dell'enogastronomia...

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