La rassegna di quest’anno sulle eccellenze vitivinicole della Sardegna è stata sapientemente organizzata sul campo dal direttore di Vinodabere Maurizio Valeriani, coadiuvato da Daniele Moroni all’Hotel Belstay di Roma.

Più di 200 vini esposti e degustati assieme a elementi gastronomici tipici come pecorino, miele e pasticceria sarda.
La location, su un unico piano, era mappata per areali vitivinicoli, consentendo un esame davvero comparativo dei vitigni celebrati in tutta la regione, come Cannonau, Vermentino e Bovale.

Dall’Oristanese ad Anglona e Gallura, procedendo verso Mamoiada, Mandrolisai e Oliena, in una ideale sequenza geografica di visita, l’ÍSULA offre fin da questo primo segmento un dato culturalmente evidente e riconoscibile: vini molto, molto identitari e diversificati, accomunati da costanti intensità di gusto e mineralità.
Non ce n’è uno che resti anonimo, non una singola banalità nei quasi 50 produttori presenti: il “colloquio virtuale” con essi risulta agevole seguendo il loro ardente desiderio di spiccare tra tutti.

Una sana competizione intrisa di “Sarditas” del mondo, tra vigneron pienamente consapevoli perché forieri di varietà e identità originali e pronunciate. Si respira aria di cultura improntata all’individualità. Come una ruga sul viso, intagliata da venti diversi, i tratti somatici dei vini Sardi sono oggi più riconoscibili che mai.
Procedendo nell’ideale viaggio da Ogliastra a oltre Romangia fino al sud dell’isola, si coglie un bisogno di distinzione che troviamo espresso nei caratteri marcati di ogni prodotto.

Ma la celebrazione diventa semplicemente sublime all’arrivo nel Sulcis, forse il segreto enoico meglio conservato della Sardegna. Il Carignano è qui proposto nelle sue forme migliori, vocate ad accompagnare l’alta gastronomia.
Tannini non sempre gentili, ma certamente di infinita armonia con la peculiare mineralità combinata di terra e di mare, che pongono il degustatore di fronte a un oggetto distinto ed eccezionale per corredo aromatico e gustativo.

Mai, come nelle elaborazioni di gente che fa ancora la storia di questo vitigno tra i quali Santadi e Sardus Pater, ritroviamo una “Sarditas” non più ignorabile. La sua identità è acclamata, indimenticabile alla memoria olfattiva e gustativa. È la Sardegna, il suo mare e la sua terra che dicono “Il Mediterraneo siamo noi, eccoci!”.
E diventa naturale chiedere a membri di spicco del Consorzio del Carignano del Sulcis a che punto sia l’evoluzione della denominazione da DOC a DOCG. Cosa resta da fare per cristallizzare nel disciplinare le originalissime caratteristiche di queste viti a piede franco, immerse ad alberello nelle sabbie e di un’età media attorno ai 60 anni, elaborate con un’eleganza di respiro internazionale.

Le difficoltà, di qualsiasi natura esse siano compresa la carenza di volontà ferrea, impongono però uno stop a un percorso altrimenti maturo e consapevole di questo areale. E se è già successo col Vermentino di Gallura, risulta oltremodo inspiegabile la desistenza (o per meglio dire la resistenza) di alcuni a compiere il giusto passo in avanti.
Il Presidente del Consorzio Antonello Pilloni è un gentiluomo novantenne e prodigo di saggezza, ben accompagnato da chi come Raffaele De Matteis e sa bene quanto tale passaggio sia ormai tangibile.

A questa forte e contraddittoria presa di coscienza si accompagnano, invece, parti originalissime di produzione vitivinicola come Jerzu e l’Ogliastra, con Alberto Loi dai vini incredibilmente tradizionali e ricchi di personalità. O come Depperu e le sue interpretazioni della Gallura più nobile, ricca com’è di sabbie da disfacimento granitico.
E ancora, come Isola dei Nuraghi e i Cagnulari, in purezza o assemblati con Vernaccia e Cannonau, dell’azienda Silvio Carta – che spicca in ogni caso per l’originalità dei suoi vini nel comprensorio di Oristano.

La Sardegna di Vinodabere: memoria liquida di chi ama le terre e la gente di una splendida Isola capoluogo di ogni civiltà del Mediterraneo.



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