Il salame di Mugnano del Cardinale

Eccellenza gastronomica in bilico tra le province di Avellino e Napoli

Il contesto territoriale e il contesto storico

La conurbazione dei sei comuni che formano l’area baianese costituisce una sorta di territorio cerniera tra la provincia di Avellino e l’Ager Nolanum in provincia di Napoli. I comuni di  BaianoAvellaMugnano del Cardinale, ove è ubicato il famoso santuario di Santa FilomenaQuadrelleSirignano e Sperone, che fanno parte a loro volta della Comunità Montana Vallo di Lauro e Baianese, comunità non contigue in termini provinciali in quanto Visciano che appartiene alla città metropolitana di Napoli in mezzo ad essi.

Tali borghi costituiscono un’eccezione nel contesto avellinese sia perché sono bene accorpati tra loro, e quindi più simili ai comuni napoletani limitrofi, che per il dialetto locale: infatti lo slang del posto non è il dialetto irpino ma bensì dialetto baianese.

In bilico tra queste due province, per quanto originario del comune di cui porta il nome, nasce la tradizione norcina del salame di Mugnano. Il borgo di Mugnano del Cardinale ha visto un primo e vero e proprio nucleo abitativo a partire tra l’XI ed il XII secolo in corrispondenza dell’odierno quartiere Cordadauro, periodo durante il quale la baronia di Avella, a seguito della conquista normanna, fu oggetto di un vasto piano agrario avviato grazie ad opere di dissodamento del terreno e dalla sua conseguente rimessa a coltura, nonché dalla creazione di nuovi insediamenti abitativi, tra cui appunto Mugnano, il cui etimo però sembra derivare da Fundus Munianus, risultante dell’ingrandimento delle proprietà che al tempo, precisamente tra il I secolo a.C. ed il II secolo d.C. , vennero assegnate ai veterani dell’esercito romano e ripartite secondo il criterio della centuriazione.

Nel 1312 Riccardo II Scillato, barone del feudo di Litto e Ponte Mignano, comprendente anche Mugnano, cedette questo territorio all’Abbazia di Montevergine, ricevendo dalla stessa i possedimenti nel salernitano; nel 1430 l’Abbazia di Montevergine ed i suoi feudi divennero una «Commenda», ossia passarono all’autorità di un cardinale «commendatario» e non più all’abate. Nel 1511 la Commenda di Montevergine passò al cardinale Ludovico d’Aragona il quale, dopo quattro anni, la cedette alla Casa dell’Annunziata di Napoli, all’epoca uno dei maggiori enti assistenziali del Regno di Napoli, passando di fatto alla giurisdizione della stessa ed entro alla quale vi rimase sino all’abolizione del feudalesimo nel 1806.

L’avvenimento più importante per la storia di questo borgo di origine medievale avvenne giusto un anno prima: il sacerdote mugnanese Francesco Di Lucia portò a Mugnano i resti di una giovane martire cristiana rinvenuti nelle catacombe romane di Santa Priscilla il 25 maggio del 1802 ottenuti da Pio VII, dando così inizio al culto di Santa Filomena, diffusosi ben preso in tutto il Meridione grazie anche alla protezione di Ferdinando II di Borbone; merita una menzione il Castello del Litto, dall’omonima frazione, costruito su un punto strategico da cui si nominava la Valle del Gaudio, attraversata tutt’oggi dall’importante strada regia delle Puglie.

Le origini medievali di un’eccellenza di origine irpina

Di questo eccellente prodotto di origine irpina si hanno notizie sin dal Medioevo ed anche successivamente: il 7 novembre 1849 il pontefice Pio IX, accompagnato dai regnanti borbonici, dopo aver celebrato messa al Santuario di Santa Filomena, ricevette in omaggio una cassetta in legno col pregiato salame di Mugnano; inoltre questo salame paesano, verso la fine del 1800, coinvolgeva nella sua produzione molte donne della zona, le quali si tramandavano di madre in figlia la tradizione artigianale, alimentando un vero e proprio indotto locale fino a far diventare l’insaccato mugnanese un fiore all’occhiello della gastronomia e utilizzato dai contadini irpini come merce di scambio.

Il Salame di Mugnano: Prodotto Agroalimentare Tradizionale

Il salame di Mugnano è stato riconosciuto quale Prodotto Agroalimentare Tradizionale dal Ministero delle Politiche Agricole con Decreto del 18 luglio 2000, su richiesta della Regione Campania, e la sua lavorazione oggigiorno è ammessa nei seguenti comuni: Mugnano del Cardinale, Avella, Baiano, Sirignano e Sperone, in provincia di Avellino, con Camposano, Casamarciano, Cicciano, Cimitile, Comiziano, Marigliano, Nola, San Vitaliano, Saviano, Scisciano e Tufino nel napoletano, comuni ai quali, nel tempo, si è diffusa la tecnica di preparazione.

Storia Norcina da oltre 700 anni

Un tempo svolta a livello domestico, prevedendo il concorso di più parti del maiale e l’affumicatura dinanzi ai camini o in prossimità delle cucine in muratura, la produzione del salame di Mugnano si è radicalmente evoluta, soprattutto dalla nascita della prima fabbrica norcina che risale al 1890 con la famiglia De Lucia, la quale era solita acquistare suini anche al Nord, di sola provenienza italiana e ancora in vita. Chiaramente, durante un tragitto piuttosto lungo, la carne degli animali finiva con l’indurirsi, sicché la famiglia De Lucia propese per tenerli allo stato brado sulla frazione mugnanese del Litto, per poi ucciderli dopo alcuni giorni.

L’odierna produzione

Per la produzione di questo salume occorrono le carni magre di spalla e fiocco di prosciutto macinate a grana grossa nel tritacarne, unite assieme al grasso di pancetta che dovrà risultare ben sodo per essere idoneo rispetto ai dettami artigianali, che lo vorrebbero tagliato generalmente a punta di coltello, il tutto da miscelarsi naturalmente alla concia fatta di sale e pepe nero in grani e per essere infine insaccato nel cosiddetto budello crespone o culare, corrispondente all’intestino crasso del suino.

Il segreto del Salame di Mugnano: il Vento

Le fasi di asciugatura e stagionatura vengono calcolate nell’insieme per una durata complessiva di almeno due mesi durante i quali, dopo l’affumicatura per mezzo di appositi bracieri, il salame di Mugnano si giova del suo ingrediente più tipico: il vento; infatti la posizione geografica di Mugnano del Cardinale, posta ad un’altitudine media di 250 metri con aree che arrivano a superare anche i 1400 metri sul livello del mare, vede la cittadina svilupparsi alle propaggini occidentali del Massiccio del Partenio ed esposta ai venti di Sud-Ovest, lievi ma costanti, i quali garantiscono una totale assenza di ristagni di aria e sono apportatori delle fragranze montane di castagni, faggi e querce, garantendo un’essiccazione naturale davvero privilegiata.

Caratteristiche Sensoriali del Salame di Mugnano

L’aspetto del salame di Mugnano, legato manualmente con lo spago, è piuttosto tondeggiante ed irregolare, a forma di pugno, con una pezzatura variabile dai 200 ai 500 grammi e con un diametro che supera, giusto per avere un termine di paragone, quello del salame tipo Napoli; una volta affettato si presenta di colore rosso vivo tendente al rubino, per quel che attiene alle carni, e bianco per il grasso, vedendo una buona distribuzione di entrambi ed una piacevole coesione della fetta, che deve essere pelata senza alcuna difficoltà data la natura del budello.

Dalla fetta del salame di Mugnano si irradia un profumo abbastanza intenso, piacevole e delicato di tostatura da legno, affumicato, stagionato e leggera nota piperita, mentre al gusto si avverte, sempre con buona intensità, un piacevole bilanciamento dei sapori, con i ritorni delle note odorose cui si va ad aggiungere il sapore suino unitamente al tocco umami, soprattutto se prodotto con suino nero, una buona persistenza e la texture omogenea che ne rende piacevole palatabilità e masticabilità. Un salume decisamente armonico nella sua semplicità ove il modello produttivo premia maggiormente la qualità della materia prima.

Il salame di Mugnano rappresenta ancora oggi il salume delle feste, quelle che pur riunendo talvolta il sacro col profano continuano ad essere feste concrete, fatte di valori familiari e gioia, pertanto un rosso frizzante della Penisola Sorrentina Doc come il Gragnano sarebbe un abbinamento ideale grazie al brio ed all’eleganza contadina che entrambi sono capaci di evocare con la loro genuina rusticità, piuttosto che una Vernaccia di Serrapetrona spumantizzata nella sua versione dry, così come anche l’avvolgente morbidezza di un Aglianico nella versione Campi Taurasini, meno austera rispetto al Taurasi ma comunque di buona persistenza aromatica intensa, potrebbe costituire un buon match.

Immagine di Gaetano Cataldo

Gaetano Cataldo

È da un pezzo che scrive sul vino, e non solo! La consacrazione arriva nel settembre 2014 mettendo a segno la pubblicazione sulla rivista Vitae de “Il Vino unito al Mare”, ben prima degli underwater wines. Gaetano è amante dell’Oceano-Mare e del Mondo Vino tanto da farne una doppia esistenza: uno dei suoi mestieri l’ha condotto in molti luoghi del globo, al confronto con altre culture; l’altro gli ha insegnato a gustare ed apprezzare differenze e sfumature. Ufficiale di coperta ed F&B manager, Gaetano incarna e traduce il rapporto tra il Vino e il Mare, navigando e naufragando dolcemente tra scali marittimi e vigneti. Global e local al tempo stesso, per attaccamento alla sua terra, continua a indagare da eterno studente attraverso la cultura del Mare Nostrum, scoprendo Dioniso è stato anche in Giappone. Ha creato Mosaico per Procida assieme a Roberto Cipresso, ha portato la celebre bottiglia a sua Santità citandogli Giordano Bruno e, mentre erano tutti sbronzi, si è fatto nominare Miglior Sommelier al Merano Wine Festival. È sempre "un ricercato" per le Autorità dell'enogastronomia...

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