Il convegno su “Vini dealcolati e naturali: le nuove tendenze”, il tema dei vini senza alcool ha polarizzato l’attenzione di esperti e addetti ai lavori, generando un caleidoscopio di riflessioni che meritano di essere ordinate e vagliate con acribia.
Il convegno, organizzato da FISAR Salerno, moderato da Raffaella D’Andrea, si è tenuto il 30 marzo 2025 al Next – ex Tabacchificio di Capaccio Paestum – con i relatori: l’Assessore all’Agricoltura Regione Campania Nicola Caputo, Massimo Setaro, Vincenzo Vitiello, Gaetano Prosperini, Michele D’Argenio, Enrica Cotarella, Antonio Napoli (AgroCepi).
Dopo i saluti iniziali di Augusto Notaroberto, delegato FiSAR Salerno, e di Angelo Coda, organizzatore dell’evento “Open Outdoor Experience”, si è parlato delle opportunità e delle potenzialità del territorio cilentano, ricco di storia e tradizioni vitivinicole, con Giuseppe Cuccurullo, Presidente del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, e Carmine Farnetano, presidente del GAL.

Un nodo concettuale di primaria importanza, quasi un discrimine filosofico, ha riguardato la pertinenza della nomenclatura “vino” per designare un prodotto privo del suo intrinseco componente etilico. Con un interrogativo, che lambisce la semantica stessa della tradizione, Enrica Cotarella ha posto la questione se si possa ancora parlare di “vino” in senso lato per un prodotto che ha perso le connotazioni dell’anima fermentativa. In un’eco di prudente scetticismo, il Dottor Gaetano Prosperini ha propugnato una cautela definitoria, suggerendo l’adozione di locuzioni quali “bevande a base di vino”, in virtù della drastica alterazione della tessitura gustativa e della struttura che la dealcolizzazione inevitabilmente comporta.
Sul versante delle dinamiche commerciali si sono delineate prospettive sensibilmente distinte. Mentre l’Assessore all’Agricoltura (Regione Campania) Nicola Caputo ha stigmatizzato il tardivo approccio del comparto vitivinicolo nazionale rispetto a un trend globale in inarrestabile ascesa, paventando ripercussioni competitive per il vino tradizionale, Antonio Napoli (già sindacalista del settore) ha intravisto nei vini dealcolati un’inedita frontiera di opportunità commerciali, aprendo varchi verso mercati refrattari al consumo di bevande alcoliche per motivazioni culturali o religiose. Tale dicotomia di vedute riflette una tensione tra la salvaguardia di un’eredità secolare e l’imperativo di intercettare le mutevoli esigenze del mercato globale.
Le perplessità di ordine tecnico e qualitativo hanno rappresentato l’ulteriore fulcro del dibattito. Michele D’Argenio (Associazione Assoenologi), con la lucidità propria dell’enologo, ha dimostrato la complessità dei processi di dealcolizzazione quali la distillazione e l’osmosi inversa, evidenziando come tali manipolazioni possano compromettere l’armonia organolettica stessa del prodotto finale. Sollevata, inoltre, la questione della scarsa comunicazione sui livelli alcolemici associati a un consumo responsabile, sottolineando la necessità di sfide sostenibili legate a impianti produttivi diversi da quelli tradizionali.

Le implicazioni sul piano socio-sanitario hanno suscitato riflessioni di diversa natura: il dottor Prosperini ha ribadito la tossicità intrinseca dell’alcool, ammonendo sul rischio concreto di considerare il senza alcool una panacea contro l’alcolismo, richiamando l’attenzione sulla persistenza di condotte negative tra le giovani generazioni. Massimo Setaro, con un approccio più ancorato alla tradizione, ha espresso un’iniziale reticenza verso il tema, interrogandosi sulla natura effimera di tali tendenze e richiamando l’importanza di una consumazione consapevole e conviviale del vino tradizionale, dissociando l’abuso dalla nobile consuetudine del bere moderato.
Infine, l’Avvocato Vitello (Associazione Consumatori Certo Consumo) ha focalizzato l’attenzione sulla zona grigia normativa che ancora avvolge il settore dei vini dealcolati, generando incertezze sul fronte della tutela del consumatore, in particolare per quanto concerne l’etichettatura e la tracciabilità dei processi produttivi. Ha altresì rilevato l’attuale impossibilità per i vini dealcolati di fregiarsi delle prestigiose denominazioni di origine, un vulnus non trascurabile per la loro credibilità e riconoscibilità.
Persistono gli interrogativi sostanziali sulla identità, qualità e sul loro ruolo all’interno della secolare cultura del vino dei nuovi prodotti alcool-free. Forse la vera sfida non è adattare il vino a ogni cambiamento, ma capire cosa non debba cambiare per restare autentico.



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