C’è un’espressione nel mondo dell’enologia, promossa da Andrea Lonardi, assieme ai colleghi master wine Gabriele Gorelli e Pietro Russo che a un primo ascolto potrebbe sembrare un paradosso geografico o una semplice licenza poetica: “il mare in montagna”. Viene utilizzata per descrivere i grandi vini bianchi della provincia di Avellino, in particolare il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo. Eppure, dietro questa suggestione si cela una verità geoclimatica e storica impressionante, capace di spiegare perché un sorso di vino nato tra vette e boschi appenninici possa ricordare in modo così nitido la brezza e la salinità marina.

La montagna nel calice: il clima d’alta quota
L’Irpinia è un territorio marcatamente montuoso e collinare, incastonato lungo l’Appennino Campano. Qui la viticoltura sfida le altezze, sviluppandosi in pendenze che oscillano stabilmente tra i 500 e i 700 metri sopra il livello del mare.
Tale isolamento montano garantisce alle viti un clima di stampo prettamente continentale. Gli inverni sono rigidi e nevosi, le estati ventilate, ma soprattutto l’intera area è dominata da forti escursioni termiche tra il giorno e la notte. Questo sbalzo termico costante agisce come un congelatore naturale per l’acidità delle uve e stimola la pianta a sviluppare profumi intensi, freschi e verticali.
Il mare nel sottosuolo: il segreto dell’antico oceano
Se il clima irpino è figlio della montagna, l’anima del vino è figlia del mare. Per comprenderlo occorre fare un salto indietro di moltissimi milioni di anni, all’epoca in cui l’attuale provincia di Avellino si trovava interamente sommersa dal fondo di un immenso oceano primitivo, la Tetide.
Infatti, l’Irpinia è nata dalla chiusura e dalla compressione dei fondali di quell’antico oceano primordiale a causa della collisione tra la placca africana e quella euroasiatica.
Quando i movimenti tettonici hanno spinto verso l’alto la catena appenninica, quei fondali oceanici sono diventati vette, intrappolando ad altitudini elevate sedimenti marini, argille e rocce calcaree. Il risultato è quello che gli esperti definiscono il “doppio suolo irpino”: un terreno stratificato dove le radici più profonde delle vecchie vigne scavano in un substrato marino ricchissimo di minerali e gusci di conchiglie fossilizzate. Più in superficie, questo strato millenario è ricoperto da un “cappello vulcanico” composto da ceneri, pomici e lapilli, depositati in epoche molto più recenti dalle storiche eruzioni del Vesuvio e dei Campi Flegrei.
Quando si assaggia un Fiano o un Greco, questa complessa combinazione geologica si traduce in una spiccata sapidità, in una forte mineralità e in una freschezza quasi tagliente. Al palato il sorso regala una sensazione nitidamente salmastra, una vera e propria firma salina lasciata dal mare preistorico, per quanto il legame tra geologia e sapore sia indiretto e più complesso della semplice suzione radicale.

Il caso Candida: dove la terra custodisce le conchiglie
Se questo fenomeno abbraccia l’intera denominazione, c’è un luogo dove la memoria dell’oceano si mostra in modo evidente: è il comune di Candida, un borgo situato a circa 570 metri d’altezza e cuore storico della DOCG del Fiano di Avellino.
A Candida il legame biologico con l’antico mare è tangibile a occhio nudo lungo i filari. Il territorio poggia direttamente su terreni risalenti all’Eocene, caratterizzati dalla massiccia presenza del cosiddetto “calcare nummolitico“. Le nummiliti erano piccoli organismi marini monocellulari con un guscio calcareo a forma di moneta che popolavano i fondali oceanici. Camminando tra i vigneti di questo comune, non è affatto raro imbattersi in pietre e rocce affioranti che mostrano chiaramente i segni di queste conchiglie preistoriche fossilizzate.
Il suolo di Candida si presenta come un mosaico perfetto: i calcari marmorini e le arenarie oceaniche nutrono la spina dorsale acida della pianta, per utilizzare una metafora, mentre le argille marine trattengono l’idratazione profonda nei mesi estivi, rilasciando una costante freschezza.
Questo micro-terroir si riflette fedelmente nel calice. Il Fiano di Avellino che nasce a Candida si distingue nell’intero areale per una sapidità sferzante e una struttura poderosa. È un vino che non teme il tempo; anzi, la forte matrice calcareo-marina gli consente di evolvere in bottiglia per anni, sviluppando nel tempo un’affascinante complessità aromatica dominata da note di nocciola tosta e sfumature di idrocarburi. Un ambasciatore perfetto, capace di dimostrare come la storia della Terra possa essere raccontata attraverso il sapore di un vino.
Dal mito alla terra: l’interpretazione di Agricola Bellaria
Se la geologia fornisce lo spartito, sono i viticoltori a doverlo interpretare e, un esempio lampante di questa archeologia enologica applicata alla bottiglia, è rappresentato da Agricola Bellaria, una delle realtà più dinamiche e premiate del territorio irpino, la cui storia si intreccia indissolubilmente con le colline di Candida.
L’avventura di questa cantina affonda le radici nella passione della famiglia Maffei, storica dinastia di Roccabascerana che da secoli abita nel centro storico del borgo, all’ombra del celebre tiglio tricentenario che oggi campeggia fiero nel logo aziendale. Nata inizialmente nel 2002 per valorizzare la produzione di olio extravergine di oliva da piante secolari, l’azienda compie la sua vera svolta enologica nel 2007 con la nascita delle prime etichette, per poi consolidarsi definitivamente nel 2011 grazie all’incontro strategico con Antonio Pepe, manager e viticoltore di Montefalcione con tre generazioni di esperienza contadina alle spalle.
Fin dagli esordi, la filosofia di Agricola Bellaria è stata guidata da un doppio binario: un rispetto viscerale per i vitigni autoctoni, coltivati seguendo i dettami della lotta integrata per preservare l’ambiente, unito a una forte vocazione internazionale che ha portato i suoi bianchi a trionfare nelle più severe degustazioni alla cieca di tutto il mondo.

Vigna Boschi: dove il Fiano incontra i “chicchi d’oro”
Il punto di contatto perfetto tra la storia della cantina e il segreto marino di Candida si chiama “Vigna Boschi”. È in questa specifica e singola parcella aziendale, un vero e proprio cru situato nel cuore del territorio comunale di Candida, che Agricola Bellaria raccoglie i grappoli per il suo Fiano di Avellino DOCG “Vigna Boschi”. Un vigneto che l’azienda stessa ama definire come un “paradiso terrestre”, esposto al sole d’alta quota e radicato proprio su quei terreni calcareo-argillosi saturi di nummiliti e fossili oceanici.
La mano dell’enologo interviene qui per preservare l’estrema purezza del vitigno, senza alterazioni chimiche o mascheramenti in legno. Le uve, vendemmiate rigorosamente a mano nella prima decade di ottobre, affrontano una criomacerazione e una pressatura soffice, per poi maturare in acciaio con la tecnica del bâtonnage.
Il risultato è un Fiano in purezza di straordinaria verticalità. Nel calice, il “Vigna Boschi” esprime un profilo olfattivo intenso e fine, ma è al palato che rivela la sua vera natura: dritto, fresco, sorretto da una spina dorsale acida monumentale e da una sapidità sferzante che pulisce la bocca e lascia un lungo ricordo salmastro. È un vino progettato per sfidare gli anni, capace di evolvere nel tempo verso quelle note complesse e minerali che solo il “mare in montagna” di Candida sa regalare.
Sciuscià: il Mare in Montagna con le Bollicine
Per poter descrive lo Sciuscià è stato necessario descriverne l’origine dei suoi su cui si allevano le uve Fiano necessarie alla sua produzione e del Vigna Boschi, di cui è la versione mossa.
Per lo Sciuscià Irpinia Fiano Doc Metodo Classico Extra Brut 2022, con sboccatura 28 luglio 2026, sono state prodotte soltanto 2700 bottiglie. Le uve, durante la vendemmia di quattro anni fa, sono state raccolte a mano proprio presso Vigna Boschi a Candida e, andando a memoria, con un anticipo di tre settimane per ingraziarsi più acidità possibile, rispetto al Fiano fermo della maison vitivinicola.
Senza diraspare e con pigiatura ultra-soffice, le uve sono state avviate alla prima fermentazione in acciaio e, dopo 8 mesi sulle fecce fini, alla seconda in bottiglia con l’aggiunta del liqueur de tirage. Dopo 38 mesi, a partire dalla seconda fermentazione, è stata effettuata la sboccatura.
La veste dello Sciuscià è elegantemente dorata, di un colore decisamente carico, con un perlage finissimo, per una bollicina di classe, numerosa e non troppo persistente. Al naso il guscio d’ostrica si fonde alle note di lievito, che ricordano il pane appena sfornato, poi alla salvia essiccata e al timo limonato; una apparente nota sulfurea volge subito in idrocarburo, come di nafta vergine, lasciando spazio al cedro candito, alla pesca gialla, al miele di zagara e al confetto di mandorla. Dall’elegante perlage, al palato, ne risulta una texture cremosa. L’ingresso è sapido, subito inondato di sferzante freschezza, con note citriche che rievocano i precedenti riconoscimenti odorosi, cui va ad aggiungersi il pompelmo, e un touch d’ananas non maturo. Ritorna altresì la macchia mediterranea col timo, limonato naturalmente, e la salvia.
Lo Sciuscià di Agricola Bellaria vede il sorso sigillato da un finale leggermente ammandorlato e piuttosto lungo. Ideale per un brindisi dedicato alla fine di questa estate, con cena galante a base di cernia di fondale al forno su fonduta di patate al burro d’Isigny e zafferano.



Il mare in montagna con lo Sciuscià di Agricola Bellaria
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