Ci mancava solo la Popillia Japonica, lo scarabeo che minaccia le prossime vendemmie in Italia

La Popillia Japonica avanza terrazza dopo terrazza tra Piemonte e Lombardia: i vigneti storici del Nebbiolo sono ormai in prima linea. Scopriamone di più del terribile parassita.

Non è più un problema solo di frutteti e prati inglesi. La Popillia japonica, lo scarabeo giapponese che da un secolo mette in allerta l’agricoltura nordamericana, ha imparato a nutrirsi di viti, e oggi  lo sta facendo proprio nei terrazzamenti storici tra Piemonte e Lombardia, culla del Nebbiolo, minacciando anche il vastissimo areale del Prosecco.

Identikit di un invasore

Originaria del Giappone e della Russia orientale, dove i predatori naturali ne tengono sotto controllo la popolazione, la Popillia Japonica è tutt’altro che innocua fuori dal proprio areale. Introdotta negli Stati Uniti oltre un secolo fa, vi è diventata un parassita di riferimento; negli anni ’70 è stata individuata anche alle Azzorre. In Europa continentale è invece una new entry: il primo avvistamento risale al 2014, nei pressi dell’aeroporto di Malpensa.

Lunga circa un centimetro, con elitre color bronzo, torace verde metallico e dodici caratteristici ciuffi di peli bianchi sull’addome, la Popillia si riconosce facilmente. Meno facile è fermarla: il suo comportamento gregario porta centinaia di esemplari a concentrarsi sulla stessa pianta, scheletrizzandone la lamina fogliare nel giro di pochi giorni.

Una diffusione già fuori controllo

Dal focolaio di Malpensa, l’insetto ha risalito la Lombardia, il Piemonte e la Valle d’Aosta, trovando probabilmente nella valle del Ticino – un corridoio d’acqua tra la Svizzera e la Lombardia – una via di espansione naturale. Lo scorso anno è comparsa per la prima volta nei vigneti terrazzati delle alte colline, dopo aver colonizzato per prima gli orti e i frutteti. È stata segnalata anche nei pressi dell’aeroporto Valerio Catullo di Verona, a ridosso delle terre del Prosecco.

Per Daniela Lupi, entomologa dell’Università di Milano, la fotografia della situazione europea è netta: in Italia, Svizzera e Germania “l’insetto è ormai radicato e l’obiettivo realistico è contenerne l’espansione; in Francia e Spagna, dove la popolazione è ancora contenuta, resta invece percorribile l’ipotesi di eradicazione”.

I numeri di una minaccia sistemica

  • Oltre 300 specie vegetali, tra piante e alberi, rientrano nella dieta della Popillia Japonica.
  • L’insetto figura nella lista dei parassiti prioritari dell’Unione Europea, categoria che impone agli Stati membri interventi di contenimento ed eradicazione.
  • Il fronte di avanzata coincide in larga parte con il Piemonte e la Lombardia, comprese le aree del Nebbiolo e, più a est, quelle prossime al Prosecco.
  • La Regione Lombardia ha attivato il bando SRD06, che finanzia reti anti-insetto e trattamenti per i viticoltori colpiti, insieme a migliaia di trappole di monitoraggio già operative sul territorio.

Il danno economico reale resta però difficile da quantificare. Come sottolinea Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti, l’insetto agisce erodendo la polpa delle foglie: indebolisce la pianta e ne riduce la produzione senza necessariamente ucciderla, rendendo complessa una stima puntuale delle perdite – se non nelle aree, esistenti, dove “il coleottero ha già distrutto il raccolto”.

La voce dei tecnici

Simone Lavezzaro, tecnico del Centro di Saggio Agricola 2000, ha condotto prove sperimentali sui vigneti dell’alto Piemonte, osservando da vicino la dinamica dell’infestazione: “I danni che Popillia Japonica può causare in vigneto sono ingenti. Esso ha infatti un comportamento gregario e non di rado su una stessa pianta si possono contare centinaia di esemplari che si nutrono della lamina fogliare”. E aggiunge: “Se non controllato, il coleottero giapponese è in grado di defogliare in pochi giorni una intera vite, compromettendo la capacità di sintetizzare nutrienti e dunque di produrre uva”.

È qui che si misura il vero rischio per la filiera: la defogliazione espone i grappoli al sole diretto e compromette la fotosintesi. Il risultato non è semplicemente un raccolto ridotto, ma un’uva che spesso non matura affatto – non uno standard qualitativo più basso, ma un prodotto non utilizzabile.

Le armi a disposizione e i loro limiti

La lotta chimica garantisce efficacia ma pone un problema d’equilibrio ecologico, oltre che di compatibilità con la pianta stessa. I piretroidi ad azione abbattente, come i prodotti a base di deltametrina (es. Decis Evo), agiscono per contatto con effetto immediato; i sistemici a base di acetamiprid (es. Epik SL) vengono assorbiti dalla pianta per una protezione più prolungata. Entrambe le famiglie, però, colpiscono anche i predatori naturali del suolo – talpe e moffette in primis – che normalmente si nutrono delle larve interrate dell’insetto.

La lotta biologica punta su antagonisti specifici: la mosca Istocheta aldrichi, che depone le uova sul dorso dell’adulto, e le vespe Tiphia vernalis e Tiphia popilliavora, che attaccano le larve nel terreno. Sono strumenti promettenti ma poco compatibili con i tempi stretti della vendemmia.

Restano le opzioni a minore impatto, di efficacia ancora poco documentata sulla qualità dei grappoli di Vitis vinifera: la terra di diatomee, che agisce meccanicamente lesionando l’apparato masticatore degli adulti, e miscele a base di olio di neem, olio di semi di lino e sapone molle, da applicare come trattamento di pronto intervento o come copertura prolungata.

Il metodo di prevenzione più diffuso resta però il monitoraggio: trappole a ferormoni e attrattivi floreali, prive di insetticidi, che intrappolano gli adulti in un sacchetto da svuotare periodicamente. Proprio perché richiamano gli insetti dall’intera zona circostante, vanno posizionate a un’altezza di circa 120 cm e a non meno di 10 metri dalle piante, per evitare di aggravare l’infestazione nell’area da proteggere.

Sul fronte istituzionale, Ministero dell’Agricoltura e assessorati regionali – Regione Lombardia in testa – mantengono toni di emergenza contenuta, per non generare allarmismo, mentre gli agronomi sperimentano nei pressi di Verona l’introduzione di un parassita microscopico contro le larve: un approccio che, per stessa ammissione degli esperti, resta un’ipotesi di lungo periodo.

Un rischio che il settore non può permettersi

Nel frattempo, i viticoltori piemontesi guardano con preoccupazione sia ai vigneti terrazzati storici – sorretti da muretti a secco secolari – sia alle prospettive produttive generali. Nelle aree colpite, molti hanno finito per affidarsi ai trattamenti pesticidi per timore del danno immediato, pur consapevoli della loro efficacia limitata nel tempo e dell’onerosità dell’applicazione su terreni scoscesi.

La comunità entomologica italiana converge su un punto: senza un contenimento efficace, la popolazione dell’insetto continuerà a crescere, con danni crescenti a colture da frutto, prati e piante ornamentali. Per l’uomo il rischio diretto è nullo – l’insetto non è pericoloso per la salute pubblica – ma per la produzione vitivinicola la posta in gioco, nei prossimi anni, è reale.

Una notizia che il comparto avrebbe fatto volentieri a meno di ricevere, in un momento in cui il mercato del vino sta già scontando dinamiche politiche ed economico-strutturali tutt’altro che favorevoli.

Immagine di Adriano Romano

Adriano Romano

Adriano Romano, Sommelier FIS/WSA e Master PoliMi, editor di pubblicazioni in USA e Italia sull’arte e sul commercio dei vini italiani. In costante oscillazione tra i due continenti dell’Occidente, vive in prima persona e racconta le storie dei territori e dei produttori che animano la comunità internazionale degli enofili contemporanei.

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