N.d.r. Condividiamo l’editoriale del giornalista Gaetano Cataldo con alcune riflessioni in merito alle recenti inchieste della trasmissione Report della RAI sul mondo del vino. Lo facciamo nel consueto spirito di autoanalisi che dovrebbe contraddistinguere tutti gli operatori del settore di un sistema articolato come quello vitivinicolo. I “Moloch” non devono esistere in nessuna delle barricate: sia che si guardi all’opera incessante dei tanti produttori italiani, che danno lavoro a migliaia di famiglie, sia che si tratti dell’attività giornalistica e del diritto di cronaca di qualsiasi testata abilitata, che risponde civilmente e penalmente in caso di inesattezze e diffamazioni. Entrambi gli attori, però, sono protagonisti indispensabili di un mondo libero: dove non c’è controllo e non c’è comunicazione non esiste mercato. Buona lettura.
Negli ultimi tempi la trasmissione Report è stata attaccata per le sue inchieste sul mondo del vino. Non è un buon segno per l’intero settore; rappresenta, piuttosto, la mossa scacchistica d’arrocco di un sistema basato sullo screditamento del giornalismo, invece del sereno contraddittorio in ogni punto trattato.
Le perplessità, va ammesso, delle due puntate precedenti a quella del 22 dicembre scorso erano a tutti palesi: la maniera di generalizzare e sparare nel mucchio, un discorso con qualche lacuna ad evidenza che il conduttore non fosse avvezzo alla pratica enologica e vitivinicola, oltre ad errori nel pronunciare i nomi delle etichette. Nell’ultima inchiesta, però, a parte la discutibile inflazione del termine Supertuscan, il direttore Sigfrido Ranucci è andato dritto al nervo della questione sulle identità geografiche presunte di alcune tipologie di vino.
Il focus trattava di una specifica area produttiva toscana, menzionando solo determinate cantine, senza per questo mettere in discussione o sconvolgere l’intero distretto. Aziende che hanno trovato opportuno inserire vini di altre regioni attraverso un giro di intermediazioni, descritto in maniera piuttosto cristallina, ammesso dagli stessi interessati e le cui dinamiche sono al vaglio degli inquirenti.
La trasmissione si è fatta ovviamente carico di ciò che ha affermato, non dovendo sentirsi responsabile di quello che gli ascoltatori possano intendere alla conclusione dell’atto di cronaca. Non si può disinnescare la filiera del giornalismo di inchiesta e non è affatto messo in discussione il valore del vino italiano, né il buon nome di un asset strategico per il Made in Italy. Tale racconto sarebbe un atteggiamento interpretativo volutamente manipolatorio, che avvantaggia solo chi non applica la dovuta trasparenza verso i consumatori finali. Il vero sensazionalismo e allarmismo consiste nel non ammettere che vi siano problemi nascosti dietro meriti e lustrini, evitando di fare massa critica pur di non toccare nessun argomento scabroso.
Siamo troppo abituati ad immaginare giornalismo e comunicazione come qualcosa di simile: il giornalismo fa anche un certo tipo di comunicazione, ma non necessariamente la comunicazione fa giornalismo. Il giornalismo dovrebbe divulgare la verità dei fatti e la comunicazione dovrebbe narrare, attraverso uffici stampa aziendali, professionisti ed agenzie esterne, ciò che è più opportuno per creare leve motivazionali a vantaggio del marketing delle aziende. In poche parole, nuovi clienti e nuove vendite.
Non c’è nulla di male, è un lavoro come un altro, commissionato da chi deve vendere un bene commerciale e giustamente pagato. Il giornalismo e la stampa libera, invece, dovrebbero essere disgiunti da forme di compenso o di interessi. Usiamo volutamente il condizionale.
Chi attacca Report parte dall’assunto che la pratica del giornalismo investigativo sia ben compresa e assodata dai lettori. Ed è sicuro che la presenza incessante di esperti poi confutati in ogni singolo, sia la pratica più attendibile da compiere. Ai magistrati che hanno indagato su metanolo e brunellopoli, però, non era richiesta una laurea in viticoltura ed enologia: hanno semplicemente analizzato le eventuali frodi commesse contro la salute pubblica o i disciplinari di produzione.
La dietrologia non suffragata da valide argomentazioni è il vero punto lesivo per il vino italiano, che ha bisogno di avvocati azzeccagarbugli o narratori malamente prezzolati. Non si tratta di trarre in inganno persone ignare di essere oggetto di indagini giornalistiche, ma di provvedere deontologicamente e con riserbo ad evitare ulteriori emorragie della verità che si vuole riportare alla luce, meccanismi tra l’altro insegnati all’università attraverso corsi di formazione specifici.
Se qualcuno sa e tace per parlare ai microfoni in un secondo momento, è passato da un’atteggiamento omertoso, alla disonestà intellettuale o, quantomeno, all’ignoranza consapevole. Report fa un legittimo mestiere e chi comunica il vino, tradendolo, deve spettacolarizzarlo. Ci si può chiedere se possa essere propaganda contaminata dalla comunicazione finalizzata a interessi economici o una critica analitica sic et simpliciter: poi ci rendiamo conto, guardandoci attorno, che ultimamente tutti i vini sono diventati perfetti, le annate sempre eccellenti e i premi innumerevoli. Anche questo è un fattore di fragilità intrinseca, così come si afferma che se tutto è mafia niente è mafia, così si può dire che se tutto è ottimo e ben prezzato allora qualche dubbio sussiste, guardando anche agli stock di prodotti invenduti in territori “santi e glorificati”.
Infine, alle soglie del terzo millennio, vogliamo illuderci che faccia notizia il prodotto chimico che aumenta la quantità di certi valori legali e normalmente ammessi come antiossidanti, per ottenere una correzione sui parametri organolettici di un vino? L’etichetta è un patto di fiducia tra produttore e consumatore: se la promessa talora non viene essere mantenuta andrebbe ulteriormente rivisto l’intero procedimento, con una stretta di vite che possa fugare qualsiasi dubbio di opacità.
Ai posteri l’ardua sentenza… e mentre il “medico studia”, molte vittime del metanolo del 1986 stanno aspettando ancora i risarcimenti.



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