Ritorno a Montespertoli da Podere dell’Anselmo

Recentemente siamo tornati a Podere dell’Anselmo per degustare le nuove annate dei capolavori enoici del vigneron, nonché, titolare dell’azienda vitivinicola, Fabrizio Forconi. Un breve passaggio in cantina per degustare qualche campione sia da vasca sia da botte e poi a tavola, sulla terrazza panoramica del ristorante, non solo per degustare i vini, ma anche per assaporare i gustosi piatti preparati per il pranzo.

Podere dell’Anselmo è situato tra le dolci colline di Montespertoli, immerso nella campagna fiorentina e nelle immediate vicinanze del capoluogo toscano. Un luogo di rara bellezza nel cuore di una delle sottozone della Docg Chianti. Un piccolo borgo recentemente restaurato  situato tra la natura di ordinati filari di vigne, oliveti, folti boschi, antichi e maestosi castelli.

Fabrizio Forconi, dopo gli studi universitari in ingegneria, senza alcuna esitazione preferisce dedicarsi all’azienda di famiglia, già attiva dagli inizi del 19° secolo. Nei vigneti vengono allevate varietà prevalentemente autoctone che seguono i dettami dell’agricoltura biologica e biodinamica. Questi sono i vitigni prevalentemente coltivati: Sangiovese, Colorino, Cabernet Sauvignon, Malvasia del Chianti, Vermentino e Sauvignon. La raccolta delle uve, interamente di proprietà, avviene rigorosamente a mano. 

La superficie vitata occupa circa 24 ettari, ad altimetrie che si attestano intorno ai 120 metri d’altitudine su terreni calcarei ricchi di argilla e minerali. La cantina dispone di  attrezzature moderne che con l’arrivo di uve sane e la competente conoscenza di Fabrizio ed i suoi collaboratori e con la preziosa consulenza dell’esperto enologo Fabio Signorini danno origine a vini di indiscussa qualità. Oltre alla cantina, Podere dell’Anselmo vanta un agriturismo con appartamenti raffinatamente ristrutturati con ristorante, piscina e vi è la possibilità di fare lunghe passeggiate sia a cavallo sia in mountain bike nella verde campagna fiorentina.

Note sensoriali di alcuni vini degustati:

Marea Bianco Toscana Igt 2023 – Malvasia del Chianti – Giallo dorato luminoso, al naso giungono note di mela, ananas e pompelmo, il gusto è fresco e sapido con chiusura lunga e duratura.

Colmo di Cielo Rosato Igt Toscana 2023 – Sangiovese – Rosa tenue, al naso sviluppa sentori di ciclamino, fragolina di bosco e lamponi, il sorso è vibrante, equilibrato e persistente.

Chianti Montespertoli Docg 2022 – Sangiovese – Rosso rubino trasparente, rimanda sentori di violetta, marasca, lampone e sottobosco, al palato è setoso e dotato di una buona piacevolezza di beva con elegante trama tannica.

Chianti Montespertoli Riserva “Ingannamatti” 2018 – Sangiovese 100% – Rosso rubino intenso, al naso rivela sentori di ciliegia e lamponi sotto spirito, vaniglia, liquirizia e polvere di cacao, al gusto è pieno, appagante, coerente ed armonioso.

Franco Rosso Toscana Igt 2020 – Cabernet Sauvignon 100% – Rosso granato intenso, emana sentori di mora, prugna, liquirizia con nuances balsamiche, al palato è avvolgente con tannini poderosi,  ma ben cesellati e rimane in bocca a lungo.

Pax Rosso Toscana Igt 2021 – Colorino 100% – Rosso granato intenso, sprigiona sentori di amarena, sottobosco, vaniglia e polvere di cacao, gusto pieno ed appagante, sorso accattivante e persistente.

Agriturismo Podere Dell’Anselmo
Via Panfi Anselmo, 12
50025 Montespertoli FI

Sito di riferimento: www.poderedellanselmo.it

Cronache dall’Alto Adriatico: Goriška Brda

Dopo aver raccontato del Friuli Colli Orientali a proposito del viaggio effettuato nell’Alto Adriatico organizzato da Paul Balke, il giorno successivo verteva al territorio collinare, colmo di frutteti e oliveti che danno apprezzabili prodotti, del Collio sloveno ovvero il Goriška Brda, quindi ci rechiamo a Villa Vipolže.

Tra le più belle dimore rinascimentali di tutta la Slovenia, nasce come residenza di caccia dei conti di Gorizia, per poi divenire di proprietà di famiglie nobili come Herberstein, Della Torre, Attems, Teuffenbach. Infine i veneziani la trasformano in un’elegante residenza dalla forma rettangolare con due torrette.

E finalmente è anche giunto il momento di indossare un indumento che avevamo in valigia, la t-shirt rossa dei Laibach, una industrial band della capitale slovena Lubiana, nata nei primi anni ottanta che ha ispirato gruppi più noti al grande pubblico come i Rammstein, e alla quale siamo da tempo legati.

La superficie in ettari vitati del Goriška Brda è quasi identica a quella del Friuli Colli Orientali (1878 contro 1897), ma in realtà è un dato falsato perché non tiene conto che fino al 1947, quattordici anni prima di un’altra celebre spartizione, l’erezione del muro di Berlino, il Collio e il Goriška Brda erano una cosa sola, con il nome del primo a rappresentare l’intero territorio. Poi appunto la divisione di questo unicum quasi ovale, con grosso modo la parte a nord che ne rappresenta il 60%, se si esclude un corridoio ad ovest che racchiude i comuni di Dolegna del Collio, Venco e Brazzano, che diventa territorio jugoslavo prima e sloveno a partire dal 1991, e il restante 40% a sud destinato al nostro paese.

Infatti la regione del Friuli passa all’Italia nel 1866 ma il Collio, l’Isonzio, Cormons e Gorizia rimasero austriaci, e fu questo popolo che stabilì come i vini del Collio fossero tra i migliori della monarchia. Il sentimento che in zona si producessero degli ottimi vini fu lo stimolo per fondare nel 1872 la prima organizzazione di produttori, a Piuma vicino a Gorizia.

Nel Brda quasi tutti i terreni vitati sono composti da flysch, localmente chiamata ponca od oponka, suolo di cui abbiamo già parlato nel precedente resoconto, con sistemi di allevamento essenzialmente a guyot e in parte minore a cordone speronato, che si prestano ai fondi permeabili collinari.

I filari, costeggiando i dolci colli in pendenza, creano un effetto arena, e fanno sembrare il paesaggio tessuto di tanti anfiteatri verdi dove la musica è suonata dalla vite.

Il vitigno a bacca bianca principe del territorio è la Rebula, vale a dire la nostra Ribolla Gialla; gli altri sono Chardonnay, Glera, Malvazija Istrarska (Malvasia Istriana), Pinot Bianco (qui chiamato Beli Pinot), Pinot Grigio (qui Sivi Pinot), Riesling, Sauvignon Blanc, Sauvignonasse (ex Tocai, ora Friuliano), Traminer, Verduzzo (in loco chiamato Verduc). Le uve rosse sono innanzitutto il Refošk (il nostro Refosco), poi Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero (qui è Modri Pinot), e lo Schioppettino (qui Pokalca o Črna Rebula, vale a dire Ribolla nera).

Nel grande salone al primo piano della villa, circondati da una mostra pittorica e alla presenza di un classico pianoforte a coda nero, suonato in un certo momento dal bravissimo Paul Balke con un repertorio di standards, tredici aziende ci attendevano per esporre i loro vini.

Qualcuno nota la nostra maglietta, è Tomaž Prinčič che ci ferma e in maniera esplicita dimostra di conoscere bene la band affermando, cosa che già sapevamo, che significa Lubiana in tedesco, altri più timidi ammiccano con lo sguardo e chissà che impressione abbiamo dato, giacché nel passato il gruppo è stato piuttosto controverso.

Ma torniamo al vino, e col consueto sistema elenchiamo tutti i produttori presenti e i loro vini, con la descrizione di quelli che a nostro opinabile parere ci hanno più colpito.

KRISTALVIN dal 1808 – ettari 8 – bottiglie annue 25.000

(https://www.kristalvin.com/)

Rebula extra brut (36 mesi sui lieviti)

Rebula 2024

Rebula Selection 2021, fermentazione con lieviti spontanei, macerazione per tre settimane, e maturazione per due anni in botti che solo per il 20% sono nuove. La frutta matura è protagonista della scena olfattiva con pesca, pera e albicocca succosa, ma anche delle note agrumate d’arancia, e di spezie delicate e calde come la cannella. Al palato torna la nota sugosa fruttata, se ne aggiunge una sapida, e infine la vaniglia del legno che prelude a longevità. Buona anche la persistenza.

EDI SIMČIČ dal 1991 – ettari 15 – bottiglie annue 60.000

(https://edisimcic.si/)

Rebula 2022, fermentazione coi lieviti indigeni per 8 giorni, segue maturazione coi propri lieviti in botte grande per 10/11 mesi, e un anno di affinamento in bottiglia. E’ fresca, ancora giovane, fragrante, citrina, si apre poi con qualche nota più matura di frutta gialla e di tostatura del legno. Il sorso è teso, sapido e minerale, con corpo pieno, e una garbata beva e persistenza.

Sauvignon Kozana 2020

Duet 2022 (Merlot 90%, Cabernet Sauvignon e Franc 10%)

REJA dal 1992 – ettari 6 – bottiglie annue 25.000

(https://rejavino.com/)

Malvazija 2022

Chardonnay 2021

Sivi Pinot 2018, un orange wine da Pinot Grigio che effettua 6 giorni di macerazione, affinamento per due anni in vasche di acciaio, un anno in botte di rovere, e almeno sei mesi di affinamento in bottiglia. Vino decisamete particolare con nota ossidativa che lo rende idoneo anche a un utilizzo da aperitivo, ed evidenti note di frutta secca, frutta gialla, e di sensazioni minerali e iodate di petricore, piacevolmente amarostico e tannico al palato.

FERDINAND dal 1992 – ettari 11 – bottiglie annue 50.000

(https://www.ferdinand.si/it/)

Época Rebula Ribolla Gialla 2022, fermentazione in tonneau da 500 litri dove il vino matura sulle fecce fini per 12 mesi, poi almeno altri sei mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto intenso di frutta matura gialla, floreale, con accenni ad alcune erbe aromatiche, timo al limone, e toni minerali vicini al gessoso e alla pietra focaia. Al palato è ricco, con sorso teso, ancora suggestioni minerali, un vino di grande eleganza e persistenza.

Época Amber Gris 2023 (Pinot Grigio)

Brutus Rebula Ribolla Gialla 2019

MEDOT dal 1812 – ettari 3 – bottiglie annue 35.000

(https://www.medot-wines.com/it)

Extra Brut Cuvée (Rebula 70%, Chardonnay 30%, cinque anni sui lieviti)

Extra Brut Millesimé 2015 (Chardonnay 80%, Rebula 20%, otto anni sui lieviti). Un bouquet complesso che va dal floreale alla cipria, con garbate note citrine e più evidenti, morbide di brioche, vaniglia, miele, burro e crosta di pane. Il sorso è pieno e consistente, con richiami alla frutta secca, e mielati ben persistenti.

Rebula 2022 Golden Époque

DOLFO dal 1950 – ettari 17 – bottiglie annue 85.000

(https://www.dolfo.eu/it/)

Rumena Rebula 2023 (Ribolla Gialla)

Gredič Riserva 2019 (Chardonnay, Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Pinot Grigio)

Pinot Noir 2021

Merlot Riserva 2019, macerazione sulle bucce di 25 giorni coi lieviti indigeni, poi fermentazione inclusa la malolattica in vasca acciaio, quattro anni di maturazione in barrique, e affinamento in bottiglia. Secco ma succoso, con note di fragolina di bosco, lampone, mora e altre bacche rosse, cenni di mineralità, toni di tabacco e di spezie morbide, vaniglia e cannella. Al palato ha tannini fini e setosi, asciutto e di gran corpo, teso, vellutato e di grande persistenza.

KLET cantinedal 1957 con 320 conferitori – ettari 1000 – bottiglie annue 5.000.000

(https://klet-brda.si/)

Quercus Beli Pinot 2024

Krasno Rebula 2022

Krasno Orange 2022, dai vitigni Rebula, Sauvignonasse, Pinot Grigio fermentati separatamente. Le macerazioni sono per la Rebula per un anno in botti di legno, Sauvignonasse in vasche d’acciaio per un mese, Pinot Grigio tre giorni in anfora e un anno di affinamento. Fresco, con note di frutta come pera e mela cotogna, agrumi, erbe aromatiche e ricordi minerali. Sorso lieve e fresco, ritorni di frutta secca e di una delicata tannicità. Finale declinato alla mandorla.

MOVIA dal 1820 – ettari 25 – bottiglie annue 130.000

(https://movia.si/en)

Sauvignon Vert Vinia Gredič 2024

Rebula 2024

Veliko Rebula Vinia Java 2022

Chardonnay 2023

Veliko Chardonnay Vinia Java 2022, maturazione in tonneau da 500 litri per dieci mesi, affinamento in bottiglia per un anno. Vino dotato di un intenso bouquet, ricco di sensazioni floreali, acacia, e agrumate, bergamotto, ananas, morbido con note di miele di acacia, burro, caramello, e speziate dolci, vaniglia, noce moscata e cannella. Al palato è fresco, elegante e ampio, minerale, con ritorni burrosi e con una beva in progressione di lunga persistenza.

Veliko Rdeče 2018, da Merlot 80%, Cabernet Sauvignon 15%, Pinot Nero 5%, fermentazione spontanea con macerazione sulle bucce per 28 giorni, maturazione di almeno quattro anni in barrique usate e nuove con le fecce fini, e sei mesi di affinamento in bottiglia. Olfatto sottile con piccola bacca rossa a volontà: mora, lampone, mirtillo, fragolina di bosco, amarena, poi humus e sottobosco. Seguono note floreali, viola, e balsamiche, eucalipto, infine ricordi di spezie delicate, liquirizia e vaniglia. Al palato è tangibile la lavorazione in sottrazione, nessuna opulenza ma rarefazione, eleganza e morbidezza, con tannini serici, ritorno di spezie delicate, e un finale molto lungo dove si percepisce l’amarena e la prugna disidradata.

ZAROVA dal 2001 – ettari 12 – bottiglie annue 45.000

(https://zarova.si/)

Chardonnay 2022

Sauvignon Blanc 2022

Solidus 2021 (Sauvignonasse 70% Riesling Renato 30%, provenienti da un singolo vigneto). Sentori floreali, d’acacia, uniti a miele e cera d’api, per un ventaglio olfattivo molto elegante. Al palato è consistente, di corpo, glicerico, con un finale persistente di agrumi.

Mladice 2021 (Pinot Noir)

Cabernet Franc 2020 molto inteso con le caratteristiche note varietali vegetali, di peperone, e poi di frutta a bacca rossa, sensazioni di china, balsamiche di menta, e infine speziate. Al palato risulta morbido con tannini fini e di ottima persistenza.

PRINČIČ dal 1848 – ettari 10 – bottiglie annue 25.000

(https://www.princic.si/)

Jakot 2023

Sivi Pinot Grigio 2023. Che eleganza olfattiva: freschezza, fragranza floreale (c’è del tiglio?), sapidità, mineralità con note che ci hanno evocato lo scisto. Poi arriva la frutta matura, pera, banana, ananas. Al palato è gustoso, secco e di grande persistenza.

Mihael 2022 Belo (Bianco) da uve Rebula 50%, Sauvignon 30%, Chardonnay 20%. Maturato un anno in tonneau da 500 litri, più affinamento in bottiglia. Vino complesso ed elegante, con note morbide di vaniglia e di frutta matura, che al palato è secco e con una beva piacevole.

SCUREK dal 1986 – ettari 30 (9 nel Collio e 21 in Brda) – bottiglie annue 120/150.000

(https://www.scurek.wine/)

Brut Zero (Rebula 60%, Chardonnay 40% e 30 mesi sui lieviti)

Stara Brajda Belo 2022 (Rebula, Sauvignonasse, Malvazija, Picolit)

Malvazija 2022 macerazione sulle bucce di 6 giorni e maturazione per due anni in botti di rovere.Olfattivo delicato ed elegante, fiori gialli, albicocca, agrumi e note minerali. Al palato è grasso e verticale, succoso, molto piacevole con finale tannico accennato.

Rebula 2020 fermentazione spontanea con pied de cuve, breve macerazione sulle bucce e maturazione in tonneau da 500 litri per due anni, e affinamento in bottiglia.Frutta a polpa gialla matura, albicocca secca, lievi note legate al legno, minerale. Al palato è ampio, mielato, glicerico e di grande persistenza gustativa.

SYLVMANN dal 2022 – ettari 13 – bottiglie annue 15.000

(https://sylvmann.si/)

Višvik – vivšiK 2023 è una Rebula che matura in anfora con un assemblaggio di differenti tempi di macerazione: 4, 8, 28, 65 giorni. Alla sua prima uscita in anteprima internazionale, incassiamo il privegio accordato. Il vino non mostra timidezza e si esprime in tutte le sue note gialle, da quelle floreali di ginestra, a quelle di polpa di frutta, pesca, albicocca e agrumi. Seguono le erbe aromatiche, salvia e timo su tutte. Al palato è fresco, fragrante, elegante e di beva, con un finale minerale.

Pr’dobu Mix 2023 (Sauvignonasse, Malvazija che effettua due differenti macerazioni di 4 e 6 giorni in anfora)

BENEDETIČ dal 1996 – ettari 12 – bottiglie annue 65.000

(https://www.benedetic.si/)

Rebula 2023 Bouquet declinato alla freschezza, con note di agrumi gialli, lime, bergamotto, cedro e di frutta a polpa, melagialla, poggianti su uno sfondo decisamente minerale. Al palato torna la fragranza, con sorso teso e minerale, elegante e persistente.

Brgalot 2018 (Chardonnay)

Alfonz 2018 (Sauvignon Vert)

E’ stato impegnativo ma siamo riusciti ad assaggiarli tutti ed osservando al polso l’orologio notiamo che è quasi giunta l’ora del pranzo, dove saremo accompagnati da molti dei produttori in un posto speciale, un agriturismo con alloggio al culmine di una collina dove la vista sulle Dolomiti, il monte Canin, i vigneti e il fiume Judrio sottostanti è struggente e l’amore per essi è incorniciato da un cuore: Breg.

Da Breg di Adrijana e Mirela Peresin a Dobrovo, la cortesia dei produttori è proseguita con l’apporto di altri vini non presenti alla degustazione, che hanno deliziato il pranzo, ben eseguito con piatti della tradizione e soprattutto l’uso di ingredienti di stagione. Abbiamo apprezzato la Stara Brajda Rdeče 2021, a base di Refosco dal Peduncolo Rosso 35%, Cabernet Franc 30%, Cabernet Sauvignon 35% di Scurek; il Sauvignon 2021 e il Pinot Noir 2022 di Zarova; il Sauvignon Vert 2024 Kristalvin, coi suoi toni freschi, sapidi, minerali e floreali di acacia; e non per ultimo un dinamico Lan Kristančič, erede del papà Aleš, completamente a suo agio nel suo ruolo di ambasciatore dal 2022 di Movia, che in maniera sempre simpatica e coinvolgente, senza tuttavia esagerare, ci ha rallegrato con il Lunar 2021, Rebula macerata, fruttata e mielata, dal gusto burroso e minerale, decantato in una caraffa a corna di bue, e due espressioni di Modri Pinot Noir 2022 e 2023 entrambi piacevoli con il punto di forza del primo, dotato di una maggiore struttura.

A proposito della cucina, non possiamo non menzionare un elemento che difficilmente poteva sfuggirci: in molte pietanze la lavanda era uno dei componenti. La ragione l’abbiamo scoperta quando oltremodo sazi siamo usciti dal ristoro, e proseguito il colle appena sopra la cascina che ci ospitava. Ci accoglie una immensa superficie di lavanda, alta e profumata. L’abbiamo attraversata con molta circospezione per non rovinarla e altrettanta attenzione a non disturbare le numerose api bottinavano attorno a noi, calpestando gli spazi tra un cespuglio e l’altro. Essere immersi in quella distesa a quasi altezza d’uomo, ci ha fatto sentire all’interno di un film, essere al centro di un campo di cereali, come avviene in una scena di The Thin Red Line dell’amatissimo Terrence Malick, o qualunque altro suo film poichè quell’immagine è uno stilema del regista. Il paragone non è dei più centrati, ma una passata vita da cinefilo saltuariamente affiora, ineluttabile, e inopportunamente accade in tempi e luoghi più disparati.

Cogliamo un invito: “Facciamo un giro tra le vigne?” E’ quel che ci attende nel pomeriggio. Ad ovest del fiume Isonzo, il Monte Korada con i suoi poco più di 800 metri di altitudine domina i vigneti del Goriška Brda. Siamo saliti fino a 480 metri per poter vedere i nuovi impianti di Sylvmann, i quali sono estremamente in pendenza, e che una volta ultimati i lavori in corso porteranno la tenuta a 30 ettari totali. Dietro la Sylvmann appena nata c’è un nome di grande prestigio nel panorama enologico del Friuli e del suo italico: Silvio Jermann, inventore di uno dei più rinomanti vini bianchi in Italia, il Vintage Tunina. Reduce dalla vendita ad Antinori avvenuta nel 2021 della propria omonima azienda condotta per 40 anni, decide di realizzare il suo sogno nel Cuéj (Collio) sloveno e impiantare alle pendici del monte Korada i suoi nuovi vigneti. L’impronta sarà completamente diversa, vini anche con lunghe macerazioni e maturazioni in anfora.

Gialle le etichette Sylvmann come il colore delle numerose finestre con seduta, una cinquantina in totale al momento, che si affacciano sui vigneti del Collio e del Brda, un progetto nato dopo la pandemia che vuole essere un fragore del mondo enologico della zona verso il resto del mondo di come l’unione possa valicare gli intenti, ma sancire che si trtta di territori e culture che in un passato erano una unica entità.

La tappa successiva è stata la visita dell’azienda Movia. Dalla strada una breve discesa ci porta a un gruppo di edifici che fanno parte della tenuta, ed entriamo nella bellissima dimora della famiglia Kristančič. Aleš è assente e un pò ci dispiace poichè l’abbiamo visto all’opera circa quindici anni fà, e ci mancherà la sua comunicazione empatica e verve teatrale, e i suoi “facciamo festa”. Azienda di riferimento e molto importante per la Slovenia nel mondo del vino, grazie all’esportazione del prodotto oltre Oceano, e per la svolta compiuta negli anni ’90 seguendo la fermentazione spontanea, ora che Lan segue l’azienda Aleš ha più tempo a disposizione per le sue sperimentazioni. A far gli onori di casa oltre Lan che era al nostro seguito, c’è la sua radiosa e affascinante fidanzata Nina Šegula. L’enorme salone con pianoforte, saturo di opere pittoriche di artisti locali alle pareti, ha una parte rialzata dove poggia un grande tavolo e da cui vi è l’accesso alla veranda con vista sui vigneti che ci ha provocato una lieve aritmia dell’organo muscolare responsabile della circolazione del sangue: un anfiteatro di filari che seguono la collina, e se alla base avessimo notato un clavicembalo e un musicista suonando Le Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach non ci saremmo stupiti più di tanto.

L’ospitalità di Movia è proseguita con l’apertura del suo oramai celebre metodo classico Puro Bianco 2020, da uve Chardonnay (60%) e Ribolla (40%) che fermenta spontaneamente in tini d’acciaio dove staziona per un anno, più altri tre anni di affinamento in bottiglia sui lieviti, fresco, fragrante, fruttato virante all’esotico, e con seducenti note di burro, panificazione e vaniglia.

Chi scrive è di Roma, quindi è abituato a cantine e catacombe a più non posso, anzi ci abita a due passi, ma ciò che ha visto da Movia è impressionante. Scendendo le scale interne dell’abitazione per due piani si accede al luogo di stoccaggio bottiglie e botti.

Una serie di gallerie e cunicoli che sembravano non terminare mai, quasi da perdersi all’interno, davano l’impressione che arrivassero fino alla nostra città, come fosse un percorso per i primi cristiani che fuggivano dalle persecuzioni. Per celiare abbiamo letto un cartello inesistente con scritto Roma 625 km, che è la distanza reale esistente, e poi non è forse vero che tutte le strade conducono a Roma?

Assieme ad un altro magazzino, all’interno sono stipate circa 300 mila bottiglie e 700 botti di vario formato, incluse delle classiche da 1000 litri rovesciate in orizzontale, una idea Aleš per migliorare la superficie di contato tra vino e legno e favorire il bâtonnage.

E ovviamente non potevano mancare le anfore. La visita è proseguita con i locali che ospitano i contenitori in acciaio e successivamente ci siamo recati in un secondo deposito, più a dimensione umane, di una cantina “normale”, che in parte funge da locale per la degustazione con annesso tavolo e sgabelli. Dal cilindro non è uscito un coniglio ma un vino di cui serberemo il ricordo molto ma molto a lungo. Lan, dopo aver passato un buon minuto a cercare cosa di meritevole potesse proporci, avanza e apre una magmum di Veliko Rdeče 2002!

Rispetto alla 2018 assaggiata in mattinata, la componente Merlot è leggermente inferiore al 70%, Cabernet Sauvignon 20% e Modri Pinot Noir 10%, mentre la vinificazione è la medesima. Un trionfo di piccola bacca rossa all’olfatto in versione matura e di confettura: sentiamo innazitutto la fragolina di bosco, a seguire la mora, il lampone, il mirtillo, il ribes nero, l’amarena. Poi arrivano le prugne disidratate, fiori secchi, humus e sottobosco, note di tabacco e di cuoio. Suggestioni balsamiche di eucalipto, e immancabili le spezie con ricordi di liquirizia, chiodo di garofano e vaniglia, completano un bouquet da leggenda. Al palato è vivo con sorso teso ed elegante, con volatile presente ma addomesticata per essere al servizio di amplificatore degli aromi, morbido con tannini serici, e con ritorno delle spezie, dei fiori e della prugna essicata, in un finale durevole e minerale. Chaupeu, decisamente un vino memorabile!

La cena assieme ai produttori si svolge da Gredič (https://www.gredic.si/) un piccolo maniero a Dobrovo trasformato in albergo quattro stelle, ristorante segnalato dalla guida Michelin che ha da poco cambiato nome in Viatoria, vineria e centro benessere. Nella vineria si è svolto l’aperitivo. Per accedervi abbiamo percorso una breve discesa che curvava a spirale, una chiocciola simile a certe viste ai Musei Vaticani o al Guggenheim. L’impatto è deciso e il locale veramente sofisticato ed elegante.

Tomaž Prinčič nota che non indossiamo più la maglietta dei Laibach ma una banale camicia, e dobbiamo spiegare che il caldo africano ci ha indotto a cambiarci. A tavola assiaggiamo ulteriori vini. Quelli di Dolfo essendo Marko Skočaj al nostro tavolo sono ben cinque: Spirito 2018 (brut nature a base di Chardonnay 70% e Pinot Noir 30% con 60 mesi sui lieviti) e 2017 in magnum, Chardonnay 2023, Sauvignon 2024, e un entusiasmante Cabernet Sauvignon 2019 secco e succoso di mora e cassis, con Marko in grande forma ed esuberante, amante dei estremamente secchi, che ci rivela il suo motto: la terra è la mia seconda moglie; Ferdinand con una Época Rebula 2019 ha dimostrato la longevità del vitigno; molto gradevole il Cuvée brut nature 2018 (Chardonnay 60%, Pinot noir 60%, Rebula 10% con 48 mesi sui lieviti) di Kristalvin e il suo Merlot 2021 Selection; per concludere il minerale Virgo 2017 zéro dosage (Chardonnay 50%, Pinot Noir 30%, Rebula 20% con 60 mesi sui lieviti) di Klet

In cucina abbiamo trovato un padre e un figlio, Matjaž e Matija Cotič

Non sono al Viatoria-Gredič da molto (nel ristorante si sono succeduti vari cuochi tra cui Valerio Lutman), ma ciò che ci è stato proposto ci ha soddisfatto, sia nella costruzione del piatto che nella ricerca operata. Dopo gli antipasti serviti in vineria, il nostro menù era così composto:

Gnocchi di patate con crema di zucchine, ricotta albuminica, zucchine arrosto, polvere di olio di semi di zucca, fiore di zucca, piatto molto gusto ed equilibrato, di non semplice esecuzione laddove si segue l’idea di utilizzare molti ingredienti della stessa famiglia.

“Steak” di cavolfiore, purè di sedano rapa, salsa all’olio d’oliva e curcuma, verdure arrosto, olio alle erbe. Siamo vegetariani, con qualche deroga quando siamo fuori casa per gli abitanti del mare, e al posto del filetto di vitello ci è stato presentato questo piatto che ci ha gratificato perchè non banale (con noi accade molto spesso), e con il cavolfiore succoso, croccante e saporito poichè aveva assorbito il condimento.

Sorbetto alla lavanda, pesche marinate, yogurt di capra, crumble, gel di limone, a chiusura di un cerchio iniziato a pranzo, la lavanda ritorna, delizioso, con la del crumble e yogurt di capra in ottimo contrasto con la cremosità del sorbetto. 

A fine cena il cilindro, anzi lo zainetto color vinaccia, lo abbiamo stavolta aperto noi offrendo a chi volesse, l’assaggio di un single malt scotch whisky Balvenie 14 anni molto particolare, poichè prodotto con malto torbato, e accade in questa distilleria solamente una settimana all’anno, portato da noi da casa. Peccato che la temperatura era troppo elevata: le attenzioni ricevute per l’intera giornata ci hanno fatto dimenticare una regola fondamentale che vige anche per i distillati: il grado termico di servizio. Ad ogni modo Tomaz Scurek al desco con noi lo ha apprezzato e siamo riusciti a coinvolgere nella degustazione anche Silvio Jermann che l’ha trovato ben bilanciato (i suoi due vini testati nuovamente durante il pasto ci sono sembrati certamente gastronomici).

Al whisky sono seguite numerose domande e ci siamo trovati (ci accade ogni volta) a fare una piccola lezioncina sul Re dei distillati (a nostro parere è tale). Ciò che avanzava della bottiglia con piacere l’abbiamo lasciata ai Cotič, lo meritavano per la loro attenta e ricercata cucina, in più l’occhio ci era caduto nella bottigliera dove stazionavano altre versioni di whisky affumicato.

A serata ultimata, siamo stati accompagnati al nostro albergo in realtà non troppo distante, da Matjaž Četrtič di Ferdinand assieme a Jasmina sua incantevole moglie, non poco curiosa sulle storie raccontate sul whisky scozzese. Magari torneremo da loro con un’altra bottiglia, in un periodo dell’anno più fresco dove il distillato si apprezza meglio. Volgendo lo sguardo al cielo, la luna era al suo posto al primo quarto crescente illuminata nell’emisfero destro, e come avesse capacità divinatorie prometteva altri intensi giorni che avremmo trascorso in quei luoghi.

Nelle Terre del Grechetto: Civitella d’Agliano celebra una delle varietà simbolo del centro Italia

Di tanto in tanto, capita che un piccolo borgo diventi il centro del mondo. Succede a Civitella d’Agliano, nella Tuscia viterbese, quando le sue strade antiche e silenziose si animano per accogliere “Nelle Terre del Grechetto”, evento ideato e curato dal giornalista Carlo Zucchetti, che da anni racconta il meglio dell’enogastronomia dell’Italia centrale con uno sguardo appassionato e competente.

In questa terra plasmata da tufi e calanchi, il Grechetto trova una delle sue espressioni più sincere. Vitigno autoctono dalle origini antiche e controverse, si dice che risalga ai coloni greci, da cui il nome, è presente in Umbria e nel Lazio con numerose sfumature e cloni. Ma è proprio nella zona della Tuscia, tra Orvieto e le campagne di Viterbo, che questa varietà riesce a fondere freschezza, mineralità e una complessità aromatica che sorprende anche i palati più esigenti.

Il Grechetto: vitigno di territorio e di carattere

Il Grechetto non è un vino appariscente. È un vino che chiede tempo e ascolto. Dietro il suo profilo spesso discreto, si cela un mosaico di aromi che spazia dai fiori bianchi alla frutta gialla, dalle erbe aromatiche agli agrumi canditi, con una bocca che alterna tensione e rotondità, freschezza e sapidità. È un vino che sa raccontare la terra da cui nasce, con una voce genuina e spesso sorprendente.

In questo senso, la degustazione alla cieca di 59 campioni – provenienti da Lazio, Umbria e zone limitrofe – ha rappresentato il cuore tecnico della manifestazione. Suddivisi per annate (2024, 2023, 2022 e precedenti), i campioni sono stati valutati da un gruppo di giornalisti, produttori e appassionati, dando vita a un confronto vivace e partecipato.

I campioni di Grechetto IGT 2024 più apprezzati che hanno meritato un punteggio di 93 punti:

   •          il Lazio Pensiero di Antica Cantina Leonardi;

   •          il Umbria Grechetto di Argillae;

   •          il Lazio Dottor Belcapo di Fattoria Madonna delle Grazie;

   •          il Umbria Grechetto di Cardeto;

  •       il Umbria Colle Ozio di Leonardo Bussoletti;

Ma la degustazione ha rivelato anche un’evoluzione interessante nel tempo: dai toni agrumati e sferzanti dei vini più giovani, si passa a quelli più complessi e stratificati dei campioni 2022–2021, fino al sorprendente Grechetto IGT bianco L’Annunziata di Benincasa, annata 2022, che ha ottenuto il punteggio più alto (93) per la sua ricchezza aromatica e armonia gustativa.

Anche i due frizzanti Metodo Ancestrale, campioni Colli Bolognesi Pignoletto D.O.C.G. Frizzante e Colli Bolognesi Pignoletto D.O.C.G. Frizzante Vènti, hanno entusiasmato per fragranza e bevibilità, dimostrando come il Grechetto possa dare ottimi risultati anche nella versione rifermentata in bottiglia.

Un evento che è anche una festa

Ma a rendere davvero speciale “Nelle Terre del Grechetto” è stata l’atmosfera che si è respirata per le vie del borgo. Una festa popolare e raffinata al tempo stesso, capace di unire l’approccio tecnico della degustazione alla voglia di condivisione. I banchi d’assaggio, le visite in cantina, i piatti della tradizione cucinati dalle famiglie del posto, la musica e i brindisi in piazza: ogni momento ha contribuito a rendere l’evento un’esperienza collettiva e gioiosa, autentica come il vino che ne è stato protagonista.

Merito anche della visione di Carlo Zucchetti, che da anni lavora per creare un ponte tra cultura del vino, identità del territorio e piacere della convivialità. A Civitella d’Agliano, questo legame è tangibile. E ha un cuore pulsante nella cantina di Sergio Mottura.

Sergio Mottura

La Tana dell’Istrice: la storia di un pioniere

Affacciata sulla piazza centrale del paese, La Tana dell’Istrice è molto più di una cantina: è un luogo di resistenza culturale e viticola, un punto di riferimento per chi vuole capire cosa significhi fare vino di territorio nel Lazio.

Sergio Mottura, di origini piemontesi, è arrivato qui con il padre dalla località di Mottura. Avrebbe potuto seguire una carriera da ingegnere, dopo gli studi a Torino, ma ha preferito dedicarsi alla campagna. È stato tra i primi, fin dagli anni ’90, a credere nel Grechetto come varietà nobile, capace di dar vita a vini longevi e territoriali.

Negli anni ha affinato il suo stile e ha ampliato la produzione, senza mai perdere di vista il rispetto per l’ambiente. Oggi la cantina è certificata biologica, e la sua etichetta più nota Latour a Civitella è uno dei bianchi più apprezzati d’Italia.

Non tutti sanno, però, che Sergio Mottura è anche uno dei pochi produttori del Lazio a realizzare un Metodo Classico di grande eleganza, da uve 100% Chardonnay. Lo ha imparato in Francia, studiando le tecniche di spumantizzazione con la curiosità del perfezionista. Oggi, il suo spumante rappresenta un’eccellenza rara nel panorama nazionale, elegante, sapido e minerale.

«Venivamo dal Piemonte e mio padre mi immaginava ingegnere. Ho studiato a Torino, è vero, ma è qui, tra le vigne, che ho capito chi ero davvero. Il vino è un modo per restare legati alla terra e farla parlare» Sergio Mottura.

Carlo Zucchetti: l’anima gentile della Tuscia del vino

A rendere possibile tutto questo è la visione di Carlo Zucchetti, enogastronomo e divulgatore tra i più autentici e coerenti del panorama italiano. I suoi eventi – da “Nelle Terre del Grechetto” al più noto “I Migliori Vini della Tuscia” – non sono mai solo degustazioni, ma esperienze culturali, momenti in cui il vino torna a essere un ponte tra le persone, un’occasione di incontro e memoria collettiva.

“Gli eventi targati Carlo Zucchetti sono appuntamenti imperdibili perché mettono il partecipante a contatto con le realtà più vere e genuine della Tuscia.”

In un tempo spesso dominato dall’apparenza e dalla comunicazione esasperata, Zucchetti insieme a Francesca Mordacchini Alfani, continua a dare spazio alla sostanza: ai vignaioli veri, alle famiglie che cucinano nelle piazze, ai borghi che raccontano l’anima rurale della “regione che ha per capoluogo Roma”, come suole dire lui, e dell’Italia centrale.

Grazie alla sua passione e alla sua tenacia, Civitella d’Agliano è tornata a essere, per un fine settimana, il cuore vivo e vibrante di un territorio che ha ancora molto da raccontare. E il Grechetto, da vitigno sottovalutato, ha finalmente trovato il palcoscenico che merita. Un particolare ringraziamento, inoltre, al Comune di Civitella d’Agliano, alla Proloco e a Giuseppe Mottura che in veste di produttore e Sindaco, che ha fortemente voluto e contribuito alla riuscita di questo evento.

Trentino: 38ª rassegna del Müller Thurgau, il vino che racconta la Val di Cembra

La Val di Cembra, con i suoi muretti a secco Patrimonio dell’Umanità, le vigne eroiche e le piramidi di Segonzano, si è vestita a festa per accogliere la 38ª edizione della rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna”. Un evento che, anno dopo anno, conferma il suo ruolo di riferimento per il vitigno simbolo dell’enologia trentina d’alta quota, e che in questa edizione ha fatto registrare numeri da record: oltre 10.000 calici utilizzati, eventi sold out e un entusiasmo che ha travolto pubblico e operatori.

Ma più dei numeri, sono le emozioni ad aver lasciato il segno. Complice il bel tempo, il paesaggio si è mostrato in tutto il suo splendore: una valle scolpita da millenni di fatica agricola, oggi riconosciuta come Patrimonio Agricolo Globale FAO (GIAHS), candidata anche al riconoscimento UNESCO. Qui la viticoltura non è solo agricoltura, è cultura, è bellezza, è identità.

Donne al timone: una leadership concreta

In testa a questo gruppo appassionato c’è Sara Pedri, presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra, al suo secondo mandato. “Questa rassegna non è solo vino, ma racconto di territorio, tradizioni e persone. E quest’anno, più che mai, è stato un racconto corale tutto al femminile.”

Accanto a lei, una squadra di professioniste che hanno saputo fare la differenza. Stefania Casagranda, responsabile dell’Ufficio Stampa, ha dato voce alle storie dei produttori.

Il sindaco di Cembra Lisignago, Alessandra Ferrazza, ha fatto gli onori di casa, incarnando quella sintesi perfetta tra istituzioni e comunità locale. Con la sua presenza costante e calorosa, ha dato il benvenuto ai visitatori con autenticità, dimostrando quanto l’impegno amministrativo possa essere profondamente radicato nel territorio.

A rappresentare la Comunità di Valle, Laura Tabarrelli, presidente dell’Associazione Turistica Valle di Cembra, ha contribuito a promuovere un turismo integrato e sostenibile. Infine, Giulia Zanotelli, Assessore provinciale all’Agricoltura, Foreste, Caccia e Pesca, che ha ribadito l’importanza di sostenere l’enoturismo e le filiere di montagna.

Un vino che parla d’altura

Fulcro della manifestazione sono state come sempre le degustazioni a Palazzo Maffei, dimora settecentesca trasformata per l’occasione nel cuore pulsante della rassegna. Qui i visitatori hanno potuto scoprire le 64 etichette di Müller Thurgau provenienti da Italia, Germania e non solo. Un viaggio nei diversi volti di un vitigno capace di adattarsi alla quota, alla roccia, alle escursioni termiche, regalando sorprese in ogni calice.

A catturare l’attenzione anche la degustazione dei 12 vini premiati al 22° Concorso Internazionale, condotta dal sommelier AIS Michele Girelli: un percorso diviso in tre blocchi – dalle sfumature territoriali alla longevità del Müller – che ha messo in evidenza la ricchezza aromatica e la verticalità gustativa di questo vitigno. Tra i vini premiati spicca il San Lorenz 2024 di Bellaveder, miglior vino italiano, e l’eccellente “In the Mood for Müller” 2023 della tedesca Hammel, che ha ottenuto le menzioni per miglior vino straniero e miglior longevo.

Degustazione dei campioni: Müller Thurgau tra verticalità e finezza

Nel cuore della 38ª rassegna “Müller Thurgau: Vino di Montagna” a Cembra, la degustazione dei 12 vini premiati con medaglia d’oro e d’argento ha offerto un viaggio sensoriale attraverso le altitudini e le interpretazioni di questo vitigno versatile. I vini sono stati suddivisi in tre blocchi da quattro, con un primo gruppo che ha riunito le etichette più premiate. Un filo conduttore emerge netto: frutta a polpa bianca e gialla, tratti vegetali e agrumati, e in alcuni casi sorprendenti ricordi del Riesling Renano.

Primo blocco: i fuoriclasse

  1. Bellaveder – San Lorenz 2024 (Faedo, Valle dei Laghi)

Frutto pieno e maturo al naso: albicocca, mango, agrume candito, salvia. Una vena erbacea fresca anticipa un ingresso di grande freschezza e tensione, seguito da una mineralità decisa e quasi tagliente. Struttura snella, chiusura sapida e precisa.

  1. Cantina di Cembra – Müller Thurgau 2023

Più delicato, elegante, con un naso che gioca su fiori bianchi, note vegetali e frutta croccante. In bocca colpisce la tensione agrumata, la freschezza citrina quasi “cidrina”, e una lunghezza gustativa notevole. Un vino tagliente, con potenziale evolutivo evidente.

  1. Kurtatsch – Graun 2023 (Alto Adige DOC)

Vigneti eroici tra gli 800 e i 900 m s.l.m. Naso vegetale, erbe alpine e albicocca. Sorso fresco, ampio, sapido, attraversato da una costante sensazione di erbe aromatiche. Montagna liquida.

  1. Hammel – In the Mood for Müller 2023 (Pfalz, Germania)

Fermentazione lenta con 6–7 g/L di zucchero residuo. Complesso: idrocarburo, gesso, cenere, con ricordi fumé. In bocca un perfetto equilibrio tra acidità e sapidità, una struttura fine che evolve verso un finale leggermente amaricante, molto elegante.

Secondo blocco: confronto tra annate 2024 e 2023

  1. Hammel – Erste Versuchung 2024 (Pfalz, Germania) – Oro

Il più espressivo: albicocca, pesca, mango e pompelmo rosa, poi una nota vegetale e balsamica. Al palato, esplosivo: sapore citrino e salino, come mordere uno spicchio di limone con sale. Il finale è persistente, con una retro-olfazione da caramelle multifrutto.

  1. Mezzacorona – Castel Firmian 2024 (Trentino DOC) – Argento

Dal cuore della Val di Cembra. Al naso note vegetali nitide. Al palato si mostra secco, agrumato, verticale, con una acidità marcata e un finale amaricante. Classico e ben strutturato.

  1. Gaierhof

Un naso intenso, semiaromatico, con tratti da Sauvignon Blanc: frutta tropicale, pesca, erbe fresche. Al palato mantiene coerenza aromatica, con freschezza sostenuta e una beva dinamica.

  1. Tenuta Gottardi

Profilo più delicato: al naso fiori bianchi e pera. In bocca è fresco e sapido, con una struttura snella che esalta la facilità di beva e la precisione del vitigno. 

Terzo blocco: struttura ed evoluzione

  1. Cavit – Bottega Vinai 2024

Frutta gialla in primo piano, albicocca matura e salvia. Naso dolce, quasi caramellato. In bocca sorprende per ampiezza e mineralità, sostenuto da una buona struttura sapida. Un Müller solare.

  1. Pojer e Sandri – Monogramma 2022

Evoluto ma vitale. Note agrumate e tropicali (ananas, mango), accenni di mandorla e zenzero candito. Sorso fresco e pieno, sapido, con una bella progressione gustativa. Raffinato e già complesso.

  1. Paolazzi – Pietra di Confine 2021

Naso originale, con nota floreale da camomilla, quasi atipica per il vitigno. Poi si apre su frutta bianca e agrumi, con struttura e una leggera morbidezza che non penalizza la freschezza.

  1. Pelz – Müller Thurgau 2017

Il vino più evoluto in degustazione. Mostra grande corpo e carattere: frutta secca, mandorla, note terziarie ben integrate. Ancora vivo grazie a una freschezza che sorprende, lunga persistenza. Un classico da meditazione, che dimostra quanto il Müller Thurgau sappia anche sfidare il tempo.

La valle si racconta: cammini, show e calici in bici

Ma il vino è stato solo una parte del racconto. Il trekking “Heroes” sul Cammino delle Terre Sospese, tra Lona e le spettacolari piramidi di terra di Segonzano, ha condotto i partecipanti attraverso natura incontaminata e soste golose: formaggi caprini, speck, Schiava e Müller in abbinamenti memorabili.

Altro momento da ricordare, lo showcooking thailandese “Il giro del mondo in 80 Müller”, dove lo chef Ouiche ha mostrato la straordinaria versatilità del Müller Thurgau anche con la cucina asiatica. Il tutto completato dalla suggestiva cena sotto le stelle sul viale, con asado argentino, danze spettacolari e il pubblico incantato dai campioni del mondo under 16 in danze latinoamericane.

Anche l’esperienza “Cantine in sella”, a bordo di e-bike tra le vigne e le cantine della valle, ha entusiasmato i partecipanti, confermando la Valle di Cembra come meta ideale di enoturismo sostenibile e attivo, dove ogni scorcio diventa cartolina e ogni sorso una scoperta.

Un futuro che profuma di roccia e vento

“Siamo felici dell’entusiasmo che ha accompagnato questa edizione – ha dichiarato Sara Pedri, presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra –. Ogni evento ha registrato il tutto esaurito e molti ci hanno fatto i complimenti per la qualità dell’organizzazione e per la varietà delle proposte. Ma la cosa più bella è che sempre più persone, anche da fuori regione, stanno scoprendo la magia della nostra valle e del suo Müller Thurgau”.

Un vino che sa parlare di roccia, altitudine, vento e fatica. Che oggi più che mai si inserisce perfettamente nei nuovi trend del consumo, con i suoi profumi agrumati, la freschezza tesa e la capacità di invecchiare con grazia. Un vino che guarda al futuro, senza mai dimenticare le sue radici.

E così, tra calici, cammini e cultura, la 38ª edizione di “Müller Thurgau: Vino di Montagna” ha saputo ancora una volta trasformare un piccolo vitigno in una grande esperienza. Con lo sguardo che corre tra i vigneti terrazzati e la voglia di tornare, l’anno prossimo, a brindare in questo angolo d’alta quota che profuma di autenticità.

I 19 vini premiati al 22° Concorso Internazionale

Anche quest’anno il concorso ha confermato l’elevata qualità della produzione Müller Thurgau in Italia e in Europa. Su 64 etichette in gara, solo 19 sono salite sul podio, come da regolamento (massimo 30% dei partecipanti). Ecco tutti i vincitori, degustati alla cieca da una giuria composta da enologi, sommelier e giornalisti, secondo il metodo Union Internationale des Œnologues.

Medaglie d’Oro

(87,54 – 89,091 punti)

  • Bellaveder – San Lorenz 2024 (Trentino DOC)
  • Hammel – In the Mood for Müller 2023 (Pfalz, Germania)
  • Azienda Agricola Giorgio e Federico Paolazzi – Pietra di Confine 2021 (IGT Vigneti delle Dolomiti)
  • Pojer e Sandri – Monogramma 2022 (IGT Vigneti delle Dolomiti)
  • Cembra Cantina di Montagna – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)
  • Hammel – Erste Versuchung Rivaner Trocken 2024 (Pfalz, Germania)

Medaglie d’Argento

(86,63 – 87,45 punti)

  • Mezzacorona – Castel Firmian 2023 (Trentino DOC)
  • Cavit – Bottega Vinai 2024 (Trentino DOC)
  • Cortaccia – Graun 2023 (Alto Adige DOC)
  • Gaierhof – Müller Thurgau 2024 (Trentino DOC)
  • Pelz – Müller Thurgau 2017 (IGT Vigneti delle Dolomiti)
  • Tenuta Gottardi – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)

Medaglie di Bronzo

(85,8 – 86,54 punti)

  • Azienda Vinicola Nicolodi Alfio – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)
  • Cantina Aldeno – Athesim Flumen 2024 (Trentino DOC)
  • Cantina La Vis – I Classici 2024 (Trentino DOC)
  • Cantina Produttori Valle Isarco – Aristos 2024 (Alto Adige DOC)
  • Fondazione Mach – Müller Thurgau 2023 (Trentino DOC)
  • Villa Corniole – Pietramontis 2023 (Trentino Superiore Valle di Cembra DOC)

Winzerverein Hagnau – Fass 247 2023 (Germania)

La Carnia e i PiWi: Roberto Baldovin ha piantato salde radici nel futuro

In Friuli l’Occidente geografico è segnato dal Tagliamento e da una sequenza alpestre molto varia di picchi e valli, a segnare percorsi montani accidentati e più consoni alla pastorizia che non alla viticoltura. Paesaggi emozionanti, segnati dal carsismo, con altimetrie che corrispondono ad aree particolarmente benedette sia da ricchi strati sedimentari minerali – talvolta gessosi – che da forti escursioni termiche, dove l’alveo del fiume non è lontano e garantisce la necessaria riserva idrica. 

È in questo territorio che Roberto Baldovin, ricercatore ambientale e di particolare perspicacia, decide di sviluppare un areale che, parole sue, “è indisciplinato ma tende al classico”, orientandolo per agronomia con l’introduzione dei vitigni resistenti, i PiWi, dall’acronimo tedesco che inquadra una intera famiglia di specie di viti resistenti agli agenti patogeni fungiformi. Varietà ben radicate ormai tra l’Alsazia e le Alpi Austriache fino al nostro Alto Adige, dove sono sempre più diffuse.

Affascinato dalle ibridazioni PiWi che consentono di ridurre gli interventi protettori su base chimica delle viti, Roberto studia e sperimenta, tra instancabili analisi di laboratorio e dati dalla sua stazione meteo, ottenendo infine l’autorizzazione regionale a coltivare, nel territorio di Forni di Sopra, vitigni come il Solaris, il Sauvignon Kretos, e il Soreli. A questi si aggiungono più di recente altri PiWI come Julius, Merlot Kanthus, Nermantis, Cabernet Cortis, e le versioni “resistenti” di Pinot – ma è una storia che racconteremo presto in futuro. 

L’idea era combinare la resistenza delle specie vinifere, la loro incredibile capacità di fotosintesi delle foglie, alle difese naturali del territorio da temperatura bassa a fortissima ventilazione, per raccogliere tutta la ricchezza biologica degli acini nei mosti.

Dapprima con la sua propria cantina omonima, poi con i due soci in Cantina 837 (numero dell’altitudine geografica della cantina), ha creato vini fermi e vini frizzanti *sur lies*. Questi ultimi rifermentano in bottiglia grazie alla preservazione di una minima quantità di lieviti che, rimanendo in attività, prevengono ogni degradazione e aggiungono bollicine in maniera assolutamente autonoma.

A ciò si unisce la sapiente scelta di botti francesi e americane, a combinare i risultati in cantina nell’armonia di gusto ricercata dall’autore. Siamo in una forma artistica, poetica, della creazione di referenze il cui gusto è non solo originale e incontaminato, ma identitario di un territorio che cresce in notorietà di pari passo al crescere del gradimento dei vini da vitigni resistenti.

Cantina 837 e Roberto Baldovin hanno presentato la scorsa settimana in anteprima, a un ristretto gruppo di partecipanti, la produzione 2024, consentendone la degustazione presso la loro enoteca e anche in alpeggio nelle loro tenute.

Proprio in questi giorni si è svolto infatti, a Forni di Sotto, il “Simposio Adâlt”, evento coordinato anche da Roberto Baldovin, a cui partecipano produttori PIWI di tutto il mondo e che intende far scoprire il territorio della Carnia trattando di sviluppo sostenibile, di viticoltura in montagna, di sperimentazioni e nuovi incroci: https://simposio.fornidisotto.com

Parliamo quindi della Carnia e dei suoi vini bianchi d’eccezione per gusto rotondo e complesso, generati da rese basse e selezioni molto accurate.  Il frizzante “Esmeraldo” (premiato con la Medaglia d’Oro ai PiWi Awards) di Roberto Baldovin vede il Sauvignon Kretos affermare una bella ed elegante persistenza di frutti tropicali e pesche gialle, accompagnata da sentori di lieviti ed erbe di montagna. 

Il gemello di processo, di Cantina 837, è il  “Prinzípi”, interprete del Solaris, un clone del tedesco Ührling della famiglia dei Riesling: bocca voluminosa e soddisfacente, ad accompagnare il gusto di un’amplissima gastronomia bianca.

Tra i fermi, eccelle la comparazione dei bianchi da uve Solaris, ossia tra “Vicus” di Cantina 837 e “PriMo” di Roberto Baldovin, dove Vicus esprime la ricchezza minerale del territorio e il suo donarsi al gusto originale, PriMo rappresenta di contrappunto l’arte e la poesia della creazione in cantina: a partire dalla esasperata selezione degli acini, fino a quella leggera macerazione in più sulle bucce che ne determina un corredo aromatico e gustativo inimitabile come il suo colore di delicata ambra.

Andiamo a gustare quindi il “Vant”, ultimo nato di Cantina 837 ed espressione del Sauvignon Kretos in purezza. Siamo molto vicini agli aromi e al corredo gustativo del Sauvignon neozelandese, con una distanza marcatissima dagli omologhi francesi. Si privilegiano profondità e mineralità, accantonando le forti insorgenze aromatiche. Bello davvero per colore, olfatto e gusto, tutti a esprimere la bellezza degli alpeggi della Carnia.

Lo segue il “Mezán”, blend di Sauvignon Kretos e di Solaris per Cantina 837, immaginato in proporzioni sempre mutevoli e degne numericamente del “Rasoio di Occam”: ogni annata degustata esprime il crescendo della sintesi di queste due incredibili uve, spinte da una biologia ricchissima, bene amministrata tra botte e anfora in cemento, e lasciata pressoché incontaminata a offrire gusti fruttati e di pietra focaia immersi in flussi erbacei alpestri.

Lasciamo il podio della degustazione ad “Artemis”, il vino che Baldovin dedica ad Andromaca e alla sua languida sofferenza per il destino di Ettore. Questo vino è forse la sintesi poetica delle sue idee, disegnando combinazioni cangianti di Solaris e Sauvignon Kretos con il Soreli, un ibrido originalmente friulano da Ribolla Gialla, Malvasia e – appunto – Friulano a definirne l’imparentamento con la Doc Collio Bianco.

Sensazionali note di mela e pesca gialla si alternano a cremosità quasi tattili di cioccolato bianco unite a sbuffi di fiori d’acacia, invitando al gusto di una boccata persistente e circonflessa da erbe e mentuccia nel finale.

È proprio questo il vino che nella degustazione ci rinvia all’est del Friuli, il Collio, ed è bella la presenza tra i degustanti di Marta Venica, giovane espressione e spin-off della notissima azienda di famiglia Venica & Venica, ad apprezzare il tratto d’unione identitario tra i due estremi del territorio friulano. È una storia che questi giovani produttori scriveranno in contemporanea, ben radicati nel futuro.

A noi resta l’immagine della Carnia, indisciplinata e pur amante del classico, di Roberto Baldovin, a promettere la crescita di queste bellezze gustative originali ed estremamente sintoniche con la natura di quelle altitudini: zone emozionanti che meritano la visita e l’esperienza di ogni appassionato di montagne e di vini.

https://www.cantina837.it

Puglia: il rosato “Costiero” di Giustini, la riscossa del Negroamaro del Salento

C’era una volta il Negroamaro, memoria storica dei vitigni pugliesi. Nella cultura popolare l’uva era adatta da sempre alla produzione di vini rosati ricchi di carattere, speziature dolci e sensazioni iodate da vento del Sud. Le sue origini e diffusione traevano spunto dalle splendide sabbie bianche del Salento, dallo Scirocco caldo che sferza incessantemente nella stagione estiva e da un’antica usanza contadina nata per proteggere le viti.

C’era una volta, quindi, l’alberello, ereditato dai Fenici, poi dai Greci e Romani e divenuto in altre zone – come la piccola isola siciliana di Pantelleria – patrimonio UNESCO. In Puglia l’antica forma di allevamento delle piante era sostenuta da paletti (canne), utili a consentire un preciso ordine e una maggiore densità agli impianti.

Ciononostante era ed è considerata una pratica a rischio di scomparsa, perché necessita dell’incessante opera manuale dell’uomo, non in linea con il moderno rapporto costi-benefici di bilancio.

C’era una volta il rosato, ricavato in passato dalla tecnica del salasso dei rossi e, solo di recente, concepito con una precisa identità già sul campo.

Viti giovani, esposizioni fresche e varietà idonee selezionate ad hoc per ottenere la giusta acidità, corroborata dai tipici frutti di bosco e dalla indispensabile piacevolezza di beva.

La favola potrebbe andare avanti all’infinito senza contestualizzare il periodo in cui viviamo. Le mode, le crisi politiche, i mercati impazziti alla ricerca del vino stravagante, spesso inavvicinabile per il consumatore medio. E così i prezzi altalenanti, speculativi, che valorizzano o distruggono in pochi anni identità presenti da secoli nel comparto enologico.

Innovare e resistere, mantenendo la barra dritta fregandosene delle pressioni esterne, non è per tutti. Giuseppe Papadopoli, agronomo, “senatore” della cantina Giustini, coadiuvato in azienda dai figli tra cui il giovane enologo Salvatore, ha sulle spalle un numero di vendemmie perfetto per osservare le bonacce e le tempeste di mare con calma serafica.

L’idea del restyling del rosato da Negroamaro “Costiero”, prima annata targata 2007, deriva dall’esigenza di comunicare con vigore l’impegno e l’amore per la terra, coltivata (come in questa versione) a pochi passi dal Mar Piccolo tarantino, specchio d’acqua famoso per la mitilicoltura e per la presenza di sorgenti sottomarine.

Macerazioni brevissime, mosto fiore che passa dal contenitore d’acciaio alla bottiglia mantenendo integre tutte le sfumature delicate dell’uva. Il Negroamaro, infatti, non si concede a grandi aromi. Cultore e strenuo difensore fu il compianto Severino Garofano, irpino, uno dei padri dell’enologia pugliese che ne riscoprì l’anima nobile e meno rustica.

Il primo prodotto certificato e imbottigliato in Italia in versione rosa, merito di Leone de Castris nel 1943 durante la seconda guerra mondiale, veniva già utilizzato ben prima dalle famiglie locali in maniera artigianale per gli ospiti di casa e le celebrazioni importanti. Esistono bottiglie nascoste e impolverate in cantine dell’inizio del ‘900, alcune persino ancora integre nei sapori. Merito dell’acidità e del gradiente polifenolico che protegge dall’ossidazione.

La degustazione dell’IGP Salento Rosato Negroamaro “Costiero” 2024 narra delle sfumature tipiche del varietale tra ribes e fragoline croccanti, cui seguono nuance speziate di noce moscata e zenzero, per finire verso gradevoli erbe mediterranee con ricordi di timo, elicriso ed arbusti marini arsi dalla calura del sole. Visivamente il panorama delle dune e della vegetazione a macchia è il miglior compagno di giochi del vino, dall’immediata leggibilità, leggerezza e facilità nell’abbinamento gastronomico.

Come, ad esempio, nei finger food proposti dallo chef Giovanni Galiano del ristorante Gàlipa a Francavilla Fontana, segnalato nella Guida Ristoranti Gambero Rosso, con canapé ai gamberi rossi, tartare di polpo e ricotta, parmigianina, salmone e stecco di pescato e lamponi.

Giustini

Indirizzo: Via Pietro Germi, Snc
74027 – San Giorgio Ionico (TA)

Tel: +39 0995330411
Email: info@tenutagiustini.it

Marche: Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025

Viaggio a Matelica tra storia, paesaggio e un vino che racconta la montagna marchigiana

C’è un angolo delle Marche che non somiglia al resto della regione. Una vallata chiusa, stretta tra la dorsale appenninica e i rilievi umbro-marchigiani, dove il clima si fa continentale e la viticoltura si è adattata a forti escursioni termiche, a venti che puliscono l’aria, a suoli complessi e minerali. Questo angolo si chiama Matelica, ed è qui che nasce uno dei vini bianchi italiani più longevi e strutturati: il Verdicchio di Matelica.

Il Verdicchio di Matelica Wine Festival 2025, che si è tenuto dall’11 al 13 luglio, è stata l’occasione perfetta per comprendere meglio il territorio ed i suoi attori protagonisti. Diciotto cantine protagoniste, decine di etichette in degustazione, masterclass, visite in vigna e momenti conviviali nel cuore del borgo: un festival pensato non solo per celebrare un vino, ma per raccontarne l’identità e la terra da cui proviene.

Un vino montano

Il Verdicchio di Matelica si distingue da quello dei Castelli di Jesi, suo parente più celebre e diffuso. Qui, a oltre 350 metri di altitudine, le escursioni termiche tra giorno e notte incidono profondamente sul profilo aromatico dell’uva, regalando ai vini acidità vivace, struttura importante e una capacità di invecchiamento sorprendente.

A spiegarlo con chiarezza e passione è stato Roberto Potentini, enologo della Cantina Belisario dal 1988, che dal Monte Vicinale, uno dei punti panoramici più alti del comprensorio, ha posto l’attenzione sull’intera sinclinale Camerte, la grande vallata appenninica che ha nel centro proprio la città di Matelica. “Bisogna vedere la valle da quassù” – afferma Potentini – “per capire davvero perché qui nasce un vino così unico: le due catene montuose proteggono e definiscono un microclima irripetibile”.

Un cambio epocale: nasce la MATELICA DOC

Tra i momenti più significativi dell’edizione 2025, c’è stata la presentazione ufficiale della nuova denominazione che segna una vera e propria svolta identitaria per il territorio: a partire dal prossimo anno, il Verdicchio di Matelica DOC cambierà nome e diventerà semplicemente Matelica Doc. Un atto di coraggio e consapevolezza, volto a rafforzare il legame tra il vino e il suo luogo d’origine, accorciando la distanza tra territorio e consumatore, e restituendo centralità a un nome che da solo evoca storia, autenticità e qualità.

La nuova denominazione arriva a 58 anni dalla costituzione della Doc stessa, avvenuta nel 1967, e si fonda su un’identità pedoclimatica precisa, che coinvolge otto comuni. Come ha ricordato Raimondo Turchi, promotore dello studio per la valorizzazione di Matelica patrimonio mondiale UNESCO, “la vallata è un unicum geologico e climatico in cui il Verdicchio trova una vocazione straordinaria e inconfondibile. Tutto il territorio partecipa di questa identità: la viticoltura non è isolata, ma è il cuore di un ecosistema umano e culturale”.

Una masterclass tra le annate: la longevità come cifra identitaria

Nel pomeriggio di sabato 12 luglio, nel Foyer del Teatro Piermarini, si è svolta la degustazione orizzontale e verticale che ha attraversato il tempo e le diverse espressioni stilistiche del Verdicchio di Matelica. Diciotto etichette, selezionate per rappresentare al meglio il valore del territorio: dalla freschezza giovanile delle annate più recenti fino all’eleganza matura di vecchie vendemmie.

Tra i campioni più sorprendenti:

  • Matelica DOC “Le Cime Basse” 2022 di Balzani ha stupito per la sua profondità minerale e un ingresso sapido quasi “prepotente”, giocato su note di fiori appassiti e mandorla.
  • “Tre Monti” 2021 ha mostrato grande equilibrio tra ricchezza e finezza, con profumi di albicocca e agrumi.
  • Mirum 2016 della Monacesca ha confermato tutta la capacità di evoluzione del vitigno, con una beva ancora viva, complessa e pulita.
  • Cambrugiano 2016 di Belisario ha sfoggiato eleganza e compostezza, una prova brillante di equilibrio tra freschezza e struttura.
  • Colpaola 2015 è apparso clamorosamente giovane e vibrante, grazie anche al tappo a vite, a dimostrazione di come l’altitudine possa regalare vini longevi e coerenti.
  • Gagliardi “Maccagnano” 2013 ha colpito per integrità e freschezza, nonostante i dodici anni sulle spalle.
  • Gegè 2011 dei Cavalieri ha chiuso la rassegna dimostrando che il Verdicchio di Matelica, anche quando evolve, continua a raccontare qualcosa di prezioso, vivo e personale.

Una degustazione che ha restituito l’immagine di una denominazione matura, consapevole, capace di affrontare il tempo con la forza della sua identità.

Radici profonde

Per comprendere appieno la portata di questo territorio, occorre risalire alle origini della viticoltura matelicese. È una storia che parte da lontano, addirittura nel 1932, quando per volere del regime fascista nacque quella che oggi conosciamo come Cantina di Matelica. Allora si chiamava Enopolio, ed era stata pensata per gestire l’ammasso forzato delle uve. La sua posizione, vicina alla stazione ferroviaria, rispondeva a una logica logistica: facilitare il trasporto delle masse vinicole verso i centri di commercializzazione.

Negli anni ’50 e ’60 la cantina divenne un punto di riferimento per tutta l’area, arrivando a gestire fino a 40.000 ettolitri di vino. Il passaggio da volume a valore è avvenuto nel tempo, con la nascita dell’attuale cooperativa nel 1978, sotto la guida della prima presidente, Giovanna Censi Mancia, pioniere del mondo agricolo locale. Oggi la cooperativa conta oltre 180 soci, per una superficie vitata di circa 120 ettari e una produzione media di 10.000 ettolitri. Di questi, 200.000 bottiglie rappresentano la selezione di punta: Verdicchio di Matelica DOC, Verdicchio Riserva DOCG, Marche IGT Rosso e Colli Maceratesi DOC.

Cultura e accoglienza

Il festival non è stato solo vino. Venerdì 11 luglio l’accoglienza si è svolta nel foyer del Teatro Piermarini, un piccolo gioiello architettonico che ha ospitato anche la conferenza del sabato mattina, dedicata all’identità del Verdicchio di Matelica e al percorso che ha portato alla nuova denominazione. Un’occasione per ascoltare produttori, istituzioni e tecnici confrontarsi su presente e futuro di una denominazione che oggi guarda oltre i confini regionali, puntando su qualità, autenticità e narrazione.

Le visite in cantina hanno offerto il contatto diretto con la materia prima e con chi, vendemmia dopo vendemmia, custodisce il patrimonio enologico della vallata. Da chi vinifica in acciaio per esaltare freschezza e precisione, a chi osa l’affinamento in legno o in anfora per tirare fuori la complessità più nascosta del Verdicchio.

Una identità unica

Tornando da Matelica, resta impressa la sensazione di aver scoperto un microcosmo ancora poco conosciuto ma straordinariamente ricco. Qui il vino non è solo prodotto agricolo: è paesaggio, è comunità, è memoria. È una voce che parla la lingua della montagna ma si fa capire ovunque, perché è autentica. Il Verdicchio di Matelica – o forse dovremmo già dire il Matelica DOC – non ha bisogno di urlare. Gli basta invecchiare bene, per raccontare la sua verità.

Molise: chi dice Tintilia dice Claudio Cipressi

La riscoperta della Tintilia in Molise la si deve a Claudio Cipressi, storico produttore vitivinicolo in questo meraviglioso lembo di Molise. Un vigneron che ha cercato di riportare in vita l’antico vitigno autoctono dalla bassa resa produttiva che rischiava l’estinzione.

La nuova cantina risale al 2014. Si trova a poca distanza dal piccolo e grazioso borgo di San Felice del Molise, uno dei tre comuni del Molise di lingua e cultura croata, in provincia di Campobasso, ma già produceva vino sin dal lontano 2003.

La tenuta vanta oggi 16 ettari vitati di cui 13 dedicati esclusivamente a questo singolare vitigno autoctono. I rimanenti invece: Montepulciano, Falanghina e Trebbiano. Territorio collinare caratterizzato da un paesaggio boschivo di rara bellezza, punteggiato da piccoli comuni arroccati sulle sommità dei rilievi, dove la Tintilia ha trovato e ritrovato il suo habitat ideale, capace di dare origine a vini di elevata qualità e spiccata piacevolezza di beva.

Claudio Cipressi coltiva, però, anche alcuni ettari di ulivi per arricchire l’offerta dei propri prodotti di qualità. La Cantina è moderna e funzionale con attrezzature moderne e all’avanguardia. Le vigne sono posti ad una altimetria che varia dagli oltre 400 ai quasi 700 metri e le escursioni termiche sono forti e beneficiano delle brezze marine. I vini sono ottenuti esclusivamente da agricoltura biologica, con trattamenti non intensivi.

Falanghina Settevigne Igt Terre degli Osci 2023 – Giallo dorato brillante, emana sentori di fiori di campo, cedro, lime, pesca e albicocca il sorso è vibrante, saporito e duraturo.

Collequinto Dop Tintilia del Molise Rosato 2024 – Rosa tenue, sprigiona sentori di iris, fragola, frutti di bosco e pompelmo rosa, al gusto è fresco, pieno ed appagante. 

Settevigne Dop Tintilia del Molise 2016 – Rosso rubino, dalle sfumature granate, rivela sentori di prugna, ciliegia,  fragola,  erbe aromatiche e spezie dolci, al palato è vellutato, armonioso, setoso e persistente.

Macchiarossa Dop Tintilia del Molise 2017 – Rubino profondo, sviluppa sentori di amarena, prugna, note balsamiche e pepe nero, sorso, coerente, avvolgente e profondo. 

Tintilia 66 Dop Tintilia del Molise 2019 – Rosso granato intenso, con note di frutti di bosco, sottobosco, liquirizia, menta e spezie orientali, al palato è morbido, armonioso, generoso e suadente.

Cronache dall’Alto Adriatico – Friuli Colli Orientali: focus su Richenza Vigna Petrussa

(Con dedica a Gianmarco Nulli Gennari, epicureo esistente e resistente)

Di recente abbiamo assistito alla presentazione dell’ultimo libro di Massimo Carlotto e il privilegio di cenare allo stesso tavolo. Parlando in generale di letteratura e dei reciproci gusti, è uscito un aspetto che ci ha sorpreso (probabilmente non avrebbe dovuto). Lo scrittore riceve innumerevoli testi di persone in cerca d’affermazione e a suo dire, i più interessanti provengono da autrici. Data la sua inequivocabile esperienza gli crediamo senza dubitarne, ma la cosa ci ha fatto riflettere poiché da forti lettori al maschile dovremmo trarne insegnamento, e perché pensiamo la medesima cosa riguardo al mondo del vino.

Negli ultimi anni, le nostre esperienze più suggestive sono frutto di una declinazione al femminile. Sarà perché nella produzione del vino sono necessarie determinazione, coraggio, tenacia, integrità, peculiarità che unite ad una grande sensibilità emotiva le donne ne sono molto più dotate? Aspetto decisamente importante nel momento in cui il vino ha perso la caratteristica di alimento per tramutarsi in veicolo di gratificazione e creatore di emozioni.

Non facciamo mistero di credere fermamente che in passato – e in parte anche oggi? – non fosse semplice per una “lei” produrre del vino senza subirne le conseguenze, come del resto è accaduto per tante altre questioni. Gli ostacoli di un gretto pensiero machista che solo l’uomo fosse in grado di creare un fermentato d’uva degno di questo nome poteva giungere a rifiutarsi a lavorare per esse.

È ciò che accade a Giuseppina Busolini Petrussa, la mamma di Hilde proprietaria di Vigna Petrussa e ora affiancata nella conduzione dell’azienda dalla figlia Francesca, che si ritrovò a essere viticoltrice per necessità. Eredita la parte spettante dei vigneti alla morte del padre, proseguendo la coltivazione fino a quando nel 1963 rimane vedova.

Non trova nessun uomo italiano disposto a lavorare per lei in quanto ha la grande colpa di essere una donna ed è costretta a varcare un confine solo mentale e recarsi  in Slovenia dove inizia la collaborazione con la famiglia del signor Beppi, gli unici in zona disposti ad aiutarla nei lavori sia in vigna che in cantina. Un legame che vive tutt’oggi, dopo tre generazioni, attraverso la figlia Marina, e la nipote Petra.

Il marchio attuale di Vigna Petrussa risale al 1996, ma in precedenza i vini erano etichettati col nome completo di Giuseppina.

Questa produzione di vino al femminile ha oramai circa sessant’anni, vocata soprattutto allo Schioppettino. Il vitigno completamente distrutto dalla fillossera era ritenuto estinto fino a quando rinasce nel 1970 con la scoperta di una decina di piante sopravvissute che furono l’occasione di un rilancio. Nella zona del comune di Prepotto, nella Valle dello Judrio, trova il suo luogo d’eccellenza in terreni costituiti essenzialmente da ponca, strati alternati di marna e arenaria formatesi in periodo eocenico.

La versione che ne fa Vigna Petrussa, un vino meritatamente premiato, lo abbiamo assaggiato e molto apprezzato, durante il recente press tour internazionale sull’Alto Adriatico organizzato e voluto dal giornalista e scrittore Paul Balke.

Tuttavia, a ribadire la pluralità del gusto degli esseri umani e l’esistenza di vini emozionanti a prezzi contenuti, siamo qui a parlare di un altro vino che a nostro avviso è ancora troppo sottovalutato, e che ci ha turbato e stupito per l’eleganza: il Richenza.

Il nome Richenza è un tributo a una nobildonna del popolo germanico dei Longobardi, che si insediarono in Friuli nel 568 d.C., stabilendo nella Cividale dell’epoca la capitale del loro ducato, il primo del Longobardi in Italia. A palesare il legame che Vigna Petrussa intende avere con essi anche un altro vino è a loro dedicato: Desiderio, un bianco da dessert che omaggia l’omonimo re che ha regnato dal 757 al 774 d.C.

E soprattutto lo stemma presente nell’etichette dei vini reca l’immagine di un elmo guerriero longobardo, attualmente conservato presso il Museo Archeologico di Cividale.

Richenza è un blend, o cuvée che dir si voglia, voluto da Hilde Petrussa nel 2000, composto da Friuliano, Malvasia Istriana e Riesling Renano, da uve che effettuano una vinificazione separata con pressatura soffice. Il Riesling proveniente da vigneti con 55 anni di vita, effettua la maturazione in vasca di acciaio per 24 mesi; il Friuliano almeno 7 mesi di botte usata da 30 ettolitri; la Malvasia Istriana da vigneti trentennali, viene elavata in barrique usata per 24 mesi. Successivamente i vini vengono assemblati e affinati per un ulteriore anno in bottiglia.

Fin dal primo sorso ci siamo sentiti estromessi, e ciò che il Richenza 2022 e il nostro intimo si son detti ci è ignoto: lo accettiamo come un atto privato fra il nostro lato femminile e quello di chi l’ha concepito, rispettando il ruolo a noi riservato di vettori e latori di sensazioni olfattive e percezioni palatali palesate (perdonateci l’allitterazione cercata).

Un bouquet complesso, avvolgente, ammalia l’evidenza di una polpa di frutta matura dove crediamo di riconoscere la peche de vigne, l’albicocca, e una succosa susina. Si arricchisce poi di sensazioni morbide di vaniglia e di frutta secca sotto miele, e sullo sfondo qualche traccia di nota vegetale. Al palato è ricco, polputo ma restando un vino decisamente secco la cui morbidezza non si concede a nessuna sgradita dolcezza, con un sorso teso e di grande beva, dotato di personalità e lunga persistenza, e di un inatteso ma del tutto logico finale dedicato al minerale.

Ora, se fosse un vino interamente declinato al fruttato non l’avremmo particolarmente apprezzato perché ciò non rientra nelle nostre preferenze, ma l’eleganza, la finezza e tutto il resto qui incluso ci fa invocare a un fuoriclasse, che ci ha segnato e insegnato molte cose ignave a noi maschietti. E giacché nel mondo la bellezza è ovunque presente ma spesso non riconosciuta oppur non suscita interesse, a noi compete il ruolo di rilevarla e rivelarla laddove la s’incontra.

Andreola, eroico e superiore in Valdobbiadene

Valdobbiadene ha una sua viticoltura eroica? Certamente, quando ci si riferisce a piccoli appezzamenti in zone altrettanto ristrette, menzionate quali “Rive”, dove suolo, altitudine e microclima influenzano la Glera, varietà d’elezione per il Prosecco.

Ma a Valdobbiadene il termine identificante la tipologia più venduta al mondo – oltre 660 milioni di bottiglie nel 2024 con un +20% di aumento, in controtendenza rispetto alla flessione generale subita dai mercati – non è l’attrattiva principale per definire il territorio. Parlare di Valdobbiadene, invece, è e resta la vera sfida nel mantenere una reputazione complessiva di estrema qualità per l’intero comparto.

Il biglietto da visita per entrare in un mondo affascinante è la storia stessa dell’areale produttivo. Oltre 300 anni d’attività intensa, sugli ormai 8000 ettari vitati a pieno regime sparsi tra 15 Comuni, suddivisi a loro volta in 43 Cru (le Rive appunto) con un’unica macro collina per la versione Cartizze, di appena 100 ettari, che rappresenta l’alba delle bollicine in Veneto.

Andreola crede fermamente nella zonazione e differenziazione dei vini nel calice. Sette gli spumanti da singola vigna, ognuno con una personalità distinta, per raccontare le infinite sfumature della Glera. Una resa bassissima in vigna, ben al di sotto di quanto previsto nel Disciplinare e ceppi di 50 anni da cui recuperare materiale genetico per i futuri impianti. Viticoltura eroica già dal 2010, il primo qui a ricevere il marchio Cervim dal Centro di Ricerche, Studi e Valorizzazione per la Viticoltura Montana.

Uno studio continuo nel rapporto dialettico tra Uomo e Ambiente. Anche i portainnesti fanno la differenza in base ai luoghi selezionati per la coltivazione della vite. Infine, l’allevamento a doppio capovolto utile a preservare i grappoli dall’eccessiva esposizione ai raggi solari, che sacrificherebbe i delicati aromi primari di fiori e frutta fresca tipici del varietale.

Tanto lavoro anche in cantina, grazie al supporto dell’enologo Mirco Balliana. Recente il riconoscimento per esser stato indicato tra i migliori winemaker nella classifica stilata dalla rivista The Drinks Business per la categoria “Best Prosecco”.

Un team affiatato che non può rinunciare alla collaborazione dell’agronomo Marco Schievenin anche lui formatosi nella culla enologica di Conegliano.

Il Valdobbiadene di Andreola predilige la presa di spuma con Metodo Charmat. Questa particolare tecnica di rifermentazione in autoclave e breve sosta a contatto con i lieviti consente di amplificare il carattere gioviale e appetitoso dei vini, pur mantenendo la giusta complessità che non li rende banali.

Il protocollo Biologico è ritenuto ormai superato da schemi più razionali, costruiti su misura per ogni singolo prodotto. Dal basso quantitativo di solforosa ad un uso ragionevole del rame per fronteggiare il pericolo peronospora, vera piaga per i viticoltori.

Il nome della cantina omaggio alla nonna di Stefano Pola. Da commerciante di uve, la signora Ursula Andreola credeva fortemente nella crescita del territorio, formato da colline incastonate tra boschi silenziosi e panorami unici. La biodiversità è ancora un importante attore protagonista.

Ben 7 le referenze degustate al ristorante Calasole di Napoli, con vista sulla baia di Bagnoli dove fervono i lavori per la riqualificazione in attesa dell’America’s Cup. L’abbinamento con i piatti a base del pescato del giorno ha destato piacevole curiosità tra gli operatori del settore.

  • “Dirupo” Brut
  • “Aldaina Al Mas” Extra Brut
  • 26° I – Extra Brut
  • “Marna del Bacio” – Extra Brut
  • “Col del Forno” – Brut
  • “Mas De Fer” – Extra Dry
  • “Vigna Ochera” – Dry

Tutti annata 2024. Tra le differenze e gli stili proposti, il filo rosso d’Arianna resta l’estrema piacevolezza di beva, unita a sfumature tenui già dal colore, che proseguono al naso e al palato regalando un momento di pura convivialità. Ottima la vena floreale di biancospino, così come la classica pera bianca, unita a mela golden. Ogni vino esprime un preciso toponimo sin dal nome in etichetta. Dalle marne argillose alle rocce bianche calcaree per finire su tocchi d’arenaria pronti ad esaltare le scie minerali finali sempre presenti.

Non solo semplicità, dunque, ma grande attenzione all’identificazione vigna per vigna e al contenimento della morbidezza anche nelle tipologie dolci. Forse il vero segreto per la Glera e per Andreola è lasciar fare alla natura, senza forzature e senza scomodi paragoni.