Gambero Rosso: i vini del Collio di Muzic incantano Roma

Vini di confine, cucina d’autore e tramonti mozzafiato nel cuore della Capitale

Una sera d’estate a Roma, il cielo che sfuma nei toni dell’oro e del rosa, la brezza leggera del Ponentino e la vista mozzafiato sui Fori Imperiali. Questo è stato il palcoscenico naturale per una delle tappe più emozionanti del Gambero Rosso con l’evento Muzic on tour, un progetto itinerante che fonde l’eccellenza della cucina italiana con il meglio della produzione vitivinicola nazionale.

A fare da cornice all’evento, il suggestivo 47 Circus Roof Garden, dove lo chef Maurizio Lustrati ha ideato un menù raffinato e sapientemente abbinato ai vini dell’azienda Muzic, storica realtà del Collio friulano, rappresentata da Fabijan Muzic, giovane enologo e volto della nuova generazione del vino italiano.

Un menù fantastico

Il percorso gastronomico ha incantato i presenti fin dall’antipasto: polpo alla griglia su crema di avocado e chips di platano, esaltato dalla Ribolla Gialla 2024.

È seguita una melanzana al BBQ con estratto di pomodoro e basilico, arricchita da una crema di Provolone del Monaco, accompagnata dalla Malvasia 2024.

Come primo piatto, un risotto con scampi, fiori di zucca e pecorino ha incontrato il Friulano 2024, vino identitario del Friuli.

Il secondo è stato un delicato filetto di ombrina al tartufo nero estivo, servito con zucchine romanesche e patate novelle, perfettamente abbinato al Collio Bianco Stare Brajde 2022, un blend elegante e complesso.

A chiudere il percorso, un goloso bignè craquelin con crema di nocciola e lamponi, abbinato al sontuoso Picolit 2018, vino da meditazione di rara finezza.

La storia di una terra e di una famiglia

Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo contagioso, ha raccontato la storia della sua famiglia e del Collio, terra di confine sospesa tra Italia e Slovenia. Un luogo segnato dalla storia – due guerre mondiali, mutamenti politici e culturali – ma che ha trovato nella viticoltura una rinascita autentica.

Dagli anni Ottanta, i genitori di Fabijan hanno creduto nella forza dell’identità territoriale, decidendo di imbottigliare il vino sotto un proprio marchio. Un’intuizione pionieristica: creare un’identità visiva forte, riconoscibile, per esprimere attraverso l’etichetta la personalità del vino. “Oggi si parla di brand”, racconta Fabijan, “ma i miei genitori lo avevano già capito allora”.

Il loro stile è rimasto coerente nel tempo: vini puliti, sinceri, raffinati, che raccontano il territorio senza forzature. “Meglio non imbottigliare piuttosto che accettare un vino non all’altezza”, spiega Fabijan. La sua filosofia è rigorosa, ma profondamente rispettosa del lavoro in vigna e della fiducia del consumatore.

La degustazione proposta da Muzic ha offerto un viaggio armonico tra varietà autoctone e interpretazioni territoriali d’eccellenza, confermando lo stile pulito, autentico e riconoscibile dell’azienda friulana.

La Ribolla Gialla 2024 apre il percorso con una freschezza agrumata e floreale, espressa in un sorso minerale e scattante, perfetto per accompagnare crudités e antipasti leggeri. Più calda e avvolgente, la Malvasia 2024 si distingue per un bouquet aromatico che intreccia fiori bianchi, pesca e mandorla, con una bocca piena, salina e persistente, ideale per esaltare piatti vegetali e speziati.

Decisamente identitario il Friulano 2024, che rivela il lato più morbido e vellutato del Collio: note di erbe e frutta matura si fondono con un finale ammandorlato che richiama la tradizione, perfetto con risotti e salumi locali.

Più strutturato e complesso il Collio Bianco Stare Brajde 2022, elegante blend di Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla: il naso si apre su frutta tropicale, fiori gialli e nocciola, mentre al palato si sviluppa con ampiezza e profondità, sostenuto da una viva acidità e da una leggera maturazione in legno che dona equilibrio e persistenza. Ideale con piatti saporiti, tartufi e carni bianche.

A chiudere, il Picolit 2018, gioiello da meditazione: dorato e luminoso, profuma di albicocca disidratata, miele e fiori d’acacia, con un gusto dolce ma raffinato, che avvolge senza mai eccedere. Perfetto con dessert eleganti, formaggi erborinati o cioccolato bianco.

Una collezione che racconta il Collio con voce limpida e coerente: ogni etichetta è un piccolo ritratto del territorio, declinato con precisione tecnica e sensibilità artigianale.

Gambero Rosso ha confermato ancora una volta il valore dell’incontro tra cucina e vino, tra narrazione e identità. Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo e la sua competenza, rappresenta al meglio la nuova generazione di vignaioli italiani: consapevoli, preparati, radicati nella tradizione ma proiettati al futuro.

Laura De Vito: dai vigneti di Lapio “Lady Fiano” colpisce ancora

Laura De Vito, la signora del Fiano di Avellino, è sempre impeccabile sia in cantina che in giro per il mondo a proporre la sua personale idea di zonazione – a mo’ di contrade – del territorio di Lapio. Tre aree vocate nel centro di una delle zone fondamentali per la viticoltura irpina.

Arianiello con terreni ricchi di sabbie e detriti vulcanici; Verzare e Saudoni simili per la composizione dei suoli tra argille e calcare, ma differenti nelle esposizioni: fresche per il primo, calde e assolate per il secondo. Il teorema secondo cui ad azione corrisponderebbe reazione, pensando che sia facile fare vino in queste terre, non tiene conto della fondamentale azione dell’uomo che deve seguire scelte opportune per esaltare o contenere gli aspetti più estremi dell’uva.

Il Fiano si presta infatti ad una buona versatilità, soprattutto nelle sue sensazioni calorose, accoglienti e dolci. Dai fiori bianchi al miele, per virare verso note tropicali ed officinali, senza dimenticare la parte idrocarburica e le tostature delle vecchie vintage. Vincenzo Mercurio, enologo esperto, ha creduto nel progetto sin dagli inizi nel 2018, assistendo e interagendo con Laura nella giusta continuità dei prodotti finali.

Laura De Vito e Vincenzo Mercurio

D’altro canto la stessa De Vito racconta che “essere irpina e donna in un contesto prevalentemente rurale a base maschile significa amare davvero ciò che si fa e seguire i propri sogni con tenacia”. L’essenza stessa del cru, inteso come vigna singola, stravolge gli schemi classici delle tipologie a volte troppo imbrigliati in disciplinari poco contemporanei.

La Riserva, ad esempio, versione introdotta da pochi anni nelle regole produttive del Fiano di Avellino, si dimostra inadatta quando si parla di piccoli appezzamenti, dove sarebbe impossibile realizzare un vino realmente espressivo senza usare la necessaria calma.

Gli assaggi dai contenitori d’acciaio parlano chiaro: a distanza di alcuni mesi dalla vendemmia i campioni dimostrano grinta, eleganza e personalità, con un potenziale inesplorato ancora tutto in divenire. Se ne prevede infatti l’immissione sul mercato non prima della metà del 2026 a dimostrazione che la nuova concezione del Fiano di Avellino che va atteso e non venduto repentinamente, ha ormai preso piede nella mentalità degli attori protagonisti.

Aspettando Godot dunque, con l’unica differenza che non si resta delusi dalla vana attesa. Più riposo equivale a maggior densità di frutto, finezza e articolazione nelle sfumature mediterranee, il timbro tipico e misterioso di un’uva unica nel suo genere. La chiave di lettura conclusiva oscilla poi tra essenze floreali appaganti ed empireumatiche volitive.

La degustazione delle annate in commercio

Elle 2022 – il blend, anzi la selezione proveniente dalle tre sottozone. Grande completezza negli sbuffi di miele d’acacia, timo e salvia e canditura di cedro finale.

Verzare 2022 – elegante e leggiadra come la Bella Otero. L’agrume comanda il naso ed il sorso dall’inizio alla discesa del sipario, con una vena salina profonda e impattante.

Arianiè 2022 – teso e sinuoso, racconta di fiori di elicriso, gelsomino e iodio di mare in sottofondo. Fumoso, sembra aver appena cominciato il suo percorso di cescita.

Li Sauruni 2022 – dalla località Saudoni è il più gastronomico, carico di frutta tropicale tra mango ed ananas, per terminare su spezie bianche e note salmastre ancora da affinare.

Per Mercurio le annate rappresentano il “rumore di fondo del vitigno, un suono che richiede molta attenzione all’orecchio di chi ascolta, per via dei cambiamenti climatici imprevedibili. Bisogna adeguarsi e correre ai ripari con idonei interventi agronomici e, solo in minima parte, in cantina”.

La visita si conclude con un piccolo regalo di Laura De Vito, la degustazione di Elle 2018, balsamico e avvolgente con nuance da crema di gianduia, ginestra appassita e pera Williams. Gusto tonico, sapido e quasi eterno. Un capolavoro che dimostra l’impegno di una piccola realtà divenuta in poco tempo un faro per l’Irpinia intera. “Lady Fiano” da Lapio… colpisce ancora.

Lombardia: Costa Jels – Dalle viscere della terra il Metodo Classico di Nove Lune

Alessandro Sala, patron della cantina Nove Lune, ha presentato alla stampa la sua ultima creazione: il Metodo Classico Costa Jels, che affina in miniera per 60 mesi, frutto di un progetto lungo anni. Un vino che rappresenta l’innovazione e la sostenibilità nel mondo enologico.

Siamo a Gorno, piccolo comune della Val del Riso ad un’altitudine di 830 m s.l.m. in provincia di Bergamo, qui si trova il complesso minerario, ormai in disuso, Costa Jels.

La Miniera è stata produttiva dall’Ottocento agli inizi degli anni Ottanta, ma la sua storia risale all’epoca romana, quando veniva estratto il minerale rossastro ora noto come calamina. Qui venivano mandati i condannati al carcere per “cavar il metallo” (damnatio ad metalla).

La storia prosegue nel periodo medievale, anche se non si hanno notizie documentate sulla continuazione dell’attività estrattiva. Si sa però con certezza che riprense nel 1500, quando un ingegnere illustre, Leonardo da Vinci, si recò in visita alla miniera. Nel 1800 si registrò un forte sviluppo del comparto estrattivo, fino ai tempi recenti.

Ancora oggi sono ancora ben riconoscibili gli impianti minerari ormai dismessi: gallerie, teleferiche, binari.

L’evento di presentazione ha dato l’opportunità di esplorare le gallerie sotterranee, accompagnati da guide locali, tra i cunicoli che svelano il lavoro faticoso dei “minadur” (minatori) e dei “galecc” (ragazzi addetti al trasporto a spalla di minerale) e quello paziente delle “taissine” (cernitici di minerale). Racconti di sofferenze, di dolore, ma anche di tanta umanità e solidarietà che hanno visto protagonista la gente del luogo.

All’ingresso uno spazio riservato allo stoccaggio delle bottiglie, un ambiente molto particolare con condizioni differenti rispetto a quelle di una tradizionale cantina: temperatura costante di 10 gradi, umidità al 95%, assenza di luce e vibrazioni.

Ogni dettaglio è stato meticolosamente studiato per creare un prodotto unico nel suo genere. La selezione delle uve Bronner, Johanniter e Souvignier Gris, varietà che grazie alla loro naturale resistenza alle malattie richiedono pochissimi trattamenti chimici, rappresenta il punto di partenza di questa creazione.

Il mosto, privo di residui, viene lavorato nella moderna cantina di Cenate Sopra, dove, dopo la fermentazione, inizia il suo lungo percorso di affinamento. Il vino sosta per circa un anno e mezzo in cantina, diviso tra barrique di rovere francese e contenitori in acciaio, atti a svilupparne complessità e carattere.

Dopo le operazioni di tiraggio, le bottiglie vengono adagiate nel ventre della montagna, dove rimarranno almeno altri cinque anni sui lieviti. Al termine di questa lunga maturazione, e raggiunta la maturità desiderata, le bottiglie vengono riportate in cantina per le fasi di remuage, sboccatura e confezionamento, completando così un processo di affinamento naturale e rigoroso.

La conclusione del giro è in un’ampia caverna, luogo suggestivo dove l’illuminazione calda e soffusa crea un gioco di ombre e luci che mette in risalto le pareti rocciose. L’aria umida si percepisce dalle goccioline di condensa sul calice una volta versato il vino.

Ad attenderci un ricco buffet di prelibatezze locali (i formaggi dell’Azienda Agricola La Masù prodotti con latte di capra e affinati in grotta sono qualcosa di strepitoso) e Alessandro con Gabriele (l’altro enologo della cantina): il momento tanto atteso è infine arrivato, e le bottiglie sono pronte per essere stappate.

Arriviamo alla degustazione: un perlage ricco, paglierino tenue; note olfattive che ricordano la nocciola tostata, frutta matura (mela e pera) e un’acidità vibrante con bella cremosità di bocca a chiudere sul finale. 

L’Ecomuseo della Miniera di Gorno è una rigorosa conservazione del patrimonio minerario, il merito di Alessandro Sala è stato ed è quello di contribuire alla sua valorizzazione:

“Mi accorgo pertanto della fortuna che mi è stata data, la fortuna di poter fare qualcosa affinché quei cunicoli bui e inospitali inseriti come ferite nel ventre della montagna potessero rivivere e con essi tutte le persone che hanno lasciato molto, anche la vita per realizzarli. Le virtù dei padri potranno essere ricordate continuando ad estrarre dalla montagna, certo non più polverosi minerali ma un prodotto che possa dare gioia e serenità, quasi potesse sussurrare che le loro fatiche non sono state vane e stanno ancora dando dei meravigliosi frutti”.

Il valore aggiunto di questa collaborazione è rappresentato ora dalla possibilità offerta a quanti lo desiderino di partecipare a visite esperienziali con il racconto della vita e del lavoro dei minatori e con una degustazione degli eccellenti vini di Nove Lune.

Prosit!

https://www.nove-lune.com

“AMONTEFALCO” 2025: l’ora dei migliori Montefalco Rosso, Montefalco Rosso Riserva e Montefalco Sagrantino Passito

Si avvia alla conclusione la consueta degustazione tecnica delle migliori espressioni dei vini di Montefalco. Ieri è stata la volta di “AMONTEFALCO” 2025: i migliori assaggi dei bianchi a base Grechetto e Trebbiano Spoletino e del Montefalco Sagrantino. Oggi invece verranno analizzate le versioni Montefalco Rosso e Montefalco Rosso Riserva, dove domina la presenza del Sangiovese umbro ed un finale in dolcezza con i Montefalco Sagrantino Passito, sempre sorprendenti.

La via d’ingresso al territorio passa per il tramite delle tipologie più agevoli, alla portata di tutti i palati, come il Montefalco Rosso e la sua Riserva, non realizzata da tutte le aziende. Vengono ammesse diverse varietà autoctone regionali, anche se gli attori protagonisti restano il Sangiovese ed il Sagrantino. Un prodotto che dovrebbe avere nell’agilità di bevuta e nell’espressione elegante del frutto la sua identità e che viene invece, spesso, appesantito da lavorazioni in eccesso, snaturanti dei suoi vitigni cardine.

I numerosi stili creano, parimenti al Trebbiano Spoletino, difformità comunicative e confusione nelle scelte alla carta. Un’anima che solo alcuni sanno comprendere e valorizzare, anche nelle annate migliori; un antico dilemma che l’areale nel suo complesso non ha ancora saputo (o voluto) affrontare, per dare compattezza d’azione nelle proposte ai mercati.

Ecco i migliori assaggi per tipologia, in ordine alfabetico e rigorosamente selezionati alla cieca, senza conoscere l’etichetta di riferimento.

Migliori Montefalco Rosso Doc

Tenute Lunelli – Carapace 2023 “Ziggurat”

Colpetrone 2022

Goretti – Fattoria Le Mura Saracene 2022

Le Cimate 2022

Tenuta Bellafonte 2022 “Pomontino”

Tudernum 2022

Perticaia 2021

Romanelli 2021 “Capo de Casa”

Migliori Montefalco Rosso Riserva

Moretti Omero 2021 “Faccia Tosta”

Tenuta Bellafonte 2021 “Maestà delle 4 Chiavi”

Tenute Lunelli – Carapace 2021 “Lampante”

Dionigi 2020

Fongoli 2019 “Serpullo”

Migliori Montefalco Sagrantino Passito Anteprima 2021

Antonelli

Scacciadiavoli

Migliori Montefalco Sagrantino Passito in commercio

Cocco Ilaria 2019 “Fontiola”

La Veneranda 2019

La Fonte 2020

“AMONTEFALCO” 2025: i migliori assaggi dei bianchi a base Grechetto e Trebbiano Spoletino e del Montefalco Sagrantino

Tempi di anteprima delle nuove annate per Montefalco. Durante l’evento “AMONTEFALCO” 2025 si è parlato anzitutto di Sagrantino, con l’annata 2021 in prossima uscita che ha totalizzato 4 stelle complessive con un punteggio di 94/100 a un passo dall’eccellenza.

Un’annata che ha tutte le caratteristiche nel calice per promettere un ottimo futuro davanti a sé. La conferma di quanto di buono sta avvenendo da tempo con la tipologia Montefalco Sagrantino Docg, meno tenace e più godibile anche nell’immediato.

Buone le versioni dei bianchi, che comprendevano gli assaggi del Montefalco Grechetto Doc, del Montefalco Bianco Doc e dello Spoleto Trebbiano Spoletino Doc da varie annate in commercio. Sensazioni positive per la qualità media, perplessità sulle impronte stilistiche ancora eterogenee che creano qualche problema in termini comunicativi.

Nel complesso esprime soddisfazione il Presidente Paolo Bartoloni del Consorzio Tutela Vini Montefalco, anche in presenza di numeri di fatturato crescenti nel 2024, con segnali però di frenata nei primi mesi del 2025 dovuta alle tensioni geopolitiche e ad una redistribuzione dei mercati e dei viaggiatori. Che il vaso di Pandora possa essere, anche in questo caso, un ulteriore potenziamento del’enoturismo?

Di seguito i migliori assaggi per categoria e in ordine alfabetico. La degustazione tecnica è avvenuta rigorosamente alla cieca senza conoscere il produttore di riferimento.

Migliori Montefalco Grechetto Doc

Benedetti & Grigi 2024 “Eros”

La Veneranda 2024

Tenuta di Saragano 2022 “Montacchiello”

Migliori Montefalco Bianco Doc

Tenuta Bellafonte 2024 “Sperella”

Tenuta Alzatura 2023 “Aria di Casa”

Migliori Spoleto Trebbiano Spoletino Doc

Le Cimate 2024

Ninni 2024 “Poggio del Vescovo”

Conti Fabio 2023 “Rovicciano”

Perticaia 2023 “Del Posto”

Scacciadiavoli 2023

Antonelli San Marco 2022 “Vigna Tonda”

Romanelli 2022 “Le Tese”

Migliori Montefalco Sagrantino 2021 in anteprima

Arnaldo Caprai “25 Anni”

Scacciadiavoli

Tenute Lunelli “Carapace”

Valdangius “Fortunato”

Migliori Montefalco Sagrantino da varie annate in commercio

Moretti Omero 2017 “Vigna Lunga”

Cocco Ilaria 2018 “Phonsano”

Le Cimate 2018

Tudernum 2018

Antonelli San Marco 2019

Goretti – Fattoria Le Mura Saracene 2019

Bocale 2020

Briziarelli 2020

Lungarotti 2020 “Biologico”

Terre di San Felice 2020 “Vinum Dei”

Sicilia: tutta la magia di “a Muntagna”  nella Guida ai Vini dell’Etna di Cronache di Gusto

L’Etna non è solo un elemento geografico, ma un protagonista assoluto del territorio, della vita e del vino.

Vivere alle pendici dell’Etna significa convivere con una forza primordiale, imprevedibile e potente. Il vulcano più attivo d’Europa – “a Muntagna” come lo chiamano gli abitanti di questi splendidi luoghi –  è insieme minaccia e risorsa: erutta, brontola, ricopre i campi di cenere, ma dona anche un suolo straordinariamente fertile, ricco di minerali, capace di restituire al vino un’identità unica.

La vita… e la vite su “a Muntagna”

Qui, a quote che arrivano fino a mille metri, la viticoltura non è mai facile. È eroica, i vigneti si arrampicano su antichi terrazzamenti di pietra lavica, sfidando le pendenze e il clima mutevole. Le stagioni sono segnate da escursioni termiche importanti, che aiutano a conservare l’acidità e la freschezza nei grappoli. E ogni contrada come le chiamano qui, racconta una storia diversa, fatta di suolo, altitudine, esposizione e, naturalmente, cenere.

Il vino dell’Etna è figlio del vulcano. Lo si sente nei bianchi tesi e salini dal Carricante, nei rossi eleganti e vibranti da Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. È un vino che porta nel calice il respiro della montagna, la memoria della lava e il carattere indomito di chi la coltiva.

Un palcoscenico d’eccezione

La terrazza del DonnaE Bistrot, il ristorante dell’elegante Elisabeth Unique Hotel Roma, ha offerto un’atmosfera rilassante che ha fatto da perfetta cornice al racconto del vulcano Etna, protagonista assoluto della guida. Qui, davanti a un pubblico curioso e appassionato, sono state presentate le etichette selezionate con cura, ciascuna portatrice di una storia legata alla forza e alla bellezza del vulcano siciliano.

Ad accompagnare la presentazione, un viaggio gastronomico orchestrato dall’Executive Chef Riccardo Pepe, che ha deliziato i presenti con una serie di sfizi in degustazione. Ogni assaggio è stato pensato per esaltare le caratteristiche uniche dei vini dell’Etna, creando un connubio perfetto tra la potenza della natura e la creatività culinaria.

La voce del Vulcano: Federico Latteri

Durante l’evento, Federico Latteri ha saputo accendere l’interesse degli ospiti con un racconto appassionato e ricco di sfumature. Con competenza e sensibilità, ha guidato i presenti in un vero e proprio viaggio sensoriale lungo i versanti dell’Etna, partendo dall’intensa mineralità delle terre orientali fino ad arrivare alla finezza e alla freschezza che caratterizzano le alture del versante nord.

Ogni tappa di questo percorso ha rivelato l’anima di un territorio in continua evoluzione, dove la viticoltura si intreccia con la storia, la geologia e il coraggio di chi coltiva la vite sulle pendici del vulcano.

Lattieri ha sottolineato come il fenomeno della viticoltura etnea stia vivendo una vera e propria età dell’oro: se nel 2016 le aziende recensite erano una cinquantina, oggi se ne contano ben 129, con oltre 400 vini degustati. Numeri che parlano di una crescita costante e di un entusiasmo contagioso.

“L’Etna non è solo un territorio: è un linguaggio da interpretare. Ogni contrada racconta una storia diversa, e il vino ne è la voce più autentica.” ricorda Federico Lattieri.

La Guida ai Vini dell’Etna di Cronache di Gusto include un’ampia sezione introduttiva dedicata all’Etna, ai suoi versanti e alle sue 133 contrade: le famose Menzioni Geografiche Aggiuntive, riconosciute ufficialmente e riportate anche in etichetta. Un mosaico di microterritori, ognuno con la propria voce, che contribuisce a rendere i vini dell’Etna così affascinanti e irripetibili.

I vini dell’Etna in degustazione

  • Etna spumante DOC metodo classico “Apum” 48 mesi — Cantine di Nessuno
  • Etna Spumante Sosta Tre Santi Brut 2020 – Nicosia
  • Etna Bianco Superiore Imbris 2021 – I Custodi delle Vigne dell’Etna
  • Etna Bianco Superiore Aurora 2024 – I Vigneri
  • Etna Bianco 2023 – Alta Mora
  • Etna Bianco 2022 – Tenute dei Ciclopi
  • Etna Bianco 2022 – Tenute Bosco
  • Etna Rosso Passorosso 2022 – Passopisciaro
  • Etna Rosso Rampante 2022 – Pietradolce
  • Etna Rosso  Contrada Santo Spirito 2021 – Palmento Costanzo
  • Etna Rosso Pietrarizzo 2021 – Tornatore

Buona performance anche dei vini presentati dal collega di redazione di 20Italie Adriano Romano

  • Etna Bianco Superiore DOC Contrada Salice Lindo – Cantine Iuppa
  • Etna Bianco Superiore DOC Contrada Salice Lavi – Cantine Iuppa
  • Etna Rosato Contrada Salice Ata 2024 — Cantine Iuppa

Un evento che lascia il segno

La presentazione della 9ª edizione della “Guida ai Vini dell’Etna 2025” non è stata solo un’occasione per celebrare il vino, ma anche un momento di incontro e condivisione per gli amanti del buon gusto e della cultura enologica. L’evento ha saputo raccontare la storia di un territorio che, con la sua forza vulcanica e il suo fascino intramontabile, continua a scrivere pagine di eccellenza nel panorama vitivinicolo italiano. Un brindisi agli organizzatori e ai protagonisti di questa serata indimenticabile, che hanno saputo trasformare un semplice evento in una bella esperienza.

A Napoli arrivano le diverse anime di Panzano nel Chianti Classico di Vecchie Terre di Montefili

Il Chianti Classico non termina mai di stupire. Quando sembra aver raccontato tutto, riesce a distinguersi proponendo nuove sfaccettature in un’unica macrozona, più che sottozona, come Panzano. Da un lato i vini della cosiddetta “Conca d’Oro”, volumici e strutturati; dall’altro quelli del lato nord, che guarda verso le alture di Lamole altro territorio sublime per il Sangiovese. Quando le colline si inerpicano ecco comparire quella traccia di galestro che dona longevità e mordenza alla parte tannica.

Il risultato, come nei vini di Vecchie Terre di Montefili, è dato dalla sapiente pazienza nell’aspettare che tutte le componenti quadrino per il giusto. L’arancia sanguinella dà quel tocco di acidità appetitosa, cui seguono inevitabilmente spezie scure e nuance ferruginose, specie con il riposo ulteriore in bottiglia.

Serena Gusmeri, agronoma ed enologa, ha imparato a conoscere da vicino l’uva principe della Toscana, partendo da una posizione privilegiata: quella di chi non ha nulla da perdere e non ha preconcetti di sorta su stile e tipologie, provenendo da una lunga esperienza precedente con i bianchi ed i rossi tipici della Campania.

Quando parti da queste radici, con la voglia di sfidare l’ignoto e imparare il sangue tipico del Sangiovese nel Chianti Classico, cerchi di apprendere i trucchi del mestiere come una spugna ardente, davanti ad una pozza d’acqua. L’azienda nasce nel 1975 per la folle idea dell’imprenditore tessile Roccaldo Acuti che da Prato si innamorò di questo piccolo lembo di paradiso.

Nel 2015 il passaggio di mano prima della sua scomparsa e l’arrivo della Gusmeri in cantina. Dei circa 13 ettari ben 11 sono piantati a Sangiovese, tra cui la storica Vigna Anfiteatro dei primordi, che ha consentito una selezione massale genetica dalle piante madri. In essa non si accenna neppure lontanamente all’idea del guyot, mantenendo invece l’antica arte contadina del doppio capovolto alla toscana, tornato estremamente utile per dare ombreggiatura ai grappoli con il cambiamento climatico.

Gli inizi di Serena raccontano di sperimentazioni per piccole parcelle, per ascoltare le diverse anime del vitigno. Acquisita confidenza con esso si ritorna ad un concetto di blend da più appezzamenti e filari, per creare il perfetto “sound” in stile Chianti Classico. Vigne curate tra i 480 e i 540 metri, che pongono Vecchie Terre di Montefili come l’azienda più in alto dell’areale. Tre suoli interconnessi, tra pietraforte, meglio conosciuta come alberese, quarzi e il noto galestro. Studi sul microbioma da parte dei consulenti agronomi di Vitenova e tanta volontà di rispettare in toto le annate, sia nel bene che nel male, evitando stereotipi.

Al ristorante L’Ebbrezza di Teonilla di Napoli è andata in scena l’opera in verticale del racconto delle vintage di Vecchie Terre di Montefili, partendo dall’attuale 2021 in commercio e proseguendo in scia verso le 2019, 2017, 2016 e 2015.

In mezzo le proposte culinarie della brigata di cucina di Luca Di Leva, titolare del raffinato locale partenopeo. La parola ai calici, grazie a Lara Buscato di AB-Comunicazione.

Chianti Classico 2021 – sensazioni sugose e iodate con inserti di frutti di bosco (lampone) oltre visciola sotto spirito e petali di viola mammola. Finale sapido stuzzicante, gastronomico e ferruginoso, perfetto in abbinamento con pane e rau vegetale.

Chianti Classico 2019 – colore traslucido, gioca molto su agrumi rossi, chinotto e cuoio, miscelati con chiodi di garofano. Leggero nel centro bocca, tonico nel tannino ancora piccante. Termina su parti evolute in buona forma per essere apprezzate adesso. Incredibile il pairing con la triglia scottata con lardo e piselli, che sfata il tabù errato e anacronistico del non bere vino rosso con il pesce.

Chianti Classico 2017 – vintage che solo dopo anni riesce a dimostrare la sua vera natura. Vino caldo e accogliente, scuro e irsuto con ricordi di bosco in ogni fase. Carattere fumoso e succulento nelle spezie al sapore di pepe nero. Bene seppure interlocutorio il quinto quarto di manzo arrostito con ketchup di ciliege e misticanza all’agro.

Chianti Classico 2016 – sbaraglia i diretti concorrenti con levità e arancia sanguinella al meglio dello splendore. Floreale, delicato e persino ematico, dalla chiosa salmastra eterna, degno compagno del raviolo con genovese, pecorino bagnolese e vino rosso.

Chianti Classico 2015 – timido e ancora chiuso. Col tempo diviene masticabile e polveroso nelle sue nuance balsamiche-officinali. Quello che dimostra maggior legame con l’evoluzione e con una fase quasi calante nelle componenti terziarie di bocca. L’aromaticità e la morbidezza delle selezioni di formaggi a campani sono il colpo di scena finale di una serata memorabile.

Svelati i 10 Morellino di Scansano della III edizione di Morellino del Cuore

Dopo il successo delle due precedenti edizioni, torna per il terzo anno consecutivo Morellino del Cuore, progetto nato dalla collaborazione tra il Consorzio di Tutela Morellino di Scansano DOCG e i giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli, con l’obiettivo di raccontare e valorizzare una delle denominazioni più rappresentative della Toscana attraverso una selezione annuale di etichette scelte da esperti di settore.

Il 29 maggio 2025, nella sede del Consorzio a Scansano, si è riunita la giuria composta da sei noti giornalisti del vino, chiamati a degustare alla cieca 62 campioni inviati da 30 aziende associate.

Hanno composto la giuria Elena Erlicher di Civiltà del Bere, Carlo Macchi di Winesurf, Luciano Pignataro di Luciano Pignataro, Alessandra Piubello di Decanter e varie testate, Leonardo Romanelli di Il Gusto di Repubblica, Identità Golose e varie testate, Maurizio Valeriani di Vinodabere, chiamati per selezionare i 10 Morellino del Cuore 2025, suddivisi in quattro categorie: Annata, Riserva, Intermedio e Vecchia Annata.

Novità di questa nuova edizione è stata l’introduzione della nuova categoria “Vecchia Annata”, pensata per dare spazio a quei vini che, con lo scorrere del tempo in bottiglia, dimostrano la sorprendente capacità di evoluzione del Morellino di Scansano, a conferma della solidità e della versatilità della denominazione.


I 10 Morellino del Cuore 2025

Categoria Annata 

Cantina Vignaioli di Scansano Roggiano Bio 2023

Tenuta Agostinetto La Madonnina 2023

Poggio Argentiera Bellamarsilia 2023

Categoria Intermedio 

Provveditore Provveditore 2023

Le Rogaie Forteto 2022

Terenzi Purosangue 2022

Categoria Riserva 

Belguardo Bronzone 2021

Bruni Laire 2021

Roccapesta Roccapesta Riserva 2021

Categoria Vecchia Annata 

Fattoria di Magliano Heba 2006

Nei prossimi mesi, i Morellino del Cuore 2025 diventeranno protagonisti di tre appuntamenti speciali a Roma, Milano e Firenze, aperti sia alla stampa di settore che agli appassionati.

Serate dedicate alla conoscenza e alla degustazione guidata dei dieci vini selezionati, in abbinamento a piatti studiati per esaltarne le peculiarità, con la partecipazione dei produttori, del Consorzio e dei giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli. Un’occasione per raccontare il Morellino in modo diretto e coinvolgente, mettendo al centro qualità, identità e territorio.

Di seguito le parole del Presidente del Consorzio Bernardo Guicciardini Calamai.

Siamo estremamente soddisfatti di come si è svolta questa terza edizione di Morellino del Cuore. L’attenta selezione dei membri della giuria ha garantito un livello di competenza e professionalità ineccepibile, e i vini selezionati riflettono al meglio l’autenticità e le peculiarità del Morellino di Scansano.

Siamo felici di constatare una continua adesione da parte delle aziende, segno di un interesse sempre crescente e di un impegno costante nel valorizzare il nostro territorio.

Desidero esprimere un sentito ringraziamento a Roberta Perna e Antonio Stelli, ideatori e anima di Morellino del Cuore, per il loro impegno nel dare vita a questa manifestazione che continua a crescere anno dopo anno, e alla giuria per il prezioso lavoro svolto.”

Morellino di Scansano Docg

Il Morellino di Scansano, divenuto un vino a DOCG a partire dalla vendemmia 2007, viene prodotto in tutto il Comune di Scansano e parte dei Comuni di Campagnatico, Grosseto, Magliano in Toscana, Manciano, Roccalbegna e Semproniano. Gli ettari di vigneti rivendicati sono circa 1500, di cui il 35% in conduzione biologica certificata. Da disciplinare può contenere un minimo di 85% di uve sangiovese ed un massimo di 15% di altre uve di vitigni a bacca nera consentiti nella Regione Toscana. 

Il Consorzio Tutela Morellino di Scansano è composto attualmente da 220 soci. 

Ufficio Stampa Morellino del Cuore

Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica e Studio Umami 

Roberta Perna – robertaperna.com – studioumami.com

Mail – Tel. 329.9293459

Piemonte: il Barolo di Ferdinando Principiano da Monteforte d’Alba

L’ultimo evento campano per Banca del Vino prima della pausa estiva si è svolto nei Campi Flegrei presso Cantine degli Astroni, anch’essa protagonista del progetto nato per valorizzare e conservare il patrimonio enologico italiano.

Cantina ospite: Ferdinando Principiano in Monforte d’Alba (CN), che ha fatto del territorio su cui opera un baluardo di biodiversità da difendere ed un luogo vocato esclusivamente alla produzione di vino.

La famiglia Principiano è radicata nelle Langhe, a cavallo tra Monforte e Serralunga, già da tre generazioni, ma è stato Ferdinando nel 1993 a decidere di non conferire più le uve prodotte bensì di vinificarle in proprio. Siamo al culmine del periodo in cui la parola Barolo tornava a risplendere ai quattro angoli del mondo grazie all’opera comunicativa di Marc De Grazia e alla “rivoluzione stilistica” dei Barolo Boys e Ferdinando, giovane enologo appena laureato, si pose nel solco di questi cambiamenti, prediligendo l’uso della barrique al posto dei legni grandi della tradizione.

Ci vorranno dieci anni per cambiare rotta, giunta ormai la consapevolezza e la convinzione che una buona parte del carattere del territorio veniva persa nel perseguire scelte agronomiche e di cantina poco rispettose dell’ambiente. Tra il 2003 e il 2006 dunque la conversione totale del lavoro di vigna con la scelta di eliminare ogni tipo di diserbante, pesticida ed erbicida; contemporaneamente il lavoro di cantina diventa meno interventista per salvaguardare e mantenere integro il frutto ottenuto in vigna.

“Vent’anni fa nelle Langhe non era così scontato operare questo genere di scelte”, commenta Niccolò Abbellonio, responsabile commerciale, che ha raccontato la storia della cantina e ci ha guidato a comprendere l’approccio di Ferdinando alla vinificazione attraverso i vini degustati. “Oggi non è più pensabile gestire la vigna come si faceva trenta o quaranta anni fa”.

Una consapevolezza che pone al centro il lavoro nei campi e lo studio continuo per ottenere alti livelli di eccellenza nella produzione di ogni singola etichetta.

Il primo campione in degustazione ne è la prova. Si tratta di un vero e proprio outsider rispetto al territorio tanto da non poterne rivendicare in etichetta il vitigno: un Timorasso vinificato in purezza in territorio di Alta Langa, a 750 mt slm, da una piccola vigna di appena 1,4 ettari, impiantata nel 2010.

Cinquemila bottiglie totali che escono al pubblico come Langhe bianco DOP. Degustiamo l’annata 2019. Ammalia sin dal colore oro lucente. Al naso si presenta evoluto, ricco e sfaccettato nei sentori idrocarburici che lasciano pian piano spazio alla marmellata cotogna, all’anice, alla caramella d’orzo, puntinati da sprazzi di miele d’acacia. Contiene la tipica sapidità del varietale all’interno di un corpo più snello e longilineo se comparato al parente prossimo nell’areale più noto dei Colli Tortonesi.

Il secondo calice in degustazione è la Barbera d’Alba “Laura” prodotta da un clone antico dagli acini e dai grappoli più piccoli, rese bassissime e ceppi di oltre trent’anni. Dodici filari in tutto, al fondo della vigna Ravera, che Ferdinando ha voluto preservare anziché sostituire con Nebbiolo. La produzione annuale si limita a circa cinquecento bottiglie, uno sforzo enorme dettato dalla volontà di continuare la vinificazione separata anziché confluire questi esigui quantitativi  nella barbera basica.

L’annata è la 2021, che si presenta ancora con evidenti riflessi violacei. Il naso ricorda confettura di gelso nero, fresia, alloro, cappero ed  erbe mediterrnee. Fresco e diretto il sorso, asciuga e lascia un retrogusto lievemente amaricante.

Continuiamo la degustazione con l’orizzontale dei tre Barolo prodotti dalla cantina: Barolo del Comune di Serralunga 2019, Barolo Ravera e Barolo Boscareto, questi ultimi due presentati nei millesimi 2019 e 2012.

Il Barolo del comune di Serralunga è un blend di due vigne, Boscareto e Neirano. Vinificato per la prima volta nel 2006, è prodotto in circa trentamila bottiglie l’anno e delle tre etichette è quella di approccio e bevibilità più immediata. Il frutto si evidenzia al primo impatto, per poi dettagliarsi in profondità – ma sempre in modo nitido e pulito – nei sentori di liquirizia e arancia essiccata, delicate sensazioni terrose che ricordano la radice di china. Il tannino, pur nella sua finezza, è evidente, sostenuto da vivida freschezza che sa di frutto croccante.

I due cru di Barolo rappresentano due anime completamente diverse, oltre a essere il risultato di un lungo percorso di studio in vigna e cantina. Prodotti entrambi in circa tremila bottiglie l’anno, si differenziano per l’invecchiamento che avviene in botti grandi di diversa età: per Ravera la sosta è di due anni per Boscareto si prolunga a tre a cui segue, per entrambe le etichette, un anno di affinamento in bottiglia.

Ravera nel comune di Monforte è una vigna di oltre ottant’anni vinificata a partire dal 1997. Si trova sul fronte di collina più meridionale della zona del Barolo, discende molto ripidamente ed è costituita da suoli prevalentemente sabbiosi. 100% clone Michet di Nebbiolo, il vino si presenta coerente nelle due diverse annate sia nel colore, che in entrambe i calici, seppur in gradazioni diverse, risulta più intenso e cupo sia nel carattere sferzante e vegetale che attraversa entrambe i vini.

Boscareto è una singola vigna di Serralunga, vinificata sin dal 1993 in purezza. Nella MGA omonima è ancora preservata una ricca biodiversità boschiva. Il Barolo di Principiano deriva da una selezione operata in vigna di cinque diversi appezzamenti ed è vinificato a raspo intero mediante pigiatura coi piedi, per conferire maggior carattere. Ancora giovanissima la 2019 evidenzia immediatamente il frutto, fragranze mediterranee, acqua di rose; risulta goloso al palato, snello nella beva e di trama tannica sottilissima, caratteristiche che lo accomunano anche alla 2012, coerente nell’evoluzione olfattiva rispetto alla versione più giovane , di tannino ormai lineare e compiuto e freschezza appagante, caratteristiche che richiamano continuamente il sorso.

Amarone in Capitale: un brindisi al grande rosso della Valpolicella nel cuore di Roma

In un periodo di grande incertezza per il mondo del vino, tra sfide climatiche, normative sempre più restrittive e un mercato in evoluzione, c’è ancora spazio – e bisogno – di celebrare le eccellenze che hanno fatto la storia dell’enologia italiana. È in questo spirito che si è svolto “Amarone in Capitale”, l’evento organizzato dal Consorzio Vini Valpolicella all’Acquario Romano, con l’obiettivo di riportare sotto i riflettori uno dei più grandi vini rossi del nostro Paese: l’Amarone della Valpolicella.

Non è un momento semplice per i produttori. Dalle nuove regole sulla circolazione stradale che di fatto penalizzano il consumo di alcol, al cambiamento climatico che mette a dura prova la viticoltura, fino alle direttive europee sempre più rigide: sembra quasi che si stia combattendo una guerra silenziosa contro il vino. A questo si aggiunge il cambiamento delle abitudini dei consumatori più orientati verso bianchi e rosati leggeri e immediati che rende difficile il lavoro delle regioni identificate per i rossi strutturati.

Eppure, proprio in mezzo a tali difficoltà, l’Amarone si rialza con orgoglio. “Abbiamo celebrato da poco i cento anni del Consorzio, ha ricordato il Presidente Christian Marchesini, ma l’Amarone è ancora più giovane. È un vino che ha saputo crescere, innovarsi e rappresentare il volto più raffinato e potente della nostra terra.”

Il disciplinare prevede e obbliga i consorziati ad utilizzare i vitigni Corvina, Corvinone e Rondinella, ai quali si possono aggiungere ulteriori uvaggi in minime percentuali. È sicuramente un vino complesso da produrre che richiede dispendio di tempo ed energie

L’evento “Amarone in Capitale” ha attirato centinaia di appassionati, operatori del settore e semplici curiosi, tutti uniti dalla voglia di conoscere – o riscoprire – un vino che non smette mai di emozionare. Nonostante qualche nostalgico rimpianto per le location delle passate edizioni, l’Acquario Romano ha saputo offrire un’atmosfera suggestiva, tra architetture di inizio Novecento e il calore delle degustazioni, che hanno portato a Roma un angolo di Valpolicella.

Qual è la tendenza? Nel rispetto delle tradizionali tecniche d’appassimento, si cerca sempre più la produzione di vini snelli e di agile bevuta. Sembra difficile da immaginare, ma l’Amarone contemporaneo tende ad essere un vino che conserva le sue caratteristiche in termini di struttura e complessità, con una tendenza al dinamismo evidenziando le doti di freschezza e balsamicità.

In degustazione, le espressioni più autentiche di questo grande rosso veneto, capaci di raccontare la pazienza dell’appassimento, la profondità delle vigne storiche e il carattere di una comunità che non vuole arrendersi alla logica del rapido consumo. Amarone, Ripasso, Valpolicella Superiore: nomi che evocano storia, territorio, ma anche resistenza culturale. Perché oggi bere un Amarone, con la sua struttura, i suoi tempi lunghi e la sua vocazione meditativa è anche un gesto che rifiuta l’omologazione e difende un patrimonio enologico fatto di tradizione, fatica e bellezza. Il messaggio lanciato da Roma è chiaro: l’Amarone non è solo un vino, è un simbolo. E in tempi difficili, i simboli servono più che mai.

A partire dalle 17.00, i banchi di assaggio hanno accolto visitatori italiani e internazionali offrendo una panoramica della denominazione Valpolicella attraverso i suoi protagonisti: Amarone, Valpolicella Classico, Ripasso, Recioto e Valpolicella DOC. Le etichette in degustazione, proposte dalle undici cantine – tra cui nomi noti come Zymè di Celestino Gaspari, Pasqua Vini, Domini Veneti e Secondo Marco, hanno raccontato con intensità e personalità il territorio che le ha generate.

Il momento clou della serata è stato la “Masterclass Amarone della Valpolicella Riserva”:

Tempo e idee che plasmano l’eccellenza”, curata da AIS Lazio. Un viaggio tecnico e sensoriale nella riserva del grande Rosso, espressione estrema di equilibrio tra tempo, visione e territorio. I produttori presenti hanno condiviso esperienze, sfide e intuizioni che hanno contribuito a elevare lo stile dell’Amarone a un livello internazionale.

Apertura da parte di Alberto Brunelli che ha sottolineato le parole del Presidente introducendo poi la bravissima relatrice AIS Manuela Di Palma che ha descritto in modo magistrale i quattro campioni in degustazione:

  • Flatio Amarone della Valpolicella Riserva Mario 2015
  • Rubinelli Vajol Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Zyme Amarone della Valpolicella Riserva 2011
  • Secondo Marco Amarone della Valpolicella Riserva Fumetto ’08 2008

Un connubio d’eccellenza ha accompagnato la degustazione: Parmigiano Reggiano DOP, partner ufficiale dell’iniziativa, ha offerto un perfetto abbinamento gustativo, esaltando le caratteristiche organolettiche dei vini in assaggio.

Anche qui quattro campioni di assaggio con altrettante stagionature, iniziando dal Parmigiano Reggiano stagionato per 24 mesi, poi 36, 48 e infine… 80 mesi! “Amarone in Capitale” ha confermato la capacità del Consorzio Vini Valpolicella di parlare a un pubblico ampio, coniugando divulgazione, qualità e intrattenimento nel cuore pulsante della Città Eterna.