Vinifera 2025: nuova linfa vitale al format ormai inflazionato delle fiere enogastronomiche

Vinifera è un evento organizzato da Associazione Centrifuga, nata a Rovereto nel 2017 come strumento di ricerca, supporto e valorizzazione dello sviluppo sociale e culturale del territorio alpino, con particolare attenzione alla produzione sostenibile in campo agricolo e al consumo responsabile. Leggendo la citazione per le vie brevi, non si potrebbe neppure immaginare quale prezioso tesoro nasconda il lavoro infaticabile dei suoi protagonisti.

Organizzare una manifestazione con la presenza di tutti i produttori in prima persona e valorizzare la formula del mercato – afferma Manuela Barrasso presidente dell’Associazione Centrifuga che organizza l’evento – significa favorire l’incontro e il confronto diretto tra chi produce e chi consuma, il quale ha il diritto di sapere e il dovere di informarsi da chi, dove e come sono stati prodotti gli alimenti che sta acquistando“.

Nel verbo “acquistare”, pronunciato dalla Presidente Barrasso, risiede la nuova linfa vitale per il settore fieristico enogastronomico, che non sta sfuggendo alla crisi complessiva del comparto. In realtà Vinifera non è l’unico evento in Italia a permettere l’acquisto in loco dei prodotti assaggiati dagli avventori. Fondamentale non soltanto per consentire una sorta di piccolo recupero delle spese profuse dalle aziende partecipanti, quanto piuttosto per un rapporto immediato e diretto tra consumatore e rappresentante di filiera. In ulteriore specificazione bisognerebbe poi separare, nelle considerazioni, il settore vino da quello del food e dei prodotti artigianali, che camminano su percorsi paralleli, ma molto diversi tra di loro.

Il filo rosso di Arianna è stato proprio la volontà ferrea di comunicare un intero comparto merceologico, quello del mercato alpino e transalpino, con inserimento di graditi ospiti come una selezione di produttori delle isole minori del Mediterraneo, presenti con i loro vini ai banchi  dopo aver attraversato i mari di Pantelleria, Capraia, Ischia, Isola del Giglio, Ustica, Isola d’Elba, Salina ed uno spazio interamente dedicato ai sidri grazie alla collaborazione con APAS – Associazione Pommelier e Assaggiatori di Sidro – e una selezione di birrifici agricoli.

In collaborazione invece con Slow Food Trentino è stato possibile assaggiare salumi, formaggi, confetture e altri prodotti tipici a chilometro zero, comprese le diverse sfumature che offrono i mieli alpini ed un’ampia sezione dedicata ai grani antichi e allo scambio semi, realizzata in sinergia con Coltivare Condividendo e con Rete Semi Rurali. “Il vino è un prodotto della terra, prima che un bene di consumo” – prosegue Manuela Barrasso – “in questa edizione abbiamo quindi scelto di mettere in risalto questo legame primario, dando spazio e visibilità anche agli altri coltivatori della terra, e a chi, nonostante tutto, continua a prendersene cura in maniera rispettosa“.

Nei padiglioni interni ed esterni di TrentoExpo, location accogliente nel capoluogo tridentino, oltre alla possibilità di assaggiare le specialità culinarie preparate dagli artigiani del gusto è stata garantita la partecipazione a masterclass enologiche ed a laboratori didattici promossi dai produttori stessi. Infine, musica, artigianato, un’esposizione fotografica a cura dell’Associazione Fotosintesi Avellana e lo splendido salottino di Baba Associazione Culturale. L’elenco completo dei produttori partecipanti è visionabile al link Mostra Mercato 2025 – Vinifera

La modalità interdisciplinare con cui si è rapportata la seconda edizione di Vinifera, nelle giornate del 22 e 23 marzo 2025, ha rappresentato essa stessa il segreto del suo successo, con l’augurio che possa replicarsi in futuro nell’ottica della cultura del cibo e del vino per gli appassionati e i professionisti del settore. Non poteva mancare, vista la nostra naturale inclinazione verso il mondo del vino, una carrellata di etichette che hanno colto l’attenzione per eleganza, stile e carattere.

Garlider A Velturno, poco sopra Chiusa, si trova l’Azienda vinicola Garlider, che gode di una vista magnifica sulla Valle Isarco e sull’imponente mondo alpino. Christian Kerschbaumer gestisce qui con i suoi genitori, la moglie Veronika ed i figli Anna, Elisa, Philipp e Manuela l’Azienda vinicola Garlider, producendo, su una superficie vitata di 4 ettari, cinque bianchi eccellenti oltre all’unico pinot nero di tutta la Valle Isarco. Nella regione vitivinicola più a nord d’Italia, sono circa 250 gli ettari coltivati a vite, i vini bianchi fanno la parte del leone, mentre fino al 1950 l’80% delle uve coltivate erano a bacca rossa.

Le estati calde vengono spesso accompagnate da condizioni notturne più fresche e ventilate, a volte non agevoli per le maturazioni, motivo per cui i vini di quest’areale hanno sempre nuance delicate e un’impronta minerale energica, quasi tagliente, con poca pomposità nella fase gustativa. Christian lavora col minor intervento possibile in cantina, privilegiando far esprimere al meglio le caratteristiche del varietale anche tramite lunghe soste in bottiglia. Il Müller Thurgau 2021 è ricco di scie fruttate fini e coinvolgenti, dalla mela golden ai richiami di litchi, per chiudere verso erbe officinali e iodio marino.

Nell’ottica dei vitigni autoctoni ereditati dalla dominazione asburgica, il Grüner Veltliner 2021 è polposo e tropicale, tra ananas maturo e mango, mentre il Sylvaner 2021 dimostra tutta la sua gioventù restando fermo su note citrine molto toniche, che evolvono nella selezione “Y” 2019 verso agrumi mediterranei, balsamicità e chiosa sapida lunghissima.

Azienda Agricola Ronco Daniele i suoi antenati coltivavano l’ulivo nel 1800 tra le colline nell’alta Valle Arroscia, nel comune di Ranzo e nell’alta Val Lerrone, più precisamente nel comune di Casanova Lerrone, estremo lembo occidentale della Liguria. Il frantoio andò perduto a causa dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Nei primi anni del Novecento, insieme ai numerosi ulivi, la famiglia iniziò a coltivare per uso personale una piccola vigna nei pressi di Ranzo, si trattava di un vitigno autoctono: il Pigato, che dal 2012 Daniele ha recuperato con amore su declivi esposti al Sud, paralleli al mare.

Dalla piovosa e altalenante 2024 ne emerge un Pigato pieno di polpa matura e calore, accompagnato dalle classiche sensazioni officinali, forse più presenti nella 2023 ma non con la stessa profondità d’assaggio. Eccellente il cru “Rosetum” 2023 al limite del salmastro, che sviluppa essenze idrocarburiche nella torrida 2022.

Interessante, infine, la Granaccia, per molti vista come il futuro dell’areale dati gli attuali cambiamenti climatici e che Ronco lavora solo in acciaio e vetro, al fine di non appesantire il frutto delicato al sapore di fragola e ciliegia matura della 2023, dotata però di maggiore complessità e freschezza in versione 2022.

La cantina Klinger Pilati, sulle colline di Pressano (TN) è circaondata da ettari di vigneti, rinomata per la coltivazione del Gewürztraminer. Nel 1921 il bisnonno Luigi Pilati acquistò Maso Clinga, appena sopra il paese, un maso fondato nel lontano 1500 dalla famiglia tedesca Klinger, nelle vicinanze delle miniere d’argento, che, per secoli, hanno caratterizzato l’area con il risuonare dei picconi (in tedesco risuonare si dice “klingen”, da cui, forse, il nome).

Oggi la famiglia possiede una piccola porzione di vigneti, disposti in questa terra storicamente apprezzata per composizione geologica, esposizione, ventilazione ed altitudine, e nei masi limitrofi, con un’altitudine che va dai 350 ai 500 mslm. Dal 2018 papà Felice, i figli Enzo, Lorena e Umberto, proseguono la tradizione viticola come Klinger Winery. Ma è dalle vigne storiche di Nosiola del 1925 che la famiglia Pilati riesce ad esprimere il grande potenziale del territorio in cui risiedono. Una varietà che ha vissuto momenti di entusiasmo, seguiti da altrettanti opachi, al limite del dimenticatoio. E dire che è l’uva cardine dell’antichissimo Vino Santo, dolce perla enologica trentina di infinita bellezza, ormai scomparsa dai radar della stampa di settore.

La Nosiola 2022 di Klinger Pilati è semplicemente pazzesca, con le sfumature gessose e golose che rimandano ad alcune espressioni magnifiche di Riesling tedeschi, con la differenza del finale quasi mieloso e floreale meglio aderente ai canoni della Nosiola. Note che si esaltano ulteriormente nella 2018 con inserimenti di cedro e arancia candita. Bene anche lo Chardonnay 2021 e il Gewürztraminer 2022 proposti in chiave moderna con breve passaggio in legno e, nel caso del secondo campione, con un residuo zuccherino inferiore ai 3 g/l che non inficia la personalità tropicale del vino.

Reyter ha sede nell’ultima isola di Lagrein rimasta nel quartiere Gries della città di Bolzano. La naturale base dei suoi vini è il particolare terreno alluvionale porfirico e morenico dei fiumi Talvera e Isarco. Rinunciano ad ogni tipo di fertilizzante, provvedendo ad un’attiva biodiversità con semine mirate, cosa che permette ai terreni di diventare autosufficienti.

La difesa del Lagrein e della Schiava è la forza di Reyter, che li presenta entrambi in uno stile misurato, mai ingombrante. Lakrez 2020, rosato 100% Lagrein, da vigne d’età fino a 60 anni, resta 20 ore a contatto con le bucce, con il tipico timbro di piccoli frutti di bosco e petali di violetta.

Straordinario lo Chardonnay 2022 in tonneau, tra sensazioni marine e affumicature da renderlo paragonabile ad alcuni grandi Vin de Reserve francesi. Termina il giro la Schiava 2018 da cloni differenti, ricca di verve agrumata e officinale. Succosa, immediata, gastronomica, tutto ciò che si desidera da una delle regine dell’Alto Adige.

Agricola MoS – dal 2018 Luca Moser e il cugino agronomo Federico iniziano l’attività di vitivinicoltori in Val di Cembra partendo da 6 varietà (Chardonnay, Riesling renano, Schiava, Müller Thurgau, Pinot Grigio e Pinot Nero) in 6 diversi appezzamenti tra Zambana e Lisignano per un totale di appena 1,5 ettari. Tra i terrazzamenti con muretti a secco patrimonio Unesco, se ne contano ben 700 chilometri, la vita del vigneron cembrano non è semplice, ma Luca e Federico riescono ad offrire prodotti di personalità.

Come l’appetitoso Tesadro 2023 da Chardonnay in purezza e sosta in legni nuovi e usati, con evidenzia di frutta secca, toni speziati e finale burroso o il Riesling (Renano) 2023, stuzzicante nelle sue vene d’arancia gialla e mela verde. Tripudio per il Pinot Nero 2023, da tre cloni diversi ed un passaggio per appena il 10% della massa in barrique. Ad un passo immaginario da Pommard, per la palpitazione tannica evidente e invitante, compresa la parte ferrosa di fine bocca.

L’azienda Colombo Sormani nasce da Lorenzo Colombo e Andrea Sormani, originari di Lecco, che hanno abbandonato le loro carriere per inseguire la passione per il vino. Lorenzo, ex elettricista, e Andrea, ex metalmeccanico, hanno iniziato la loro avventura nel mondo vinicolo nel garage, acquistando uve locali. 

Oggi si estende su circa 2 ettari e produce tre etichette. L’intero processo produttivo è improntato sull’agricoltura biologica, con un forte rispetto per la natura e il territorio della Valtellina. Il Rosso della Valtellina 2022 “Risc” è molto agile alla beva, giocando su visciole mature, humus, noce moscata e chiodi di garofano.

Il Valtellina Superiore Docg 2021 “Puntesel” è buono e moderno, con tipica affumicatura e ricordi boschivi del Nebbiolo (Chiavennasca) di queste terre. In edizione anche la loro prima annata de Valtellina Superiore Docg sottozona Sassella 2021 semplicemente unica per il carattere da amarene sotto spirito, spezie dolci, foglie di ribes ed eucalipto e scie ematiche eterne.

Lavazza 1895 presenta il nuovo Specialty Coffee al Gran Caffè La Caffetteria di Napoli

In quale luogo, se non a Napoli, si può celebrare il rito del caffè?

Nella città che di questa bevanda ha fatto un vero e proprio culto, si è svolto il primo evento dedicato all’abbinamento tra caffè e cibo. A fare da sfondo lo storico Gran Caffè La Caffettiera di Piazza dei Martiri dove Guglielmo Campajola, patron del locale, Stefania Zecchi, coffelier e brand ambassador Lavazza 1895, e Gianluca D’Agostino, chef di Joca Restaurant, con la collaborazione di Tommaso Luongo, Presidente AIS Campania, hanno proposto un vero e proprio percorso sensoriale alla scoperta di un modo diverso di avvicinarsi al caffè, non solo nell’abbinamento al cibo, ma anche nelle tecniche di estrazione e servizio.

Una vera e propria scommessa vinta già sulla carta

“Non esiste il caffè napoletano, romano o milanese: il caffè è caffè”, ha esordito Guglielmo Campajola, “la qualificazione Espresso è solo una delle interpretazioni di questa bevanda. Dobbiamo imparare ad approcciarci al caffè con una curiosità ed un entusiasmo diversi a quella a cui siamo abituati”.

Protagonista il nuovo Specialty Coffee di Lavazza 1895: Sol de Yungas, caffè arabica monorigine proveniente da Yungas, in Bolivia, una foresta a 1600 metri sulle Ande, dove la coltivazione del prezioso chicco trova il suo habitat ideale.

Gli specialty coffee sono caffè di qualità eccellente sia per quanto concerne la scelta della materia prima sia nelle tecniche di lavorazione utilizzate lungo tutta la filiera, fino al consumatore finale. Il mercato a livello mondiale rappresenta solo il 5% della produzione di caffè, ma, ci spiega Stefania Zecchi, è una nicchia con un suo potenziale di crescita anche nel fine-dining, in un momento in cui l’attenzione ai danni causati da alcool e zucchero è a livelli di massima allerta.

La valorizzazione di un prodotto come Sol de Yungas avviene attraverso la scelta di  metodi di estrazione diversi da quelli a cui siamo tradizionalmente abituati. Si utilizza infatti la tecnica della percolazione, eseguita a freddo o a caldo, per ottenere una bevanda lunga, di corpo leggero, colore scarico e ricca in caffeina. D’altronde in origine il caffè – quello che secondo leggenda il pastore Kaldi scoprì in Etiopia nella notte dei tempi, osservando le sue capre eccitarsi dopo aver mangiato delle sgargianti bacche rosse – era verosimilmente consumato come una bevanda calda, che non in forma di espresso.

Gli abbinamenti con il caffè

Anche gli abbinamenti con il cibo non sono tra quelli canonici. Il caffè, ha spiegato Tommaso Luongo, non solo è privo di alcol ma presenta delle componenti aromatiche che gli permettono di essere abbinato per affinità a cibi che spesso non trovano un pairing ideale nel vino, come il carciofo, il radicchio o l’aceto. Anche il caffè, infatti, può essere descritto attraverso una ruota di oltre 1500 profili aromatici, che per immediatezza e comodità Lavazza ha ristretto a sei macro-famiglie: frutti dolci, agrumi, erbe e spezie, cioccolato, frutta secca, fiori.

La prima proposta di food – Tentazione mediterranea a base di melanzane con glassa al cioccolato – ha affiancato Sol de Yungas ottenuto in cold brew, da estrazione a freddo.

Questa tecnica prevede l’utilizzo di acqua fredda microfiltrata che, scorrendo goccia a goccia attraverso un rubinetto sul caffè macinato grossolanamente e posto all’interno di un filtro, permette di ottenere dopo circa sei ore, la bevanda.

Al naso e al palato si percepiscono immediatamente frutti di bosco; sentori agrumati invece arrivano in retrolfazione, dopo la deglutizione.  Il boccone di melanzana – disidratata, arrostita, cotta in acqua di pomodoro e glassata con cioccolato fondente 70% e un pizzico di peperoncino –  esalta la tostatura e a sua volta viene esaltato nella vena lievemente piccante.

Estrazione a caldo invece per le successive proposte dello chef D’Agostino. Per questa tecnica si utilizza il chemex, una caraffa in vetro con collo stretto rivestito da un anello in legno, brevettata negli anni ‘40 da un chimico tedesco e conservata anche al MoMA di NY. Il caffè macinato grossolanamente viene  posto in un filtro sulla bocca della caraffa e, con movimenti precisi, irrorato con acqua a 97°. L’estrazione dura circa tre minuti e serve ad aprire aromaticamente la bevanda. In questa seconda preparazione a spiccare sono gli aromi agrumati e le lievi nuance di ribes. Servito in calici da vino, è stato abbinato a due diversi finger food: il cuor di carciofo con neve di ricotta e il radicchio in sinfonia agrodolce.

In abbinamento al carciofo cotto a bassa temperatura, successivamente arrostito e glassato in un liquido ottenuto con le parti di scarto, si amplificavano le note amaricanti della bevanda e del piatto. Più equilibrato l’abbinamento con il radicchio, grazie alla glassatura in aceto, foglie di pepe rosa, dragoncello e arancio candito che hanno permesso nuovamente alla vena agrumata del caffè di emergere.

Il percorso è terminato con una nuova versione di Sol de Yungas, e un abbinamento indiscutibilmente più canonico. Per il cocktail Sol de Yungas, il caffè è stato messo in infusione per una notte. Eliminata la parte solida, il liquido ottenuto è stato miscelato con liquore al caffè, rum scuro invecchiato, sciroppo d’acero, gocce di bitter al cioccolato. L’abbinamento con una savarin con crema al caffè e zest di mandarino, scodellino al cioccolato con crema al caffè e amaretto, cioccolatino caffettiera ha incontrato i gusti dei palati più tradizionali.

“Una delle ironie del caffè”, ha scritto Mark Pendergrast, autore di Uncommon Grounds: the history of coffee, “è che fa pensare. Tende a creare luoghi egualitari, i bar dove le persone possano ritrovarsi, cosicché la rivoluzione francese e la rivoluzione americana furono organizzate nei caffè”.

Che l’approccio a un modo così diverso di bere il caffè proposto a La Caffettiera sia l’inizio di una rivoluzione proprio nella città che dell’espresso ha fatto il suo culto?

GRAN CAFFE’ LA CAFFETTERIA

Piazza dei Martiri, 26

80121 Napoli

Monserrato 1973: vini nati tra i monti del Sannio

Il Monte Serrato è una vasta e dolce collina, esposta a mezzogiorno, che sorge nel territorio del Comune di Benevento in località “La Francesca”. Chiunque percorra la strada che dal capoluogo sannita conduce ai luoghi natali di San Pio, a Pietrelcina, non può fare a meno di notarne l’ampiezza e la vocazione olivicola e viticola.

Deve essere stata la sua vista ad ispirare il compianto Francesco Zecchina, imprenditore edile mantovano, partigiano del C.L.N. virgiliano, trapiantato a Napoli sin dai primi anni ’50, che decide di acquistarne nel 1973 una consistente porzione. Il Cavaliere del lavoro Zecchina vi trova un’arida pietraia e un vecchio rudere abbandonato ma, con l’aiuto del giovanissimo e fidato Peppino Bibbò, dopo pochi mesi e molte tonnellate di pietrame rimosso, fonda l’azienda agricola Fattoria Monserrato.

In epoca la zona era massivamente dedita alla coltivazione del rinomato tabacco “riccio beneventano” di cui Fattoria Monserrato, per i primi decenni ne fu qualificata interprete. Poi a fine anni ‘90 la svolta, ispirata dalla antica passione di Francesco Zecchina per i vini di qualità, di affiancare ai 6 ettari di olivi anche l’allevamento della vite. Oggi Monserrato 1973 è una solida e variegata realtà di oltre 50 ettari, tutti condotti in regime biologico, amministrata da Lucio Murena, nipote di Francesco, subentrato nel 2018 alla gestione di sua mamma Paola Zecchina.

Alla varietà autoctona Ortice è riservata una parte dell’oliveto dalla quale si estrarre un olio extravergine di oliva da monocultivar, tutto giocato su marcatori olfattivi tipici e gusto piccante ed amaro, mentre il Satanasso è l’EVO blend della casa a base Pampagliosa, Itrana, Frantoiana e Racioppella. La vigna aziendale, invece, si estende per 14 ettari lasciando tutto il residuo spazio seminativo alle colture annuali cerealicole, leguminose e foraggere tutte prodotte in regime di rotazione annuale biologica.

Due i principali vitigni prescelti, rigorosamente appartenenti alla tradizione beneventana: la Falanghina per la bacca bianca e la Camaiola per quella rossa. A questi si aggiungono Merlot, Piedirosso e Fiano non potendo mancare, infine, l’Aglianico, portabandiera sannita tra le uve rosse. Prima vendemmia e vinificazione nel 2000 col nome Fattoria Monserrato; poi 2018 la svolta verso l’alta gamma sia per i protocolli di campo e in cantina sia per le scelte distributive e di target delle etichette prodotte, con il nuovo, attuale nome di Monserrato 1973.

Nuovi impianti in cantina con il prevalente uso di anfore di argilla a cui si affianca la piccola bottaia di pochissime barrique ed un solo tonneau (solo per l’Aglianico) per i protocolli di fermentazione, affinamento e maturazione dei vini, redatti e controllati dall’enologo consulente Fortunato Sebastiano.

Tre i vini assaggiati per 20Italie, i cui nomi in etichetta intrecciano l’antropologia fiabesca dei luoghi, ovvero la leggenda delle streghe di Benevento.

L’abbrivio iniziale spetta al “Levata” IGP Campania, evocativo della fuga – a gambe levate – delle streghe all’alba, dopo una intera notte di danze attorno al noce beneventano. Prodotto con sole uve Falanghina parte delle quali restano alcuni giorni in anfora a contatto con le bucce con successivo stazionamento sulle polveri fini per alcuni mesi. Circostanza, quest’ultima, ravvisata nel calice dalla trama di colore paglierino fitto ed intenso che vira nettamente al dorato. Apre al palato la sua prorompente tensione acida rincorsa dalle caratterizzanti note sapide. Gli aromi di retronaso confermano ed esaltano i profumi avvertiti di fiori ginestra e frutta croccante a pasta gialla, in primis melone cantalupo. Chiude in media lunghezza con affioranti note agrumate e lontani, soffusi sbuffi vanigliati.  

L’uvaggio della IGT Campania “Murate di Sopra” 2022, si avvale dell’apporto di uve Fiano con cui i grappoli di Falanghina condividono il blend alla pari. Un terzo delle masse fermenta e affina in barrique per sei mesi mentre il resto della selezione fermenta in acciaio con pari tempistica. La livrea di Murate di Sopra risente dello scambio osmotico con il legno presentandosi in una elegante aura dorata con l’orlo del calice a proiettare una leggerissima luce smeraldina. Ampio l’olfatto non si nega ai marcatori varietali di frutta esotica matura e fieno secco ma evolve verso gli erbaggi aromatici di aneto e timo. Ancora una volta sferzante e fresca la tensione del primo sorso mentre il centro bocca, succoso e fine allo stesso tempo, apre agli agrumi dolci di cedro e bergamotto. L’imprinting finale è terra di conquista del sapido corredo minerale che conferisce lungo ricordo al sorso.

Per chi non volesse credere alla particolare predilezione per l’uva Camaiola da parte della Maison beneventana osservi bene l’etichetta… “urlata” della IGP Campania Barbera 2022, che, una volta ancora, evoca le gesta delle fattucchiere sannite le cui grida propiziatorie procuravano fatture e malocchi ai malcapitati. In cantina il vino osserva un protocollo scarno e rispettoso della natura della materia prima: soli 5 giorni di contatto con le bucce durante la fermentazione in acciaio e poi il lungo riposo in anfora prima dell’imbottigliamento. Allo stesso modo del nero dei cappelli conici a falde delle streghe, così il calice si tinge di un impenetrabile e vivace materia pigmentale, dal fitto colore rubino. Frutta e ancora frutta è il regalo olfattivo che fuoriesce dal bevante: mirtilli, gelso nero, more, ribes nero e ramassin (la piccola susina piemontese) ultramaturo a farla da padrone, salvo concedere agli aromi di retronaso l’onore di presenza con percezioni di macchia mediterranea e distanti aliti balsamici.

Tannini ben gestiti, senza graffio e spalla acida invidiabile fanno da contraltare alla morbidezza – mai zuccherina – che rende il sorso denso e appagante per un vino la cui schiettezza favorisce un pairing con gastronomia semplice, tradizionale e di elevata genuinità: un esempio? La “scarpella” di Castelvenere.

Le Masterclass straordinarie di Summa 2025

“Attraversare terre lontane è come sfogliare le pagine di un libro infinito, dove l’anima ritrova la sua voce.” È con questo spirito che ho vissuto la SUMMA 2025 non solo come cronista, ma come viaggiatore del gusto e dell’emozione. Il collega Adriano Guerri ha descritto minuziosamente l’evento nel precedente articolo Alois Lageder e l’idea di Summa: la somma delle eccellenze vitivinicole. In un giorno di sole radioso, tra le stradine curate di Magrè, in Alto Adige, ogni istante è stato un sorso di bellezza. Accolto con calore dallo staff della Tenuta Alois Lageder, e con il sorriso sincero di Ylenia Steiner, ho riscoperto il senso più autentico del raccontare: esserci, vivere, sentire.

La Cantina Lageder

La Cantina Alois Lageder, fondata nel 1823 a Magrè sulla Strada del Vino in Alto Adige, è una storica azienda vitivinicola a conduzione familiare, oggi guidata dalla sesta generazione della famiglia Lageder: Alois Clemens, Helena e Anna . Con una superficie vitata di 55 ettari coltivati secondo i principi dell’agricoltura biodinamica, la cantina collabora con circa 60 viticoltori partner che adottano metodi biologici o biodinamici .

L’architettura della cantina, progettata nel 1995, riflette l’approccio ecologico dell’azienda, con una struttura a basso consumo energetico costruita con materiali naturali come legno e pietra, e dotata di impianti fotovoltaici e sistemi di recupero del calore .

Oltre alla produzione vinicola, la Tenuta Alois Lageder si distingue per iniziative come il progetto “buoi nei vigneti”, che integra l’allevamento di animali nei cicli agricoli per promuovere un ecosistema sostenibile .

SUMMA non è solo un evento: è un’esperienza.

Anche quest’anno la manifestazione ha confermato il suo ruolo di riferimento nel mondo vinicolo internazionale. Dal 5 al 6 aprile 2025, oltre 2.400 visitatori da 44 Paesi – tra appassionati, sommelier, giornalisti e operatori – hanno popolato gli spazi della Tenuta Lageder. 112 produttori da 8 nazioni, tra cui Libano, Portogallo, Austria, Germania e Svizzera, hanno portato la loro visione, il loro terroir, la loro passione.

Grandi nomi, grandi vini, grandi storie. Ve ne racconterò alcune vissute nelle memorabili Masterclass. Tra i protagonisti: Château Musar, Dr. Bürklin-Wolf, Franz Keller, Tement, Cà La Bionda, Tenuta delle Terre Nere e Giulia Negri. Ma anche realtà più piccole, che portano nel calice un racconto intimo e coraggioso.

Due le verticali imperdibili

Iconic Wine – 10 anni dopo: Barolo Marassio 2015–2020, Giulia Negri (Serradenari)

Dalla vigna più alta del Barolo, a Serradenari,

Nella zona più alta del Barolo con una altitudine che va dai 420 ai 546 metri sul mare, Serradenari è una azienda di 6 ettari vitati immersa tra 12 ettari di boschi, con una biodiversità unica. Altitudine ed escursioni termiche, insieme alla natura che circonda i vigneti, caratterizzano vini contraddistinti da eleganza e freschezza. Da Marassio, il vigneto più in alto un racconto in sei annate dove l’eleganza dell’altitudine incontra la potenza della materia.

· Barolo Marassio 2015

Fresco, intenso e balsamico, si presenta diretto e verticale. Nonostante l’evoluzione, mantiene una straordinaria giovinezza, con un profilo teso e vibrante.

· Barolo Marassio 2016

Grande freschezza, dominata da frutti rossi croccanti. La trama è fine, con una sensazione polverosa e un’ottima ricchezza estrattiva. Emergono eleganti sfumature balsamiche e accenni mentolati.

· Barolo Marassio 2017

La freschezza sostiene una beva agile e piacevole. Al naso e al palato si intrecciano note minerali e speziate, con un frutto più maturo e intenso rispetto alle annate precedenti.

· Barolo Marassio 2018

Oltre alla consueta freschezza, si percepiscono maggiore concentrazione e struttura. I tannini, presenti ma finemente setosi, avvolgono aromi di frutti rossi di sottobosco.

· Barolo Marassio 2019

Un’espressione di grande eleganza e struttura, in cui il frutto è accompagnato da note complesse di china e agrumi maturi, come il chinotto. In chiusura, emergono lievi sfumature vegetali.

· Barolo Marassio 2020

Il tannino è ancora ben presente, ma integrato. Il profilo è arricchito da fresche note vegetali ed erbacee, con una beva viva e dinamica che si conclude con un finale leggermente sapido e amaricante.

25 anni di Château Musar – con Marc Hochar

Ci troviamo in Libano nella valle della Bekaa. È una lunga pianura che si estende da nord a sud tra due catene montuose: il Monte Libano a ovest e l’Anti-Libano a est, al confine con la Siria. Qui si trovano alcune delle più antiche aziende vinicole della regione, come Château Musar e grazie al suo clima mediterraneo, con estati calde e secche e inverni freschi, la Bekaa è ideale per la coltivazione di uva di qualità.

Château Musar Rosso, simbolo della Valle della Bekaa (Libano).

Un blend raffinato di Cabernet Sauvignon, Cinsault e Carignano, proveniente da vigneti di 40 anni su suoli ghiaiosi e calcarei. Fermentazione spontanea, affinamento in rovere e cemento, e lunghissimo invecchiamento in bottiglia: un vino ispirato ai grandi Bordeaux, ma con anima mediorientale. Potenza, mineralità, note di frutta, spezie, cuoio e accenti balsamici. Note positive ma anche una leggermente negativa visto che in generale sono vini che non si esprimono in lunghezza, chiudendo precocemente le sensazioni iniziali.

· Château Musar 2018

Fresco e vivace, con una discreta morbidezza che bilancia un corpo di buona struttura. Al naso e al palato emergono nitide sensazioni fruttate di ciliegia, mora e ribes.

· Château Musar 2015

Un vino ampio e complesso, ricco di sfumature speziate e aromatiche. Il frutto, più delicato, accompagna il sorso con eleganza, in un perfetto equilibrio tra intensità e finezza.

· Château Musar 2008

Espressione in cui si evidenziano le caratteristiche tipiche del Cabernet Sauvignon, arricchite da note di ciliegia matura e amarena. Fresco e morbido al tempo stesso, regala un sorso dinamico e avvolgente.

· Château Musar 2003

Dal colore rosso rubino intenso tendente al granato, rivela segni evidenti di evoluzione. L’ingresso è fresco, ma rapidamente lascia spazio a note terziarie di frutta rossa matura e confettura di prugne, in un profilo ampio e avvolgente.

· Château Musar 1999

Al naso si percepisce un calore avvolgente con note eteree e una leggera sfumatura volatile. In bocca è moderatamente fresco all’ingresso, per poi esprimere toni ricchi di confettura di ciliegie, cacao e accenti tostati. Il finale si chiude su eleganti note di prugna essiccata.

· Château Musar White 2010

Uno Chardonnay classico, dal profilo raffinato, con profumi di fiori dolci, mandorle e albicocche mature. Sul finale emerge una delicata nota di vaniglia che dona rotondità e charme.

La manifestazione ha rinnovato anche il suo spirito solidale, sostenendo la rivista di strada zebra., offrendo opportunità a persone in condizioni di marginalità. Un gesto concreto che dimostra come la cultura del vino possa tradursi in cultura dell’umanità.

La prossima edizione di SUMMA si terrà l’11 e 12 aprile 2026.

Segnatela già in agenda. Perché SUMMA non è solo una fiera: è un viaggio. E come ogni grande viaggio, lascia un segno.

Summa 2025 – Un brindisi tra le dolomiti.

“Attraversare terre lontane è come sfogliare le pagine di un libro infinito, dove l’anima ritrova la sua voce.” È qui che ho ritrovato il vero piacere di essere in un luogo non soltanto per poter raccontare un evento, ma per la vera gioia di esserci. Un giorno in cui ho assaporato ogni cosa che mi circondava, con gli occhi curiosi e gioiosi di un bambino che ormai tanto bimbo non è più.

Una fantastica giornata di sole che ha reso tutto ancora più bello, tra le stradine di un paesino tirolese in cui tutto è stato organizzato alla perfezione, l’accoglienza da parte dei collaboratori di Alois Lageder, in particolare Ylenia Steiner mi ha accolto con un gran sorriso. Summa, sembra più una festa che un evento, dove si cammina per il bellissimo borgo di Magrè, da un edificio all’altro all’interno di sale raffinate in un contesto elegante e piacevole che fa apprezzare in modo particolare i vini in degustazione. Grandi e piccole aziende, attentamente elezionate da Alois, tra le quali si possono sempre scoprire interessanti novità.

Il 2025, per la fiera enologica SUMMA è stato un grande successo, rafforzando il suo ruolo come uno degli appuntamenti di riferimento nel panorama vinicolo internazionale. Dopo più di 25 anni, la SUMMA continua a rappresentare un evento di grande valore nel panorama vinicolo internazionale. Dal 5 al 6 aprile 2025, circa 2.400 appassionati di vino, sommelier, ristoratori e giornalisti provenienti da 44 paesi si sono riuniti presso la Tenuta Alois Lageder a Magrè, in Alto Adige, per essere ispirati dalla diversità e dalla qualità dei vini esposti.

L’evento, che si svolge da oltre 25 anni, è una piattaforma per lo scambio e l’innovazione nel campo del vino e dell’agricoltura sostenibile. Quest’anno hanno partecipato 112 produttori di vino provenienti da otto paesi, tra cui cantine dall’Italia, Germania, Austria, Svizzera, Portogallo e Libano.

„È stato un weekend incredibilmente arricchente “, afferma Alois Clemens Lageder. „Le conversazioni con i produttori internazionali e gli ospiti, lo scambio di idee e nuove prospettive – tutto questo dimostra quanto sia importante avere una piattaforma come la nostra. La SUMMA per noi è uno dei momenti più importanti dell’anno e ci fa sempre piacere vedere quanto lo scambio e l’interesse per la viticoltura sostenibile coinvolgano le persone. La SUMMA celebra il vino in un modo che, in questi tempi difficili, risulta particolarmente positivo.“

Tra i partecipanti della SUMMA 2025 figurano produttori di fama come Dr. Bürklin-Wolf, Bernhard Huber, Franz Keller, Tement, Cà La Bionda, Podversic Damijan, Tenuta delle Terre Nere e Chateau Musar dal Libano. La varietà dei produttori partecipanti si è riflessa nelle numerose degustazioni.

Oltre alle tradizionali degustazioni, l’evento ha offerto un ampio programma con esperti di alto livello e attività interessanti. Tra le altre cose, si sono svolte degustazioni con rinomati sommelier e giornalisti del vino come Willi Schlögl della Bar Freundschaft di Berlino, Lukas Gerges, Head Sommelier dell’Atelier Moessmer, Sascha Speicher, caporedattore di Meiningers Sommelier, e Isacco Giuliani del Ristorante Makorè di Ferrara, nonché Miglior Sommelier d’Italia 2024. Un highlight è stato il seminario della tenuta Heitlinger sul tema “Droni in viticoltura “, che ha trattato la tecnologia innovativa e le sue applicazioni nel settore vinicolo.

Le Masterclass

Tra le masterclass, ne racconto due che ho trovato particolarmente interessanti:

ICONIC WINE – 10 ANNI DOPO…BAROLO MARASSIO 2015 – 2020 Serradenari Giulia Negri

ICONIC WINE – 25 ANNI DI CHATEAU MUSAR – con Marc Hochar

Ci troviamo in Libano nella valle della Bekaa. È una lunga pianura che si estende da nord a sud tra due catene montuose: il Monte Libano a ovest e l’Anti-Libano a est, al confine con la Siria. Qui si trovano alcune delle più antiche aziende vinicole della regione, come Château Musar e grazie al suo clima mediterraneo, con estati calde e secche e inverni freschi, la Bekaa è ideale per la coltivazione di uva di qualità.

Château Musar Rosso, simbolo della Valle della Bekaa (Libano).

Un blend raffinato di Cabernet Sauvignon, Cinsault e Carignano, proveniente da vigneti di 40 anni su suoli ghiaiosi e calcarei. Fermentazione spontanea, affinamento in rovere e cemento, e lunghissimo invecchiamento in bottiglia: un vino ispirato ai grandi Bordeaux, ma con anima mediorientale. Potenza, mineralità, note di frutta, spezie, cuoio e accenti balsamici. Note positive ma anche una leggermente negativa visto che in generale sono vini che non si esprimono in lunghezza, chiudendo precocemente le sensazioni iniziali.

· Château Musar 2018

Fresco e vivace, con una discreta morbidezza che bilancia un corpo di buona struttura. Al naso e al palato emergono nitide sensazioni fruttate di ciliegia, mora e ribes.

· Château Musar 2015

Un vino ampio e complesso, ricco di sfumature speziate e aromatiche. Il frutto, più delicato, accompagna il sorso con eleganza, in un perfetto equilibrio tra intensità e finezza.

· Château Musar 2008

Espressione in cui si evidenziano le caratteristiche tipiche del Cabernet Sauvignon, arricchite da note di ciliegia matura e amarena. Fresco e morbido al tempo stesso, regala un sorso dinamico e avvolgente.

· Château Musar 2003

Dal colore rosso rubino intenso tendente al granato, rivela segni evidenti di evoluzione. L’ingresso è fresco, ma rapidamente lascia spazio a note terziarie di frutta rossa matura e confettura di prugne, in un profilo ampio e avvolgente.

· Château Musar 1999

Al naso si percepisce un calore avvolgente con note eteree e una leggera sfumatura volatile. In bocca è moderatamente fresco all’ingresso, per poi esprimere toni ricchi di confettura di ciliegie, cacao e accenti tostati. Il finale si chiude su eleganti note di prugna essiccata.

· Château Musar White 2010

Uno Chardonnay classico, dal profilo raffinato, con profumi di fiori dolci, mandorle e albicocche mature. Sul finale emerge una delicata nota di vaniglia che dona rotondità e charme.

Come negli anni precedenti, la SUMMA ha anche nel 2025 sostenuto un’organizzazione benefica: una parte dei ricavi è stata destinata quest’anno alla rivista di strada zebra., un progetto dell’OEW – Organizzazione per un Mondo Solidale, che offre a persone in condizioni di marginalità un’attività dignitosa e la possibilità di ottenere un piccolo guadagno.La prossima SUMMA si terrà l’11 e 12 aprile 2026.

Napoli: al Gran Caffè Gambrinus si festeggia il World Cocktail Day

Il 13 maggio pomeriggio di degustazioni e dimostrazioni con i barmen Aibes.

Comunicato Stampa

Martedì 13 maggio dalle ore 18 al Gran Caffè Gambrinus si festeggia il World Cocktail Day. Ingresso gratuito con dimostrazioni e degustazioni promosse dal Gran Caffè Gambrinus e dalla sezione campana di Aibes, l’Associazione Italiana Barman. 

Di scena i drink classici con “incursioni” di ingredienti e quindi sapori tipici campani. E così ecco l’Espresso Martini che si realizza con la miscela utilizzata al Gambrinus, poi c’è il drink New York Sour con aglianico del territorio e tanti altri abbinamenti creativi. Tra dimostrazioni, focus e degustazioni (sarà offerto 1 drink a persona) protagonisti anche i barmen del Gambrinus Domenico Lucarelli e Francesco Oliviero. 

Un pomeriggio che intende porsi come un “open day” per valorizzare la cultura del drink utilizzando ingredienti “local” e il lavoro di chi attraverso l’associazione e strutture come il Gran Caffè Gambrinus valorizza sempre più la figura del bartender.

Viti a piede franco: eredità storica da salvaguardare

Domenica 4 maggio al Centro Congressi Medioevo di Olgiate Comasco (CO) si è svolta la manifestazione Calici al Medioevo: Giornata di sensibilizzazione a tutela del Piedefranco.

In un’epoca dominata dall’innovazione e dalla standardizzazione, l’iniziativa si era proposta di mantenere viva la memoria storica e le pratiche vitivinicole sostenibilie più autentiche, che caratterizzano le viti franche di piede. Vitigni considerati un patrimonio genetico di inestimabile valore, poiché rappresentano un collegamento diretto con le tradizioni agricole ed enologiche del passato.

Il Comitato Italiano per la tutela del Piedefranco, nato ad aprile 2024 e presieduto da Silvano Ceolin, svolge un ruolo fondamentale nella tutela e valorizzazione di una tradizione vitivinicola unica nel suo genere. Prima e unica associazione in Italia dedita alla protezione del patrimonio ampelografico storico, per preservare un valore culturale e identitario spesso poco conosciuto o addirittura dimenticato.

Un team composto da sommelier, storici, viticoltori e appassionati del mondo del vino, si impegna a promuovere e sviluppare iniziative che rilancino il patrimonio vitivinicolo prefillossera, valorizzando la sua unicità e contribuendo alla sua diffusione sia a livello locale che nazionale.

La passione e la dedizione di Silvano Ceolin sono palpabili; l’Associazione nasce quasi per caso, quando Silvano, in visita all’azienda Cantine Roeno in Trentino, assaggia un vino dal nome evocativo: Enantio. Nome che riporta indietro a Plinio il Vecchio e alla sua De Naturalis Historia. Tra le caratteristiche uniche e distintive dell’Enantio c’è la sua resistenza alla fillossera, e qui, Silvano, per la prima volta sente parlare di piede franco.

A novembre dello stesso anno si ritroverà alla Corte del Principato di Monaco, invitato alla convention organizzata dall’associazione internazionale Francs de Pied, l’Organizzazione sostenuta da Alberto di Monaco che riunisce appassionati, aziende e enologi del mondo di questo tipo di viticoltura. Il Principe è anche un sostenitore della candidatura dei vigneti a piede franco come patrimonio mondiale dell’UNESCO.

Accanto a Silvano, Marta De Toni, ricercatrice, scrittrice e divulgatrice del mondo vitivinicolo ci offre un excursus storico e scientifico dell’affaire fillossera. Marta riesce a trasmettere concetti complessi in modo semplice e accessibile, il racconto scorre in modo chiaro e coinvolgente.

L’avvento della fillossera in Europa, arrivata dall’America del Nord, rappresentò una delle crisi agricole più gravi della fine del XIX secolo, con conseguenze profonde sulla viticoltura e sull’economia di molte regioni vinicole. Intere campagne vennero abbandonate e il paesaggio mutò per sempre.

Il primo caso documentato di infestazione in Europa si registrò in Francia nel 1863 e in seguito la fillossera si diffuse rapidamente in altre nazioni come Italia, Spagna, Germania e Portogallo. La sua diffusione fu accelerata dal fatto che le radici delle viti europee, non avendo sviluppato resistenze naturali, erano particolarmente vulnerabili al parassita.

Le radici delle viti sono molto di più di semplici ancore che le tengono saldamente al suolo. Veri e propri laboratori di vita, custodi di segreti antichi, protagoniste di un’energia invisibile che alimenta tutto il ciclo della natura. Il loro ruolo non si limita al nutrimento della pianta: le radici sono anche le sentinelle del suolo, capaci di comunicare tra loro, creando una rete di scambi che rafforza la comunità vegetale.

Questa premessa sull’importanza delle radici, racconta Marta, è necessaria per capire come l’impatto della fillossera sia stato devastante. Le lesioni che provoca impediscono il flusso della linfa alla pianta portandola a marcire.

Per contrastare la diffusione della fillossera, si sperimentarono numerosi rimedi iniziali, anche se nessuno si rivelò efficace. Tra le misure adottate ci furono l’iniezione di solfuro di carbonio nel terreno, con l’obiettivo di disinfettare i suoli dopo aver estirpato le viti malate, e uccidere gli insetti nocivi. Si tentò anche di allagare i vigneti, in modo da soffocare gli insetti, o l’insabbiamento delle vigne, con la speranza di eliminare l’infestazione. Tuttavia, nonostante questi tentativi, la fillossera continuò a diffondersi in modo inarrestabile.

Alla fine, si arrivò alla tecnica che oggi conosciamo: le varietà europee di Vitis vinifera venivano innestate su radici americane resistenti, permettendo alle piante di sopravvivere e prosperare nonostante la minaccia del parassita. Marta ci lascia uno spunto di riflessione: si arrivò a una soluzione o a un compromesso?

Ma torniamo alla nostra cara vite a piede franco, di seguito i fattori ambientali che ne hanno determinato la sopravvivenza:

  • suoli: sabbiosi, vulcanici, o con strutture che ostacolano il passaggio del parassita;
  • altitudine: vigneti ad alta quota hanno maggiori possibilità di resistenza;
  • microclima: condizioni ambientali meno favorevoli alla diffusione della fillossera;
  • isolamento: zone isolate come Pantelleria sono meno esposte al parassita.

I vigneti con piede franco sono piuttosto rari sia in Italia che nel resto d’Europa; vi sono alcune aree dove si registra la presenza di tali piante, come nelle zone di alta quota della Valle d’Aosta, o in Sardegna, in particolare sui terreni sabbiosi del Sulcis e nella zona di Oristano e sull’Isola di Pantelleria, grazie alla sua posizione isolata e alla distanza dal continente. In Sicilia, invece, i vigneti con piede franco si trovano sui terreni vulcanici dell’Etna, dove le condizioni del suolo favoriscono la crescita di queste viti più resilienti.

Ricordiamo anche l’Enantio a piede franco, citato prima, un vitigno autoctono diffuso unicamente in Vallagarina tra la provincia di Trento e quella di Verona, lungo le rive dell’Adige su terreni sabbiosi, che proprio per questo lo hanno preservato. E, scoperta recentissima, le prime due viti a piede franco in Lombardia, per la precisione in Valtellina, con tanto di certificazione del CREA:

Con la presente la Fondazione Fojanini di Studi Superiori informa che le viti sottoposte ad indagine genetica presso il CREA (Centro di ricerca per la Viticoltura e l’Enologia) con sede Conegliano (TV) sono franche di piede.

Di seguito alcune degustazioni ai banchi d’assaggio, non solo piede franco:

  • Enantio Terradeiforti DOC – Cantina Roeno – 100% Enantio, colore rosso rubino intenso e grande complessità con note che spaziano dai piccoli frutti di bosco a quelle di tabacco e spezie. Buon equilibrio tra acidità e tannini, dotato di spiccata persistenza.
  • Lazio IGT Biancolella – Azienda Agricola Cantine Migliaccio – 100% Biancolella. Siamo sull’isola di Ponza. Sentori di macchia mediterranea, agrumi, frutta matura e ginestra. Ottima la sapidità e lo spunto minerale finale.
  • Il Lunatico – Cantina I Germogli di San Colombano al Lambro – 100% Merlot. Affina in anfora per 18 mesi, dal colore rosso intenso, quasi impenetrabile. Olfatto che richiama le spezie e la frutta rossa matura. Gusto pieno e persistente. Una particolarità, tutti i vini della cantina hanno nomi particolari: Galeotto, Ricercato, Malandrina, l’Esuberante un metodo classico che affina 30 mesi.
  • Aria di Mari Isola dei Nuraghi IGT – Cantina Li Seddi – Siamo in Sardegna, i vigneti si trovano sulle sabbie dunali di Badesi. 100% Cannonau, affinamento per un minimo di 24 mesi. Rosa cerasuolo brillante, bollicine fini e persistenti. Il profumo ricorda proprio la frutta rossa appena colta.
  • Riesling Terre Lariane – Cantina Bellesina – Giallo dorato. Intenso al naso, rinfrescante e minerale in bocca con buona persistenza sul finale e note che richiamano gli agrumi e gli idrocarburi.

Alla manifestazione era presente anche un gruppo di figuranti in costumi romani, che hanno intrattenuto il pubblico con spiegazioni sull’alimentazione e il consumo di vino ai tempi di Roma, offrendo un affascinante viaggio nel passato e arricchendo l’evento di un momento storico e culturale.

Nel pomeriggio una interessante conferenza sui Vini di Confine, che sarà raccontata in un prossimo articolo.

Alle 18 chiusura dell’evento con l’esibizione del coro polifonico Castelbarco di Avio che ha tenuto un concerto dal titolo “FRANC DE PIED”, risultato di mesi di studio e ricerca, con l’obiettivo di esplorare la tematica del vino attraverso composizioni dedicate.

Prosit!

Giuseppe Pignalosa raddoppia Le Parùle e apre a Salerno, al Porto Marina d’Arechi

Una location privilegiata con il mare e le barche a fare da sfondo. Un manifesto scritto con acqua, farina e sale. La pizzeria è la rivoluzione semplice di Pignalosa: la pizza come atto agricolo e pop.

In attesa della rinnovata sede a Ercolano, Giuseppe Pignalosa raddoppia Le Parùle e il 1 Maggio apre a Salerno, al Porto Marina d’Arechi, una location  privilegiata con  il mare e le barche a fare da sfondo. Il maestro dell’impasto ha fatto della tradizione vesuviana un terreno fertile per far prosperare la sua idea radicale di pizza, come giardino mediterraneo: un paesaggio commestibile coltivato con passione.

Il nome Parùle – che in dialetto napoletano indica gli orti coltivati con pazienza e saper fare – è una dichiarazione d’intenti: qui ogni pizza nasce come un atto agricolo, popolare, condiviso. La stagionalità è il principio guida, l’impasto il cuore di una visione che ha fatto scuola e continua a insegnare. Le verdure sono la voce di uno stile di vita non una decorazione e provengono da un sistema reale, da un patto con i piccoli produttori, per amore della genuinità.

Una pizza unica perchè quando l’assaggi ricordi qualcosa che non sapevi di aver dimenticato.

Un’idea che mette radici: l’orto come manifesto

Le Parùle si distingue per visione, identità e radici profonde nella terra. Una terra che non è solo metafora ma sostanza, grazie a una rete di piccoli produttori che affiancano Giuseppe Pignalosa nella ricerca quotidiana di sapori autentici.  È intorno agli orti vulcanici dove, da generazioni, si coltivano verdure, frutti e aromi che profumano di Mediterraneo che nasce il sogno di Pignalosa: una pizza che ha una storia da raccontare, una pizza generosa che al marketing preferisce un’alleanza viva con la sua gente, che parla con il Pomodoro del piennolo, San Marzano, provola di latte 100% campano, fior di latte e olio extravergine di oliva cilentano, basilico fresco.

“Molti pizzaioli oggi puntano sul topping creativo o sul “wow visivo”. Nella mia pizzeria la pizza si spoglia per tornare nuda e potente – dice Giuseppe Pignalosa – Ho costruito un’identità forte sulla semplicità, con un impasto che si racconta da solo: lavorato con criterio scientifico e amore artigianale”.

L’impasto, l’arte e il tempo

La semplicità si fa scienza nelle mani di Pignalosa. L’impasto – preparato con un blend selezionato di farine monomolino a basso impatto glicemico, certificato Veronesi – è una materia viva, il risultato di anni di studio, sperimentazione e passione.

La pizza tradizionale si distingue per un’idratazione del 63% e un riposo di 12 ore; quella contemporanea arriva al 70% di idratazione con 24 ore di maturazione. Il lievito fresco, la camera di lievitazione a temperatura controllata e l’attenzione a ogni fase del processo assicurano un risultato sorprendente: una pizza leggera, digeribile, che si scioglie in bocca, scompare e diventa memoria, lasciando una sensazione di leggerezza e appagamento.

Pignalosa smonta così uno dei più grandi pregiudizi sulla pizza: non è il lievito a causare la cattiva digestione, ma una lavorazione frettolosa e scorretta. Il suo metodo, invece, è una carezza al palato e allo stomaco.

Pizze come racconti

Ogni pizza nel menu de Le Parùle è un racconto del territorio.
Pignalosa ama definire la tradizione come una forma di innovazione continua. E in questa visione convivono le radici e le ali, la memoria e l’intuizione, la famiglia e l’arte.

Una famiglia, una missione, una scuola

Tre generazioni, un figlio di 14 anni e cinquant’anni di impasti. Tutto nasce con Leopoldo Pignalosa, che nel 1973 apre la prima pizzeria a Portici. Da lì, un viaggio che passa per Milano, San Giorgio a Cremano ed Ercolano, fino alla nuova apertura salernitana. Oggi Giuseppe guida il figlio, che a soli 14 anni è già un giovane pizzaiolo.

I riconoscimenti

Nel 2019, l’apertura di Le Parùle a Ercolano viene premiata come miglior nuova apertura dell’anno agli Awards di Roma e conquista il 36° posto nella guida 50 Top Pizza.
Nel 2020, Gina Pizza raggiunge il 5° posto nella stessa guida.
Nel 2021, arrivano i Tre Spicchi del Gambero Rosso.
A Venezia, durante il Festival del Cinema, Pignalosa riceve l’International Starlight Cinema Award per il suo impegno nell’educare alla buona tavola e nella promozione della biodiversità.

La nobiltà della semplicità

C’è una grandezza silenziosa nelle pizze “povere” di Giuseppe Pignalosa. Ricette nate dalla fame e diventate patrimonio. Preparazioni essenziali che parlano una lingua antica, fatta di pochi ingredienti e di tanta sapienza.

Come la pizza di scarole, con provola e alici, omaggio a una cucina che ha saputo trasformare la mancanza in invenzione, la necessità in gusto.
È la pizza che sfamava i lavoratori, che si preparava con quello che c’era, che univa le famiglie intorno al fuoco.

Oggi, Pignalosa la riporta in tavola con lo stesso spirito: offrire una pizza popolare, accessibile, sincera. Una pizza per tutti, come è sempre stata.
Perché la vera rivoluzione è ricordare che la pizza nasce povera tra i poveri, e proprio per questo è diventata ricchezza di tutti.

Comunicazione:

Hubitat: info@wearehubitat.com

Referente: Diletta De Sio, cell. 328 1038018 – dilettadesio@ gmail.com

Napoli: da Riserva Rooftop presentato lo special menu a cura dello chef Davide Cannavale

La vera incognita, per il futuro della ristorazione, non è chiedersi quale sarà il piatto forte nelle scelte dei clienti, bensì a chi rivolgersi prima ancora di accendere i fornelli. Una domanda che non tutti riescono a porsi, in particolare gli imprenditori “di stagione”, quelli improvvisati dell’apri e chiudi attività nel giro di un cambio d’abiti.

Trasformisti poco avveduti e impreparati al ruolo; conseguenza di un’idea fuorviante, trasmessa anche in televisione e sui canali di comunicazione di massa, che fare ristorazione equivalga al Paese di Bengodi dove soldi e prestigio sono a portata di chiunque.

I mille volti di Riserva Rooftop

Quando poi ci si imbatte in soluzioni alternative a quelle stereotipate, che mirano a soddisfare diverse tasche e palati, ci si trova increduli nel pensare che la qualità possa viaggiare di pari passo con numeri e gerarchie gastronomiche. Da Riserva Rooftop, ristorante aperto nel 2019 da Sasy Maresca, Roberto e Andrea Bianco, già attivi nel settore, succede questo e altro. Il panorama delle colline di Posillipo, con le terrazze a vista che affacciano sia sul Vesuvio che sul versante puteolano, di certo aiuta per l’emozione palpitante.

Riserva Rooftop sa essere un luogo elegante e contemporaneo, rivolto non solo ai gourmand, ma anche agli appassionati di arte e di architettura grazie alle opere in mostra di artisti emergenti e affermati. Ne avevamo già scritto nell’articolo Napoli: gusto e arte si incontrano da Riserva Rooftop. Diverse modalità di ristorazione e gusto, che consentono ai giovani di godere dell’aperitivo con pietanze smart dalla carta riservata per la terrazza “sky lounge Martini”, dotata di salotti all’aperto, american bar e musica dal vivo.

Oppure nelle sale interne per gli avventori classici che ambiscono ad una cena romantica o conviviale tra amici. Tavoli “Riflessi” in legno e pietra, colori in contrasto, oro, rame e blu, una raffinatezza che anima anche la tavola, su cui spiccano i sapori della cucina italiana, rivisti in chiave contemporanea e creativa a cura del giovane chef Davide Cannavale. I cult di stampo partenopeo sono sempre presenti: la genovese, il bucatino con carpaccio di coniglio all’ischitana, il gateau sifonato, pane e panella.

Fiore all’occhiello la carne alla brace, che vanta le migliori selezioni da tutto il mondo, Riserva Roofotp è tra i diciannove ristoranti d’Italia menzionati quale “Kobe ambassador”. Amplia l’offerta una gustosa carta dei cocktail, impostata dal talentuoso barman Mickael Reale.

La categoria special proposta dallo chef Davide Cannavale

Ma la vera novità è lo spazio dedicato, nella “categoria special”, per le ricette simbolo di tutte le regioni, scelte a rotazione in base alla stagionalità delle materie prime. Stavolta tocca al Veneto, nella cena stampa organizzata dai titolari in collaborazione con la giornalista Federica Riccio.

Piccole coccole iniziali composte da tre morsi campani, giusto per acclimatare i presenti verso le sponde nordiche: lo “scagliuozzo”, una sorta di pizza di grano fritta; il pulled pork con friggitelli saltati ed il bun con tartare e senape fresca.

Si prosegue con polenta pastricciata di manzo alla veronese, con polenta gialla e taccole in saor a richiamo dell’antica usanza veneta di condire con cipolle stufate in agrodolce pesci e vegetali. 

Primo piatto su tubetto in doppia consistenza di fagioli di Lamon della Vallata Bellunese IGP, cremoso di topinambur, crudo di asparagi e chips di Formaggio bastardo del Grappa P.A.T.  

La seconda portata è risultata di gran lunga la migliore della serata: secreto di maiale iberico laccato al vino rosso Valpolicella Ripasso, con patate piselli e gel di pompelmo. Abbinamento perfetto con un Brunello di Montalcino Pieve Santa Restituita 2019 di Angelo Gaja, proposto dal capo sommelier Ugo Montella.

Impeccabile il servizio di tutto lo staff di sala diretto dall’esperto Carlo Chiariello, una vita tra i gourmet di Napoli e povincia, coadiuvato dal maître Rossella avallone e dallo chef de rang Carmine Elmo.

Viene infine calato il sipario sul classico e confortante tiramisù all’italiana e sul ricordo affettuoso della pastiera napoletana – rigorosamente con ricotta, canditi e senza crema – che Cannavale ha imparato a fare sin da bambino, avendo ricevuto in dono il privilegio di poter aiutare la mamma e la nonna nella propria cucina di casa. I genitori avevano visto lungo.

Esce oggi il libro “Nato Oste” di Piero Pompili

Edito da Maretti Editore, esce oggi 22 aprile 2025 “Nato Oste” il libro autobiografico di Piero Pompili, deus ex machina de “Il Gastronomo Riluttante” con lo pseudonimo di Muccapazza28.

Creato nel 2003, Il Gastronomo Riluttante, blog dedicato a Ruth Reichel, pioniera del food writing, ha fatto un po’ in Italia la storia dell’enogastronomia via internet. Numerosi gli articoli e le considerazioni sia di protagonisti della ristorazione già affermati, sia di chef dalla grande prospettiva, a dimostrazione dell’occhio lungo di Piero Pompili nel riconoscere il talento e della sua capacità di avere una visione lungimirante e d’insieme della direzione che il fine dining avrebbe preso nei successivi vent’anni.

Premiato il suo come miglior blog nel 2007, giusto un anno prima de “Il Papero Giallo”, Piero decide di abbandonare l’esperienza del blogger, a causa dell’imperversare della mediocrità che già qualche decennio fa ha caratterizzato la comunicazione sul web, portandola all’eccesso e alla banalizzazione, fino a stabilirsi a Bologna e, nel 2016, ad assumere la direzione in sala del ristorante Al Cambio.

Al di là della critica irriverente e senza mezzi termini del blog, l’erudizione e la professionalità di Piero, che della ristorazione ha fatto un’arte raffinata, galante e senza platealità, ha reso intramontabile la cucina tradizionale bolognese in un’epoca di piatti ipercolorati, talvolta anche vuoti di forma e contenuto, riportando l’ospite al centro dell’attenzione.

È in omaggio a Gianluigi Morini, fondatore del ristorante San Domenico a Imola, che Piero indosserà l’abito sartoriale in doppiopetto che lo contraddistingue tutt’oggi e con il quale ha saputo accendere nuovamente i riflettori su Bologna, riportandola ad essere capitale culinaria, e restituire alla sala e alla figura di cameriere quella centralità e quel protagonismo legittimo di cui la ristorazione moderna, sin troppo spesso, è deficitaria.

“Nato Oste” è stato presentato in anteprima nazionale a Napoli, lo scorso 9 aprile, dinanzi a un pubblico attento di giornalisti, enogastronomi e addetti ai lavori del mondo della ristorazione. Durante la piacevole serata in via Partenope, salotto a cielo aperto con vista mare, sono stati Luciano Pignataro e Maurizio Cortese ad affiancare l’autore, in qualità di relatori, durante la presentazione di un libro che ha voluto essere un incontro informale tra persone.

In ricordo all’atmosfera calorosa ricreata dal popolo campano presente, questa l’affermazione di Piero Pompili:

Non potevo che iniziare la presentazione di” Nato Oste” che nella mia città del cuore, Napoli. In nessun’altra città d’Italia riesco a sentirmi a casa come qui dove il calore che si respira ti riempie il cuore e fa bene all’anima. Non avrei mai pensato con la mia storia, i miei successi e gli insuccessi di arrivare così dritto al cuore della gente tanto da emozionarli. È stato bellissimo e non smetterò mai di ringraziarvi tutti quanti perché invece tutti voi avete emozionato me. Un ringraziamento speciale a Maurizio Cortese e Luciano Pignataro per avermi fatto sentire per una sera più che un Oste un vero Re in doppio petto. Grazie Napoli che non deludi mai “.

Il libro “Nato Oste” va ben oltre il racconto autobiografico dei primi 50 anni dell’autore e commuove sin dalle prime pagine per le dediche che vi sono contenute. È una narrazione densa, intima, coraggiosa e personale sulla vita riservata, discreta e impeccabile di un oste galante, il quale ha saputo riportare la gastronomia bolognese ai fasti di 50 anni orsono; indossando una corazza di imperturbabile impeccabilità, e l’evidente professionalità di una carriera ai massimi livelli, l’autore confessa anche la sua discrezione, quel delicato pensiero di tenere fuori dal lavoro e lontano dalle persone care la pioggia battente del periodo più triste e sofferto della sua esistenza e che ha portato alla scomparsa di Arnaldo Laghi, cuoco dell’Osteria Numero Sette, conosciuto nel ’96, e suo compagno di vita.

Il libro esce oggi, proprio nello stesso giorno del 2018 in cui morì Arnaldo e come sostiene Piero “questo non sarà più il giorno in cui ha vinto il cancro, ma il giorno in cui abbiamo vinto noi”.

Protagonista assoluto come pochi nel panorama nazionale del fine dining, Piero ha riportato nel libro, e con il suo esempio, un carico di umanità formidabile e commovente, riportando l’Umanesimo nella ristorazione, un dettaglio forse romantico e, per quanto raro, pur certo esiste e vive attraverso la vocazione di quelle persone che, proprio come lui, scelgono quello che più che un mestiere è, decisamente, una vocazione.

Da vero e proprio visionario, Piero ha portato avanti una rivoluzione culturale ed eversiva, raccontando la verità che nessuno ha voluto riportare del mondo della ristorazione, raccontando la verità che nessuno mai ha voluto riportare, con stile, determinazione e resilienza.

Credits by Federica Capo Photographer

Vin Santo e Pastiera Napoletana: una buona Pasqua fatta di dolci tentazioni

Anche quest’anno la Pasqua riserva gradite sorprese per i lettori di 20Italie. Una contaminazione ben augurante, fatta di tradizioni secolari appartenenti a diverse regioni d’Italia. La Toscana con l’arte del Vin Santo, un prodotto le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Di pari grado, alla ricerca di un abbinamento gustoso e intrigante, la pastiera napoletana realizzata dai maestri pasticcieri della Campania, che richiama quel senso di calore dei pranzi pasquali in famiglia.

Il Mondo Vin Santo

Durante le recenti Anteprime Toscane, presso Fattoria della Talosa cantina storica di Montepulciano, abbiamo assaggiato alcune delle etichette di Vin Santo più rappresentative dell’areale. Ma cos’è esattamente questo nobile vino che i viticoltori realizzano da secoli con la stessa cura?

Madri Centenarie o Lieviti Selezionati?

Non esiste un segreto o un manuale che detenga la verità sui metodi di produzione del Vin Santo. Ogni famiglia tramanda l’usanza di generazione in generazione, utilizzando tecniche antichissime o quelle più moderne. Il risultato cambia profondamente quando si parte dalle cosiddette madri centenarie, lieviti conservati dalle fecce di ogni vendemmia e riutilizzati l’anno successivo come starter di fermentazione.

Non tutte le madri sono uguali e non tutti i figli seguiranno la retta via da esse indicata. Il vino riposerà poi per lustri all’interno di piccoli caratelli di norma dai 15 litri di capienza in su, spesso sigillati con un tappo di cemento per evitare l’evaporazione del contenuto alcolico. Non sarà possibile conoscerne l’esatta evoluzione del magico liquido se non dopo l’apertura dei fusti, a volte con grande rammarico per un’attesa invana.

Le origini del nome Vin Santo

Che sia un riferimento ad un particolare vino da fine pasto proveniente da Arinna, città dell’antica Licia (attuale Turchia) o che ricordi l’appassimento delle uve fino alla settimana Santa? Infine, che gli siano state conferite particolari proprietà terapeutiche dai contorni taumaturgici? Insomma il Vin Santo ha davvero legami con la cultura ed i commerci delle popolazioni centrali del Bel Paese. Viene prodotto in maniera simile in molti territori anche fuori dai confini regionali e con varietà d’uva diverse: Trebbiano, Malvasia, Colombano e Grechetto per il base o Sangiovese nella rara e costosa tipologia Occhio di Pernice.

La degustazione dei Vin Santo

  • Vin Santo di Montepulciano Doc Il Molinaccio 2014 “L’Occhione” è moderno e versatile, nelle sue sfumature cariche di pesca melba, albicocca e miele di millefiori. Quasi inavvertibile il timbro ossidativo di altre versioni; gioca su equilibrio e rapidità di beva.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Poliziano 2012 carica la spinta verso sensazioni di boiserie tra spezie di cannella e vaniglia, per virare su frutta secca e caffè in polvere. Finale agrumato tra canditure e cenni di zenzero.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Tiberini 2001 eredita un’annata particolarmente fortunata dal punto di vista climatico. Il campione assaggiato dimostra lunghezza iodata e sensazioni di macchia mediterranea condite da scorza d’arancia amara e mallo di noce.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Talosa 1995 vivo e palpabile dopo 30 anni, con scie terziarie appetitose che narrano di ceralacca, smalto ed ananas sciroppato. Termina nella consueta nota balsamica a base di salvia ed alloro, quasi salmastra.
  • Vin Santo di Montepulciano Doc Montemercurio 1993 è quel piccolo capolavoro per il quale vale la pena un viaggio tra le morbide colline di uno dei borghi più bello d’Italia. Cedro candito, verve di iodio marino e spezie bianche succulente. Vita eterna.

La Pastiera Napoletana

Tipica del periodo pasquale, è una torta di grano che origina dai riti pagani e, nel corso dei secoli, dall’usanza di friggere la pasta avanzata creando una sorta di dolce salato, che ha dato il nome stesso alla pastiera. L’opera dei conventi napoletani ha apportato modifiche fondamentali, con inserimento della ricotta e dei canditi. Come per il Vin Santo, non esiste un dogma per fare una pastiera di qualità. In alcune zone si usa la crema, in altre lo strutto nella pasta frolla, ma ciò che non deve mai mancare è la voglia di mangiarla in famiglia per buon augurio! La tradizione vuole infatti che la pastiera, simbolo di pace, si prepari il Giovedì  Santo, per essere poi conservata e consumata per almeno 10 giorni.

Il Gran Caffè Gambrinus

Il Gran Caffè Gambrinus, in attività sin dal 12 maggio 1860, fu subito ritrovo di capi di Stato e teste coronate, poi caffè letterario e luogo di ispirazione di artisti e intellettuali del calibro di Oscar Wilde, Gabriele D’Annunzio, Ernest Hemingway, Matilde Serao e dai Presidenti della Repubblica Italiana in visita a Napoli. Di proprietà degli imprenditori Antonio e Arturo Sergio e Massimiliano Rosati, fa parte dell’Associazione Locali Storici d’Italia. La pastiera realizzata dalle mani sapienti dei pasticceri del Gran Caffè Gambrinus conserva la giusta umidità all’interno del ripieno e gli aromi di canditi e fiori d’arancio dell’antica ricetta delle monache di clausura del Convento di San Gregorio Armeno.