Gambero Rosso: i vini del Collio di Muzic incantano Roma

Vini di confine, cucina d’autore e tramonti mozzafiato nel cuore della Capitale

Una sera d’estate a Roma, il cielo che sfuma nei toni dell’oro e del rosa, la brezza leggera del Ponentino e la vista mozzafiato sui Fori Imperiali. Questo è stato il palcoscenico naturale per una delle tappe più emozionanti del Gambero Rosso con l’evento Muzic on tour, un progetto itinerante che fonde l’eccellenza della cucina italiana con il meglio della produzione vitivinicola nazionale.

A fare da cornice all’evento, il suggestivo 47 Circus Roof Garden, dove lo chef Maurizio Lustrati ha ideato un menù raffinato e sapientemente abbinato ai vini dell’azienda Muzic, storica realtà del Collio friulano, rappresentata da Fabijan Muzic, giovane enologo e volto della nuova generazione del vino italiano.

Un menù fantastico

Il percorso gastronomico ha incantato i presenti fin dall’antipasto: polpo alla griglia su crema di avocado e chips di platano, esaltato dalla Ribolla Gialla 2024.

È seguita una melanzana al BBQ con estratto di pomodoro e basilico, arricchita da una crema di Provolone del Monaco, accompagnata dalla Malvasia 2024.

Come primo piatto, un risotto con scampi, fiori di zucca e pecorino ha incontrato il Friulano 2024, vino identitario del Friuli.

Il secondo è stato un delicato filetto di ombrina al tartufo nero estivo, servito con zucchine romanesche e patate novelle, perfettamente abbinato al Collio Bianco Stare Brajde 2022, un blend elegante e complesso.

A chiudere il percorso, un goloso bignè craquelin con crema di nocciola e lamponi, abbinato al sontuoso Picolit 2018, vino da meditazione di rara finezza.

La storia di una terra e di una famiglia

Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo contagioso, ha raccontato la storia della sua famiglia e del Collio, terra di confine sospesa tra Italia e Slovenia. Un luogo segnato dalla storia – due guerre mondiali, mutamenti politici e culturali – ma che ha trovato nella viticoltura una rinascita autentica.

Dagli anni Ottanta, i genitori di Fabijan hanno creduto nella forza dell’identità territoriale, decidendo di imbottigliare il vino sotto un proprio marchio. Un’intuizione pionieristica: creare un’identità visiva forte, riconoscibile, per esprimere attraverso l’etichetta la personalità del vino. “Oggi si parla di brand”, racconta Fabijan, “ma i miei genitori lo avevano già capito allora”.

Il loro stile è rimasto coerente nel tempo: vini puliti, sinceri, raffinati, che raccontano il territorio senza forzature. “Meglio non imbottigliare piuttosto che accettare un vino non all’altezza”, spiega Fabijan. La sua filosofia è rigorosa, ma profondamente rispettosa del lavoro in vigna e della fiducia del consumatore.

La degustazione proposta da Muzic ha offerto un viaggio armonico tra varietà autoctone e interpretazioni territoriali d’eccellenza, confermando lo stile pulito, autentico e riconoscibile dell’azienda friulana.

La Ribolla Gialla 2024 apre il percorso con una freschezza agrumata e floreale, espressa in un sorso minerale e scattante, perfetto per accompagnare crudités e antipasti leggeri. Più calda e avvolgente, la Malvasia 2024 si distingue per un bouquet aromatico che intreccia fiori bianchi, pesca e mandorla, con una bocca piena, salina e persistente, ideale per esaltare piatti vegetali e speziati.

Decisamente identitario il Friulano 2024, che rivela il lato più morbido e vellutato del Collio: note di erbe e frutta matura si fondono con un finale ammandorlato che richiama la tradizione, perfetto con risotti e salumi locali.

Più strutturato e complesso il Collio Bianco Stare Brajde 2022, elegante blend di Friulano, Malvasia e Ribolla Gialla: il naso si apre su frutta tropicale, fiori gialli e nocciola, mentre al palato si sviluppa con ampiezza e profondità, sostenuto da una viva acidità e da una leggera maturazione in legno che dona equilibrio e persistenza. Ideale con piatti saporiti, tartufi e carni bianche.

A chiudere, il Picolit 2018, gioiello da meditazione: dorato e luminoso, profuma di albicocca disidratata, miele e fiori d’acacia, con un gusto dolce ma raffinato, che avvolge senza mai eccedere. Perfetto con dessert eleganti, formaggi erborinati o cioccolato bianco.

Una collezione che racconta il Collio con voce limpida e coerente: ogni etichetta è un piccolo ritratto del territorio, declinato con precisione tecnica e sensibilità artigianale.

Gambero Rosso ha confermato ancora una volta il valore dell’incontro tra cucina e vino, tra narrazione e identità. Fabijan Muzic, con il suo entusiasmo e la sua competenza, rappresenta al meglio la nuova generazione di vignaioli italiani: consapevoli, preparati, radicati nella tradizione ma proiettati al futuro.

Ristorante Zì Teresa: nei suoi piatti i profumi e i sapori del Golfo di Napoli

Ci sono luoghi senza tempo che restano uguali a loro stessi, mantenendo viva un’identità dalla storia lunghissima, conservando la tradizione, rinnovandosi in maniera leggera, cadenzata e sobria, quasi senza che nessuno si accorga dei piccoli dettagli che a poco a poco, hanno trovato il loro posto nella giusta misura e armonia.

Il ristorante Zì Teresa è tra questi luoghi, un cult ormai: espressione dello storico locale di Teresa Fusco del 1862, ubicato nel cuore del Borgo Marinari del Quartiere Santa Lucia a Napoli, nel suggestivo Castel dell’Ovo e dal 2008 gestito con fierezza da “donna” Carmela Abbate.

La storia del ristorante Zì Teresa segue il filo del coraggio, della passione, della caparbietà e dell’amorevolezza che la femminilità napoletana esprime: era il 1860 quando ebbe inizio il processo che destabilizzò il Regno di Napoli, comportandone l’annessione al resto d’Italia. Il giovane marinaio Gennaro Fusco, imbarcante su una delle unità navali della flotta borbonica, si ritrovò senza lavoro a causa delle vicissitudini storico-politiche, congedato dal servizio proprio mentre diventava padre all’età di 26 anni.

Per sbarcare il lunario Gennaro si diede alla pesca, come tanti uomini di mare che prendevano il largo dal piccolo porto di Santa Lucia. Scomparso in mare a seguito di un naufragio, lascerà la moglie Teresa e i figli da soli e in balia dei tempi duri. Teresa iniziò a lavorare ben presto, portando ristoro ai pescatori vendendo loro cibo tenuto in caldo in un grosso portavivande di stagno; in particolar modo erano tanto apprezzati i taralli. Più tardi sposò in seconde nozze Vincenzo Giordano, un sottufficiale della Guardia di Finanza, da cui ebbe una numerosa prole.

Ma il destino beffardo aveva ancora in serbo dei dispiaceri per Teresa, che nella vita dovette assistere impotente alla morte di tutti i figli e purtroppo anche del marito; restarono solo i nipoti che naturalmente la chiamavano “Zi’ Teresa”. Si trasferì al Borgo Marinari presso una sua cugina, a cui era toccata la stessa sorte e che era madre di tre figli. I profumi della cucina povera – con cui bisognava sfamare i figlioli – attiravano i passanti che ne chiedevano qualche assaggio, consentendo a Teresa di mettere fuori qualche tavolo e avviare una modesta attività economica.

Alla lunga e visto il successo rapido, la Fusco decise di affittare una parte dell’arenile per piazzarvi un capannone con tavoli e sedie; correva l’anno 1890 e la storia del Zì Teresa ebbe inizio.

Vermicelli alle vongole, polpi affogati, le freselle, la grigliata di pesce e la zuppa di cozze, erano soltanto alcune delle sue specialità, gustate e apprezzate da un pubblico trasversale con le note melodiche delle antiche canzoni napoletane interpretate dai posteggiatori del borgo partenopeo. La sua fama di cuoca popolana si diffuse tra le due guerre, in un periodo in cui Napoli tornava ad occupare il suo legittimo ruolo di capitale cosmopolita, e fu così che il ristorante Santa Lucia finì tra le pagine del New York Times, protagonista di innumerevoli scatti storici e frequentato da regnanti e personaggi eccellenti da tutto il mondo.

Tra gli avventori si annoverano Benedetto Croce, Neville Chamberlain, Gabriele D’Annunzio, Winston Churchill, Arturo Toscanini, Greta Garbo, Luigi Pirandello e molti altri. Le numerose visite di Totò, principe della risata, Eduardo, Titina e Peppino De Filippo, Sofia Loren e Marcello Mastroianni, furono quelle che ne accrebbero la notorietà al di sopra di tutto.

Negli anni ’50, ormai novantenne e paga di una vita intensa, carica di soddisfazioni e di sacrifici, Teresa Fusco era ancora solita affacciarsi da una finestrina che dava sulla sala del ristorante per osservare il trafficare dei camerieri tra i tavoli e scorgere l’apprezzamento della clientela. Si spense il 25 maggio 1953 ed i suoi funerali attrassero uno stuolo di inviati speciali di giornali ed agenzie cinematografiche da tutto il mondo.

Nel 2008 Carmela Abbate, classe del ’55, rileva assieme alla sua famiglia il ristorante Zì Teresa che, tra gli anni ’80 e ’90 consolida il suo appeal internazionale, diventando definitivamente un luogo di culto della cucina partenopea.

Cresciuta tra i fornelli di una piacevole trattoria familiare, per Carmela Abbate la cucina è sempre stata ragione di vita, tanto che all’età di 18 anni era già conosciuta come una tra le migliori cuoche di Napoli, fino a incontrare Mario Della Notte a Posillipo, suo futuro marito e allora proprietario del ristorante Giuseppone a Mare.

Il ristorante Zì Teresa, oggi come ieri, rappresenta il Golfo di Napoli nel piatto, e non solo: gli antipasti sono infiniti e presentano un’ampia possibilità di comporre la vasta biodiversità della materia prima campana, sia di mare che di terra. Con la piacevole compagnia della giornalista Carmen Davolo e di altri colleghi della stampa, il menù degustativo ha preso forma dalla fresella con pesto al basilico napoletano, burrata, pomodorini rossi del Piennolo e pomodorini gialli Giagiù il giusto preludio alle portate principali, condita con olio extravergine d’oliva campano e l’inconfondibile aria di mare che accompagnerà tutto il pasto.

I gamberoni rossi in tempura sono un esempio di morso appagante nella texture del crostaceo e nella croccantezza della pastella, lieve e asciutta. L’insalata di polpo… che dire? I rebbi della forchetta nell’affondo hanno già dato l’unico responso possibile: tenerezza delle carni, cottura ottimale e tutto il gusto dell’autenticità del pescato. Il sauté di vongole veraci, carnose, con l’intingolo godurioso che a non far scarpetta è peccato, è ancora parte di un antipasto che stabilisce un percorso che affronta anche il crunch esterno dei fiori di zucca dal cuore morbido e filante di ricotta di fuscella e parmigiano reggiano.

Le cozze, decisamente della cultivar Santa Lucia, allevate nello specchio d’acqua di Bocca Piccola, tra Punta Campanella e Capri, sono state di una carnosità profumata, gustosa e dall’intenso sapore di mare. Il primo piatto non poteva che essere la ammescafrancesca”, un classico intramontabile: parliamo della “azzeccosissimapasta mista con fagioli e cozze, con quel gusto leggermente umami che riunisce i legumi ai frutti del mare.

Alta qualità e senso competente dell’accoglienza portano in tavola la più schietta interpretazione gastronomica del Golfo di Napoli, tradotta in piatti presentati con cura e attenzione ai dettagli, in un’atmosfera d’altri tempi e dall’appeal internazionale, tale che tra i tavoli la parlata napoletana degli affezionatissimi di sempre incrocia tutte le altre lingue del mondo.

Non mancano i crudi, le sontuose linguine all’astice, i pesci di fondali preparati al sale o al forno, le fritture dorate e la pasticceria napoletana. Piuttosto rappresentativa anche la carta dei vini con i classici dell’enografia napoletana e campana, oltre ad alcune referenze nazionali e internazionali, con le immancabili bollicine.

Oggi Carmela Abbate, dopo la scomparsa di suo marito, è erede, assieme ai figli Stella, Serena e Antonio, non di un semplice ristorante storico, bensì della storia della ristorazione napoletana da cui è possibile intravvedere – da una prospettiva privilegiata – passaggi epocali che ovunque, eccetto qui, hanno portato mutamenti nel tessuto urbano.

Anche il semplice mangiare una fetta di pane con un po’ di olio buono, con vista mare sul Golfo di Napoli e con il Vesuvio sullo sfondo, significa entrare a far parte, per pochi attimi, di una cartolina estemporanea entro un salottino gastronomico dalla cornice millenaria all’ombra di Castel dell’Ovo. L’incrocio dove storia e tradizione incontrano la creatività e l’innovazione, che hanno condotto l’arte culinaria napoletana a diventare icona mondiale.

La Pizzeria I Fontana di Somma Vesuviana presenta il menù gustoso per l’estate

Somma Vesuviana, via Annunziata: al piano terra di un grazioso stabile residenziale troviamo la pizzeria di Pietro Fontana, giovane e talentuoso pizzaiolo che ha unito la passione per l’arte bianca a un intraprendente spirito imprenditoriale.

Dopo anni di gavetta anche all’estero, Pietro apre il suo locale I Fontana nel 2020, l’anno della pandemia. Ma a dispetto del lungo periodo di crisi, la pizzeria compie un interessante percorso evolutivo e oggi è un’affermata e originale realtà del territorio.

Sperimentiamo le nuove proposte introdotte nel menù estivo e cogliamo l’occasione per conoscere da vicino il progetto e il moderno concept di pizza di Pietro. Al suo fianco la moglie, Melania Panico, che ha studiato per il locale un’interessante carta dei vini incentrata su proposte del territorio vesuviano, come Català 36, Metodo Classico brut da Catalanesca millesimo 2020. Una scelta voluta quella di dare ampio spazio al vino, ci spiega Pietro, grazie al fatto che Melania, aspirante sommelier, può consigliare i migliori abbinamenti con le pizze create.

Opera di Melania sono anche i fritti preparati giornalmente, come l’arancino alla parmigiana – riso carnaroli, ragù di San Marzano dop e melanzane alla parmigiana – piccola sfera croccante all’esterno dal cuore cremoso e aromatico, amuse-bouche che apre la nostra degustazione.

La proposta pizze di Pietro Fontana si contraddistingue per la stagionalità, la scelta accurata e la lavorazione delle materie prime, cosicché l’impasto con lievito madre al 95% di idratazione e settantadue ore di lievitazione diventa la base di un vero e proprio piatto a sé stante.

Iniziamo con la Quattro Passi a Nerano, omaggio all’omonimo ristorante tre Stelle Michelin della famiglia Mellino, che della Nerano hanno fatto uno dei loro cavalli di battaglia. Non la classica crema di zucchine a farcire l’impasto ottenuto da un mix di farina 0 e 1 rustico e gustoso. La zucchina, invece, in tutte le sue parti – frutto, fiore e pistillo – viene cotta a bassa temperatura, successivamente lavorata e condita con provola e parmigiano reggiano 40 mesi da vacche rosse.

Una guarnizione che nella sua apparente semplicità è capace di mantenere integre la freschezza e l’aromaticità di uno dei frutti tipici dell’estate, esaltandone la delicatezza.

La passione di Pietro Fontana, la puttanesca di tonno, diventa protagonista nella pizza successiva, La mia love story. Si tratta di una pizza in pala, friabile e leggera, condita con pomodoro, capperi, olive e ventresca di tonno; sashimi di ventresca di tonno del Mediterraneo, zest di limone e misticanza in uscita, aggiungono un tocco di freschezza a una delle espressioni più tipiche della cucina mediterranea.

In un menù estivo non può davvero mancare la melanzana. In Parmigiana alla brace viene utilizzata solo nella sua parte nobile, la polpa, per lasciare inalterata la naturale tendenza dolce del frutto ed evitare le tipiche sensazioni amaricanti conferite da buccia e semi. Provola, pomodorini ciliegini alla brace, olive itrane e capperi, chips di melanzana fritta in uscita completano la pizza, equilibrata e armonica in tutte le sue componenti gustative.

“Oggi la cottura esclusiva nel forno a legna è superata”, ci spiega Pietro, “il pizzaiolo può scegliere anche tra elettrico e gas, combinando più metodi di cottura per conferire consistenze particolari.”

Le sue pizze, dopo una prima cottura completa, passano per pochi secondi in un forno elettrico a camera bassa alla temperatura di 250°: in questo modo il cornicione assume una consistenza alveolata e croccante che si mantiene inalterata per lungo tempo.

La proposta di pizza al padellino è particolarmente elaborata e ben rappresenta una passione che travalica quella dell’arte bianca e sconfina verso tecniche di cucina, bagaglio di uno chef più che di un pizzaiolo. Transumanza ha come ripieno una crema di peperoncini di fiume, provola, peperoncini di fiume fritti, sottili fette di vitello cotto a bassa temperatura e salsa tonnata, quella originale, fatta partendo dall’uovo sodo e non ottenuta dalla maionese. Un condimento complesso nella varietà dei sapori che lo rende un vero e proprio piatto gourmet a tutto tondo.

Ma le proposte de I Fontana lasciano ampio spazio anche alle pizze classiche. La Ruota di Carretta 081 provola e pepe, è l’inatteso fuori menù che ci riporta alla tradizione della pizza napoletana, semplice e immediata, da mangiare con le mani, chiusa a portafoglio.

Chiudiamo la degustazione con una pizza dolce e golosa, Innesto di Margherita. La pasta viene fritta e asciugata al forno. Successivamente caramellata e farcita con fragole di diverse consistenze, ricotta di bufala lavorata con mandorle Armellina, dal particolare retrogusto amaricante, e un ultimo tocco di zucchero a velo e basilico.

Un menù dunque ampio e studiato per accontentare tutti i palati e i portafogli. Obiettivo ben chiaro nella mente di Pietro, che due anni dopo l’apertura della pizzeria, nel 2022, ha inaugurato un secondo locale nel centro storico di Somma Vesuviana. I Fontana Rustico, senza servizio ai tavoli, sforna solo pizze in teglia, accompagnate dalle proposte più tipiche di frittura napoletana.

I FONTANA

Via Annunziata 58

80049 Somma Vesuviana (NA)

Torna l’estate e torna la Yellow Night all’Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel

UN ITINERARIO TRA I SAPORI AUTENTICI DELLA COSTIERA AMALFITANA

Alla Locanda della Canonica torna un appuntamento molto atteso che celebra le eccellenze enogastronomiche del territorio, con musica dal vivo, DJ set e cocktail d’autore

Comunicato Stampa

Amalfi, giugno 2025. L’estate in Costiera Amalfitana inizia a farsi sentire con il profumo dei limoni maturi e il calore del sole che accarezza il mare.

Sabato 21 giugno alle ore 19e30, nel giorno del solstizio d’estate, il giallo dei limoni avvolgerà il Convento di Amalfi, dando il benvenuto alla stagione più attesa dell’anno. Con il ritorno dell’iconico Yellow Night Party, uno degli eventi più esclusivi della Costiera, Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, situato nell’ex convento dei Cappuccini risalente al XIII secolo,apre le porte a una serata indimenticabile, dove bellezza, tradizione e gusto si fondono per salutare l’arrivo dell’estate.

Quest’anno, l’appuntamento si trasforma in un vero e proprio festival dei sapori aperto sia agli ospiti interni che esterni: nasce la Yellow Night – Amalfi Food Festival, un’esperienza immersiva tra gusto, tradizione e cultura locale, un viaggio itinerante, che celebra le eccellenze enogastronomiche della Costiera Amalfitana. Ogni angolo de La Locanda della Canonica sarà dedicato a un prodotto tipico, dando agli ospiti l’opportunità di immergersi nei sapori tradizionali della regione.

Non mancheranno i protagonisti indiscussi della gastronomia locale: il limone Sfusato Amalfitano, il limoncello  e l’Amaro dei Cappuccini, presentati da AgruMarmè, azienda del territorio specializzata nella coltivazione e trasformazione degli agrumi. Inoltre, grazie alla collaborazione con il Caseificio Staiano di Biagio Staiano, storica azienda casearia di Ravello tra le più rinomate della Costiera, gli ospiti potranno partecipare a un momento di mozzarella-making, durante il quale prepareranno e assaggeranno la mozzarella fresca appena fatta.

L’itinerario del gusto si snoderà attraverso diverse postazioni dedicate a un’ampia varietà di sapori locali: dai vini pregiati della Tenuta San Francesco alle fritture, dalle graffe con crema al limone a una selezione di salumi e formaggi tipici. Tra le protagoniste della serata anche la pizza napoletana, preparata dallo chef pizzaiolo, che interpreterà con creatività gli ingredienti più rappresentativi della tradizione.

Sarà inoltre presente ACARBIO – Associazione Costiera Amalfitana Riserva della Biosfera, che dal 2009 è impegnata a preservare il patrimonio naturale e culturale locale, promuovendo l’educazione alla biodiversità. L’associazione, con cui Anantara Convento di Amalfi collabora attraverso il programma Dollars for Deeds, presenterà il pomodoro Re Umberto, noto come “Fiascone”, autentico simbolo della Costiera Amalfitana: un’antica varietà campana, coltivata a Tramonti fin dai primi del ’900 quasi scomparsa e oggi riscoperta, salvata e valorizzata grazie all’impegno di chi ha creduto nel suo potenziale. Infatti Anantara Convento di Amalfi contribuisce a questa rinascita scegliendo di utilizzare il Re Fiascone nei piatti dei propri ristoranti, come negli iconici Spaghetti al pomodoro Re Fiascone firmati dallo chef Lanuto o nella pizza margherita. Una scelta che riflette l’impegno concreto dell’Hotel per un’ospitalità sostenibile: un approccio che tutela la biodiversità, sostiene i piccoli produttori locali e valorizza le eccellenze del territorio, con una visione etica e consapevole della cucina.

Per concludere, l’Executive Chef Claudio Lanuto presenterà un menu speciale che celebra la tradizione gastronomica del territorio, in un trionfo di sapori e aromi. Sarà una serata imperdibile, dove il gusto incontra lo spettacolo in una cornice di rara bellezza. Tra musica dal vivo, cocktail d’autore e DJ set, la Yellow Night – Amalfi Food Festival offrirà un mix perfetto di intrattenimento e buon cibo. Il tutto nella suggestiva atmosfera de La Locanda della Canonica, tra i limoneti e la celebre Infinity Pool dell’Anantara Convento di Amalfi Grand Hotel, per un’esperienza che accende l’estate sotto il cielo stellato della Costiera.

L’evento ha inizio alle ore 19:30 e richiede il dress code: giallo.La disponibilità dei posti è limitata ed è obbligatoria la prenotazione. Per informazioni e prenotazioni chiamare 089 873 6711 o scrivere a fb.conventodiamalfi@anantara-hotels.com

Maturazioni a San Giuseppe Vesuviano: quando una pizza ti cambia la vita

Ogni favola a lieto fine comincia con la frase “c’era una volta”. Anche quella di Antonio Conza – pizzeria Maturazioni a San Giuseppe Vesuviano – inizia così… C’era una volta, tanti tanti anni fa, un ragazzo dal cuore sincero e ambizioso. Da San Giovanni a Teduccio percorse la strada difficile nel settore del commercio di articoli per uffici.

La passione e lo sguardo verso il mondo luccicante del food però l’ha sempre avuta. Sono cose che accadono senza un motivo preciso. Un talento impresso nel corredo genetico e che all’improvviso si attiva risuonando come un martello pulsante nella mente del predestinato.

Antonio e la moglie Gabriella Esposito sono stati veri outsider nel mondo pizza & affini. Anche nella comunicazione, gestita da Gabriella con la sua visione illuminante del concetto “a pizz è femmena”, motto contemporaneo, democratico, alla portata di tutti.

Che tante cose funzionino nella maniera giusta, quando se ne occupano le donne, è una considerazione di fatto che bisogna tenere a mente in tempi delicati e sofferti. Lo staff di Maturazioni è all’avanguardia anche nella percentuale elevata di “quote rosa”, un aspetto che in una società veramente inclusiva non avrebbe motivo di essere evidenziato.

Antonio ha scelto metaforicamente di sporcarsi le mani tra forni e farine, imparando il mestiere da autodidatta dopo un breve corso di avviamento. Tanto studio e tanta sperimentazione, al limite della sopportazione fisica, specialmente durante il periodo buio della pandemia, quando il laboratorio di lievitazione era l’unica speranza di gioia su cui aggrapparsi.

Credere, ricominciare e mai demordere. Il volli e volli sempre e fortissimamente volli di Vittorio Alfieri, esempio lampante di mille storie di vita cambiate in positivo grazie alla pizza. Le maturazioni prima dei cuori e dello spirito dei protagonisti e poi delle ricette proposte tra quattro tipi di impasto differenti e ingredienti di qualità assoluta, lontani dalle regole del servizio come in catena di montaggio.

Eppure i numeri parlano chiaro: in certi periodi dell’anno si superano i 400 coperti al giorno. Il segreto per non scontentare nessuno risiede nel gioco di squadra e in una linea organizzata alla perfezione, dove offrire il contributo personale al successo.

L’ampia degustazione delle proposte di Maturazioni in un momento conviviale organizzato dalla giornalista Francesca Panico, ha preso avvio dai fritti fatti in casa. Il classico crocchè alla napoletana, la gustosa frittatina di pasta con besciamella e fonduta di parmigiano e una rivisitazione della Nerano con stracciata di bufala e chips di zucchine. Croccantezza e realizzazione magistrale della frittura asciutta e compatta, tra le migliori da segnalare nei locali della Campania.

La selezione dal menù pizze prevede invece l’immancabile Marinara con pomodorino San Marzano schiacciato a mano, pesto di aglio Orsino e origano di collina del Monte Saro. La valutazione complessiva sul lavoro di un bravo pizzaiolo si nota proprio nelle pizze tradizionali come questa o come la Margherita, la vera “regina”.

Come un celebre motto del capolavoro di Scarpetta Miseria e Nobilità: “se sono fresche te le pigli, sennò desisti”… entrambe le pizze sono state le migliori della serata e questa la dice lunga su quanto ancora abbiano da raccontare nel presente e nel futuro, nella competizione con le special contemporanee oggi amate dal pubblico.

A tal riguardo di notevole complessità è la versione doppio crunch con tre fasi di lievitazione di cui la prima a vapore e tre cotture, incluso un particolare shock termico per dare maggior friabilità al morso. Condimento realizzato da parmigiana con provola, formaggio Stravecchio di Bruna Alpina e datterino dry. Una pizza da condivisione, dove ogni fetta lascia il segno nel palato e nella mente dell’avventore.

Finale prima dei dessert su ruotino con fior di latte, peperoncini verdi di fiume, salsiccia a punta di coltello, cotta “a doppia allampiata” ovvero due volte, prima e dopo l’inserimento del topping. Nitidi i sapori e le consistenze, altrettanto profonda la persistenza all’assaggio.

Coccole conclusive tra disco di pasta dolce lievitato, crema pasticcera e amarene sciroppate rievocazione della zeppola di San Giuseppe e montanarina alla confettura d’albicocca varietà Pellecchiella del Vesuvio.

Rivedibile la carta dei vini, giusta nella proposizione di etichette locali tratte da piccole realtà, ma da potenziare per numero di referenze. L’abbinamento pizza-vino dimostra ormai la giusta sintesi e maturità nel creare cultura e stimoli a chi vuole vivere un’esperienza appagante, con un valido rapporto tra qualità e prezzo.

Campania – Élevage Wine Restaurant accoglie lo chef Luca Fracassi

Élevage Wine Restaurant: Luca Fracassi e Vincenzo Cozzolino insieme per un nuovo corso che si preannuncia denso di stile e concretezza.

Si prende la scena l’arrivo di Luca Fracassi, chef e patron di Octavin ad Arezzo, una stella Michelin. Sarà lui il nuovo executive chef dell’insegna di Trentola Ducenta (CE), in un lavoro a quattro mani con il resident Vincenzo Cozzolino.

Una rigenerata affinità d’intenti fortemente voluta dai giovani proprietari Anna Rancella e Mario Di Gioia che non smettono di sorprendere, di alzare l’asticella della qualità e di trasformare, in realtà gustose, sogni fatti di continua ricerca e materie prime eccellenti.

<<Ci piace l’idea di affidare la nostra cucina ad uno chef dal talento sobrio quanto efficace e che ammiriamo per quel suo essere creativo, libero, ma sempre con i piedi per terra. Il territorio campano rimane la nostra comfort zone, impossibile prescinderne, ma non ne abbiamo mai fatto una costrizione. Ma siamo giovani, la voglia di lasciare casa ha sempre fatto parte delle nostre personalità e, oggi, ci stuzzica l’idea di affidare la lettura di ciò che siamo ad un occhio esterno. Siamo stati fortunati perché tra Luca ed il nostro Vincenzo l’intesa è stata immediata. Progettano con entusiasmo, in uno scambio nutrito proprio dalle diverse prospettive, dai differenti background, con l’obiettivo comune di generare qualcosa di diverso, bello e stimolante, nella democraticità di un’offerta che è sempre stato il focus di Élevage.>>

La frizzante Anna Rancella, con suo marito e partner in affari Mario Di Gioia, annuncia con orgoglio l’arrivo di Luca Fracassi e del suo estro creativo. Le sinergie con altri regioni, come con altri paesi, è fin dall’inizio il leitmotive della giovane insegna che ha saputo puntare sulla qualità senza compromessi anche in provincia, immaginando una proposta enogastronomica che starebbe bene ovunque nel mondo, perché aperta alle contaminazioni, indipendente, curiosa del buono, ovunque esso si trovi. 

Lungimirante al punto da accogliere senza remore lo chef toscano famoso per uno stile essenziale e per una naturale propensione a sottrarre, evitando ridondanze ed arrivando, piatto dopo piatto, al cuore del sapore. Poche concessioni all’estetica, quando è intesa come moda effimera non utile al piatto, massima attenzione, invece, per la sostanza. Con una passione smisurata per i vegetali e dunque benvenuto nella ricchezza dell’agro aversano, dove le eccellenze prosperano e possono trovare nuovo humus proprio dalla visione di due giovani caparbi, Anna e Mario, viaggiatori curiosi e selezionatori instancabili del meglio che il mondo ha da offrire. 

Luca Fracassi, da parte sua, dimostra entusiasmo e grinta da vendere. <<Per me è sicuramente una nuova sfida lavorare in Campania dove la tradizione è fortissima, così come la ricchezza delle materie prime disponibili. Il mio obiettivo, ampiamente condiviso dal collega Cozzolino, sarà quello di evitare cliché, proponendo piatti gustosi anche attraverso l’utilizzo di ingredienti meno nobili. A tutto il resto penserà la sala, con l’ottimo sommelier Daniele Barbato, e poi ci sono Anna e Mario attentissimi a sorvegliare il loro progetto, insomma, un lavoro di squadra.>>

Élevage nasce dall’impegno di una coppia di giovani visionari: insieme nella vita e nel lavoro, Anna Rancella e Mario Di Gioia da tempo coltivavano il sogno di portare a casa l’amore per il meglio della Francia, un paese che li ha sempre attirati nei loro viaggi, senza i soliti cliché e soprattutto con una nuova chiave fatta di accessibilità, anche se il focus della proposta è sullo Champagne. Tutto ciò non è un capriccio, ma reso possibile dalla ricerca peculiare e diretta presso piccoli e virtuosi vigneron francesi, stappando, scegliendo e mettendoci sempre il cuore.

<<Élevage nasce da un sogno. Viaggiando e visitando ristoranti e cantine, abbiamo iniziato ad accarezzare l’idea di aprire un posto tutto nostro. Mio nonno faceva il cuoco, aveva aperto un piccolo ristorante in Calabria, ma non è una realtà che ho vissuto da vicino. Mario, mio marito, ha sempre avuto il desiderio di gestire un cocktail bar tutto suo, un luogo dove poter bere di qualità. Sono anni che esploriamo il mondo del vino, abbiamo anche una piccola collezione privata, ma una sera, cenando con focaccia, mortadella ed un ottimo Champagne, ci siamo chiesti come sarebbe stato un posto dove gli appassionati del buon bere e della buona cucina potessero incontrarsi per degustare e scovare bottiglie nuove ed intriganti.>>

Trentola Ducenta è in provincia di Caserta, Anna e Mario decidono che quella doveva essere la sede d’elezione di Élevage. Un progetto giovane, nato come idea tra il 2021 e il 2022, concretizzandosi con l’apertura definitiva a giugno 2023. 

Un’insegna che nasce come Wine Boutique, per poi allargare l’offerta food solo di recente. Ristorante a tutti gli effetti, da vivere con sfumature diverse: accomodati al grande bancone d’ingresso, oppure al tavolo. Nessun canto delle sirene pronto ad incantarli verso zone più centrali, l’intuizione è sempre stata quella di portare valore in provincia. Élevage è un destination-place a tutti gli effetti ed anche l’insegna non è un caso: élevage, in termini enologici, corrisponde al momento dell’affinamento. Da un vino semplice, arriva qualcosa di più complesso e sfaccettato: una metafora che ad Anna e Mario è sembrata più che calzante.

Anna Rancella è originaria di Somma Vesuviana, mentre Mario Di Gioia è nato a Napoli per poi spostarsi a Giugliano. Insieme si trasferiscono a Lusciano con l’idea di aprire un’attività e arriva Trentola Ducenta con il palazzo giusto per realizzare il loro sogno.

È tutto estremamente personale da Élevage: servizio, arredi, menu, carta dei vini, mixology. In ogni angolo ci sono le scelte di due ragazzi caparbi e sognatori. Un equilibrio stabile che ha permesso loro di tracciare una formula nuova per il territorio, accogliente e democratica nei contenuti. 

Classe ‘87 per entrambi, Anna e Mario vengono da esperienze lavorative diverse che si sono rivelate complementari. Anna ha lavorato a lungo nel mondo della comunicazione fino a diventare responsabile marketing e comunicazione di un’agenzia di Napoli specializzata nel settore food e fashion. Un mix and match o, se vogliamo, un’ispirazione trasversale che finisce per abituarla a guardare tutto da diverse angolazioni.

Mario è laureato in economia, da giovanissimo inizia a lavorare nell’azienda di famiglia, ma l’attitudine a fare impresa lo porta velocemente verso progetti personali, soprattutto nei campi immobiliare e turistico. Nel 2014 acquista un lido con ristorante nel Cilento e, nel 2019, un b&b a Milano. 

Amano definirsi la prima generazione di ristoratori delle rispettive famiglie, sicuramente perché nulla è stato casuale o approssimativo. Élevage nasce e cresce ogni giorno grazie a studi approfonditi su tutto ciò che riguarda la gestione di un’impresa complessa come può rivelarsi, appunto, un ristorante. Senza timore, dichiarano spesso il loro amore per l’estero. Il che non significa rinnegare la propria terra, ma aprirsi alla sensibilità di guardare con occhio critico anche chi ha fatto altro, talvolta meglio.

<<Abbiamo voluto creare qualcosa che fosse il nostro posto, noi per primi dovevamo starci bene. Sicuramente abbiamo assorbito dall’estero l’abitudine di vivere il cocktail bar all’interno della ristorazione, vezzo che stiamo sdoganando anche al sud. Abbiamo preteso un bancone bar idoneo anche alla cena, come quelli in cui abbiamo sostato a New York durante i nostri viaggi. Dalla Francia abbiamo sicuramente assorbito la percezione che lo Champagne possa e dovrebbe essere vissuto in modo più disinvolto, non per forza legato a momenti speciali. Bere champagne ad Ay o magari ad Epernay, al tavolino di un bar con un piccolo tagliere di salumi e formaggi locali, ci ha fatto capire che lo Champagne non è per forza qualcosa di elitario o proibitivo! Entrare nelle case dei piccoli produttori ci ha fatto toccare con mano questo meraviglioso mondo che tanto somiglia a quello dei nostri nonni che producevano il vino in cantina. Certo, con risultati distanti.>>

Gli chef

Luca Fracassi, classe ’85, chef e patron di Octavin ad Arezzo, ristorante premiato nel 2022 con una stella dalla Guida Michelin. Appassionato ricercatore di prodotti del territorio e dell’utilizzo di tecniche recuperate dal ricordo: il suo è uno stile che accoglie accenti orientaleggianti, lontani dalle mode, ma che diventano un tutt’uno con un’idea gastronomica fatta di sostanza, profumi e scarto zero.

Vincenzo Cozzolino, classe ’95, ha lavorato in Campania presso i ristoranti Rear, Punto Nave e José. Il suo è uno stile giovanile, preciso, con i sapori di casa sempre al centro dell’idea e successiva esecuzione. Una cucina di matrice mediterranea e di evidente lettura contemporanea.

Il sommelier

Daniele Barbato, classe ’86, lavora da vent’anni nel settore della ristorazione. Reduce dal Cannavacciuolo Bistrot e dal Josè Restaurant, è Sommelier AIS, con una conoscenza ampia e variegata sul mondo del vino, con una grande passione per lo Champagne.

La cantina

Ad oggi, Élevage conta circa 200 referenze di Champagne e 700 vini: una carta vini che è frutto delle scelte accurate e delle ricerche costanti di Anna e Mario, esploratori instancabili del gusto, con il pallino di portare a casa novità ed interessanti chicche da scoprire.

L’offerta al calice

La loro forza è la costante ricerca sul territorio, riuscendo così ad offrire bottiglie dall’ottimo rapporto qualità-prezzo. Utilizzano il coravin come routine lavorativa proprio per garantire numerose proposte di vini e Champagne al calice, comprese le bottiglie premium. 

<<Sbicchieriamo qualunque cosa. Al momento abbiamo avviato una partnership con la maison Taittinger per proporre serate a tema ai nostri ospiti in cerca di esperienze diverse. E, finalmente, per guardare lo Champagne sotto un diverso punto di vista. Come uno di noi>>.

Élevage Wine Restaurant

Via Unità d’Italia, 13

81038 Trentola Ducenta (CE)

Aperto a cena dal mercoledì alla domenica

+ 39 375 823 7863

http://elevagewineclub.it/

Parcheggio disponibile in loco

A Napoli arrivano le diverse anime di Panzano nel Chianti Classico di Vecchie Terre di Montefili

Il Chianti Classico non termina mai di stupire. Quando sembra aver raccontato tutto, riesce a distinguersi proponendo nuove sfaccettature in un’unica macrozona, più che sottozona, come Panzano. Da un lato i vini della cosiddetta “Conca d’Oro”, volumici e strutturati; dall’altro quelli del lato nord, che guarda verso le alture di Lamole altro territorio sublime per il Sangiovese. Quando le colline si inerpicano ecco comparire quella traccia di galestro che dona longevità e mordenza alla parte tannica.

Il risultato, come nei vini di Vecchie Terre di Montefili, è dato dalla sapiente pazienza nell’aspettare che tutte le componenti quadrino per il giusto. L’arancia sanguinella dà quel tocco di acidità appetitosa, cui seguono inevitabilmente spezie scure e nuance ferruginose, specie con il riposo ulteriore in bottiglia.

Serena Gusmeri, agronoma ed enologa, ha imparato a conoscere da vicino l’uva principe della Toscana, partendo da una posizione privilegiata: quella di chi non ha nulla da perdere e non ha preconcetti di sorta su stile e tipologie, provenendo da una lunga esperienza precedente con i bianchi ed i rossi tipici della Campania.

Quando parti da queste radici, con la voglia di sfidare l’ignoto e imparare il sangue tipico del Sangiovese nel Chianti Classico, cerchi di apprendere i trucchi del mestiere come una spugna ardente, davanti ad una pozza d’acqua. L’azienda nasce nel 1975 per la folle idea dell’imprenditore tessile Roccaldo Acuti che da Prato si innamorò di questo piccolo lembo di paradiso.

Nel 2015 il passaggio di mano prima della sua scomparsa e l’arrivo della Gusmeri in cantina. Dei circa 13 ettari ben 11 sono piantati a Sangiovese, tra cui la storica Vigna Anfiteatro dei primordi, che ha consentito una selezione massale genetica dalle piante madri. In essa non si accenna neppure lontanamente all’idea del guyot, mantenendo invece l’antica arte contadina del doppio capovolto alla toscana, tornato estremamente utile per dare ombreggiatura ai grappoli con il cambiamento climatico.

Gli inizi di Serena raccontano di sperimentazioni per piccole parcelle, per ascoltare le diverse anime del vitigno. Acquisita confidenza con esso si ritorna ad un concetto di blend da più appezzamenti e filari, per creare il perfetto “sound” in stile Chianti Classico. Vigne curate tra i 480 e i 540 metri, che pongono Vecchie Terre di Montefili come l’azienda più in alto dell’areale. Tre suoli interconnessi, tra pietraforte, meglio conosciuta come alberese, quarzi e il noto galestro. Studi sul microbioma da parte dei consulenti agronomi di Vitenova e tanta volontà di rispettare in toto le annate, sia nel bene che nel male, evitando stereotipi.

Al ristorante L’Ebbrezza di Teonilla di Napoli è andata in scena l’opera in verticale del racconto delle vintage di Vecchie Terre di Montefili, partendo dall’attuale 2021 in commercio e proseguendo in scia verso le 2019, 2017, 2016 e 2015.

In mezzo le proposte culinarie della brigata di cucina di Luca Di Leva, titolare del raffinato locale partenopeo. La parola ai calici, grazie a Lara Buscato di AB-Comunicazione.

Chianti Classico 2021 – sensazioni sugose e iodate con inserti di frutti di bosco (lampone) oltre visciola sotto spirito e petali di viola mammola. Finale sapido stuzzicante, gastronomico e ferruginoso, perfetto in abbinamento con pane e rau vegetale.

Chianti Classico 2019 – colore traslucido, gioca molto su agrumi rossi, chinotto e cuoio, miscelati con chiodi di garofano. Leggero nel centro bocca, tonico nel tannino ancora piccante. Termina su parti evolute in buona forma per essere apprezzate adesso. Incredibile il pairing con la triglia scottata con lardo e piselli, che sfata il tabù errato e anacronistico del non bere vino rosso con il pesce.

Chianti Classico 2017 – vintage che solo dopo anni riesce a dimostrare la sua vera natura. Vino caldo e accogliente, scuro e irsuto con ricordi di bosco in ogni fase. Carattere fumoso e succulento nelle spezie al sapore di pepe nero. Bene seppure interlocutorio il quinto quarto di manzo arrostito con ketchup di ciliege e misticanza all’agro.

Chianti Classico 2016 – sbaraglia i diretti concorrenti con levità e arancia sanguinella al meglio dello splendore. Floreale, delicato e persino ematico, dalla chiosa salmastra eterna, degno compagno del raviolo con genovese, pecorino bagnolese e vino rosso.

Chianti Classico 2015 – timido e ancora chiuso. Col tempo diviene masticabile e polveroso nelle sue nuance balsamiche-officinali. Quello che dimostra maggior legame con l’evoluzione e con una fase quasi calante nelle componenti terziarie di bocca. L’aromaticità e la morbidezza delle selezioni di formaggi a campani sono il colpo di scena finale di una serata memorabile.

Capri, domenica 15 giugno apre Campanella by Quattro Passi

Comunicato stampa 11 giugno 2025

Nuova partnership tra la famiglia Naldi e lo chef 3 stelle Michelin

Campanella by Quattro Passi, la cucina mediterranea di Fabrizio Mellino a Capri

Sapori autentici tra tradizione e contemporaneità

Il giardino mediterraneo del luxury hotel Pazziella Garden & Suites a Capri accoglie da domenica 15 giugno Campanella by Quattro Passi, il nuovo ristorante firmato dallo chef 3 stelle Michelin Fabrizio Mellino.

Una proposta intima e raffinata per gli amanti dell’alta gastronomia mediterranea. A pochi passi dalla piazzetta di Capri si svela come un prezioso scrigno immerso in un contesto di straordinaria bellezza. Protagonista assoluta è una magnolia secolare, testimone di oltre un secolo di storia, e poi erbe aromatiche e piante mediterranee a fare da sfondo all’esperienza di gusto.

Lo chef Mellino con il resident chef Angelo Fumeto trasformano il giardino in un palcoscenico culinario dove i profumi del mediterraneo si traducono in ricercate creazioni gastronomiche. Ogni piatto racconta un frammento dell’anima di Capri: rosmarino, basilico, limoni si intrecciano in un connubio di sapori che celebrano l’eccellenza enogastronomica campana puntando su materie prime di qualità.

Lo storytelling è fatto di rimandi al passato, di vocazione familiare, di sensazioni e ricordi di ciascuno ma anche di momenti ancora da vivere, lasciandosi catturare dall’atmosfera raffinata del luxury hotel Pazziella, guidato dal general manager Alfonso Saraco, e dalla sua intrigante proposta ristorativa.

IL NOME CAMPANELLA

L’identità del luogo si esprime già nel nome scelto per il ristorante, un simbolo dalle molteplici sfaccettature. Portafortuna dell’isola legato ad un’antica leggenda su San Michele, la campanella è anche un fiore colorato che dà il meglio di sé soprattutto in primavera ed estate.

E la cucina dello chef Fabrizio Mellino, punta sempre a valorizzare i prodotti del territorio nel rispetto della memoria, della stagionalità, della tradizione e della contemporaneità.

Poi Campanella è soprattutto inteso come Punta Campanella, il punto di incontro tra l’isola dove nasce il nuovo ristorante voluto da Francesco Naldi (Ceo di Pazziella Garden & Suites) e della sua famiglia – e Massa Lubrense, regno dello storico Quattro Passi della famiglia Mellino.

“L’idea di dare vita al ristorante Campanella all’interno del nostro boutique hotel con lo chef Fabrizio Mellino – spiega l’imprenditore Francesco Naldi – è nata perché apparteniamo alla stessa generazione e abbiamo una stima reciproca. Intendiamo far vivere ai clienti un’esperienza di viaggio ma anche di gusto. Fabrizio Mellino interpreta la cucina mediterranea come piace a me, posso dire che si sono unite in questo progetto due famiglie campane che hanno lo stesso modo di leggere l’ospitalità”.

“Si tratta di un viaggio sensoriale attraverso i sapori autentici di Capri e della Costiera sorrentina reinterpretati con sensibilità contemporanea. Ogni piatto racconta una storia di mare e di terra, di sole e di passione, celebrando l’eccellenza delle materie prime locali, la sostenibilità e la profonda connessione con il territorio. La tradizione è il punto di partenza, l’innovazione è il mezzo per esaltarne l’essenza, offrendo un’esperienza culinaria indimenticabile che sorprende e delizia”, chiarisce Fabrizio Mellino.

IL MENU

“L’Essenza di Capri Rivelata” a cura dello Chef Fabrizio Mellino, mira a bilanciare la ricchezza della tradizione caprese con l’innovazione e la raffinatezza della cucina contemporanea.

Piatti signature

Fettuccine alla Nerano con zucchine, parmigiano e pepe nero

Scaloppina di vitella al limone con capperi, prezzemolo e il suo fondo

Caprese dal cuore morbido, gelato al Disaronno

Lunch dalle 12.30 alle 15.00

Dinner dalle 19.30 alle 22.30

Pompei: The Roof si rinnova all’ombra del Vesuvio

Habita79 MGallery Pompeii ridisegna lo stile dell’ospitalità in chiave luxury in un contesto panoramico e storico di ineguagliabile bellezza. A pochi passi dal Santuario della Beata Vergine Maria del Santo Rosario di Pompei l’arte si mescola col sacro e gli scavi dell’antica città sepolta dalla lava del Vesuvio completano il quadro con una cornice intrisa di richiami alle varie culture, ivi presenti dalla fondazione degli Osci tremila anni fa sino ai giorni nostri.

La terrazza dell’hotel, che vanta sale per meeting, il moderno centro benessere Nuxe Spa ed il ristorante il Circolo al piano terra, si arricchisce della parte prettamente estiva di The Roof, curato da Ferdinando Longobardi, esperienza in strutture all’estero e dal suo aiuto Giovanni Langella.

Una drink list articolata dove trovano espressione le rivisitazioni di cocktail pre o after dinner in chiave afrodisiaca e vulcanica, con titoli accattivanti quali “79 a.C.”, “Lava”, “Gli amanti”, “Have” e molti altri da abbinare alla cucina smart, anche in modalità da tapas, elaborata dall’Executive Chef Roberto Lepre, gavetta formativa con alcune delle Stelle Michelin più importanti in Italia.

Gestire 23 persone nella lunga brigata di cucina delle tre anime ristorative di Habita79 (The Roof – l’osteria e la pizzeria de il Circolo) non è semplice, ma Lepre riesce a sdoppiarsi e persino triplicarsi all’occorrenza, adeguando le proprie ricette in funzione del cliente e delle occasioni.

Il giovedì, ad esempio, la musica accompagna gli ospiti in terrazza, con un dj set internazionale e l’atmosfera giusta per godersi in relax il tramonto su comode sedute sofà o ai tavoli d’assaggio.

Tra le scelte à la carte adatta a tutte le tasche, intrigante la capasanta ai carboni, con spinacino al burro, nduja e quinoa soffiata, così come il tataki di tonno in salsa ponzu, verdurine primaverili al sesamo e maionese di jalapeno.

Lieve correzione di prezzo per chi preferisce una porzione “regular” non accontentandosi di un semplice assaggio in piccoli morsi.

Si prosegue con ribs di maialino della celebre macelleria Cillo, cotte dolcemente e laccate al bbq su patatas bravas e crudo di verdure alla senape.

Prima dei dessert la prova del nove vinta con l’agnolotto strigliato di pasta fresca al basilico, provolone del Monaco e carciofi di Schito in doppia consistenza, di gran lunga il piatto migliore della serata.

Coccole finali con waffle ripieno di semifreddo alla vaniglia, pralinato di arachidi e mou salato. O un croccante bignè craquelin alla nocciola Mortarella. Presente la cantina Tredaniele a suggellare metaforicamente con i suoi vini il connubio delle due coste della Campania, in un filo rosso di gusto tra Cilento e Pompei.

Sorrento: da Vrasa la “brace” che non ti aspetti

Perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia… cantava Vasco Rossi nell’immortale Sally. Equilibrio e follia sono le parole giuste per definire le proposte di Vrasa, locale caldo e intimistico nel centro della “dolce vita” di Sorrento.

Francesco e Fiorenza Gargiulo, fratello e sorella nonché giovanissimi titolari, hanno scelto un altrettanto valida coppia di chef per la gestione della cucina open space. Alberto Di Martino e Raffaele Eroico si sono proposti in doppio, ognuno con le proprie passioni, ma con la possibilità di essere autonomi anche in singolo.

Ricette originali per nulla scontate, incardinate nella tecnica degli asadores sud americani o come le tipiche butchery eleganti di stampo mitteleuropeo, arricchite dal tocco di brace presente anche nei dessert. Da ex fondo agricolo per il riposo di cavalli e vitelli ad un comodo giardino botanico, con tanto di orto e piante da frutto che fungono da splendida cornice al lounge bar. Il concept di Vrasa inizia dal suo esterno, per gustare nelle serate estive un aperitivo rinfrancante dalla calura.

Immersi in un’atmosfera quasi bucolica circondati da mura di un antico bastione, ci si sposta poi nel locale interno, dalle ampie vetrate utili a far trasparire i caldi toni del tramonto. Uno chef table consente ai più romantici di cenare osservando le abilità di chi prepara le pietanze al di là del banco. Tante le degustazioni di vino organizzate durante le stagioni, grazie alle oltre 600 referenze in carta ed all’amicizia consolidata con la Maison Tattinger, eccellenza dello Champagne.

Menu atipico, senza la classica distinzione tra antipasti, primi e secondi. Si utilizza, per un ipotetico percorso degustativo da 4 portate per 79 euro, la classificazione degli elementi base, cominciando dalle proteine per virare alla rovescia verso i carboidrati e la pasta fatta a mano, eccezion fatta per il tubettone di Gragnano a marca Il Re della Pasta. Distinzione finale tra il pescato locale, quinto quarto incluso e un piccolo assortimento di tagli di carne comunque presenti, vista l’anima fuochista del ristorante.

Il logo ricalca un uomo preistorico davanti al fuoco ardente, clima perfetto per iniziare la carrellata degli assaggi dalle cozze alla brace su composta di fiori e zucchine, con peperoncino candito. Una leggera spinta sapida ulteriore avrebbe ottimizzato il connubio stravagante tra la campagna ed il mare. La carbonella utilizzata per tutte le affumicature “in doppia camera” è di legno di faggio, particolarmente richiesta per l’aroma neutro non invadente.

La tartare al chimichurri con barbabietola dolce, salsa al wasaby, chutney e radici di loto è dotata di un pizzicore denso che andrebbe moderato a seconda delle esigenze. Come da tradizione il carciofo in più consistenze, servito col suo fondo di salsa alle foglie e prezzemolo e a parte il gambo laccato al miso di sesamo, che dimostra l’estro gourmet dei fratelli Gargiulo.

Il calamaro velato ripieno di bisque blanche, agretti e lupini di mare, spinge con decisione verso il confine tra saporito e salato, corroborato dall’affumicatura intensa. Straordinario il piatto vegan composto da finocchio alla brace, salsa fatta con le barbette del vegetale, gel all’arancia e shichimi, mix di spezie orientali.

Fantasioso e intrigante, invece, l’invenzione della rana pescatrice in pelle di pollo con taccole, lumache di mare e piselli. Cottura a bassa temperatura del pesce e successivo passaggio sui carboni ardenti. Una pietanza di livello impegnativo, su cui si può lavorare in futuro alla ricerca della variazione perfetta.

Pittorico e gustoso il tortello all’uovo, colorato con nero di seppia ed estrazione di barbabietola, farcito da coda di manzo all’Aglianico. Una visione per gli occhi e il palato.

Finale con “Biancofiore”: una torta paradiso con namelaka e sorbetto al limone, su salsa al limone affumicato e confettura.

Ottimo il contrasto di sensazioni, per una chiosa lontana dai canoni dei dessert stucchevoli di una volta.

VRASA

Via Santa Maria della Pieta’, 30
Sorrento (Na)

info@vrasa.it – tel. 3404273961